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Cinema / Audiard: «Il mio film su amore, handicap e sacrificio»

L’amarezza della solitudine. A pochi mesi dalla presentazione al Festival di Cannes arriva nelle sale italiane, dal 4 ottobre, Un sapore di ruggine e ossa, il nuovo film di Jacques Audiard, tratto da due novelle di Craig Davidson. Ali (Mathias Schoenaerts) è un ex pugile senza lavoro. Per vivere e mantenere il figlio di 5 anni si trasferisce a casa della sorella ad Antibes. Lì trova lavoro come buttafuori in una discoteca, dove conoscerà Stéphanie (Marion Cotillard), addestratrice di orche. Un incidente, che segnerà in modo drammatico il corpo di lei, li farà rincontrare. Dopo Il Profeta, il regista Audiard – venuto a Roma a promuovere il film, in cui non mancano sequenze forti e assai crude – torna a raccontare una storia dura, dove il corpo sembra l’unico veicolo di incontro di due solitudini e la violenza la sola via per uscire dalla povertà.

Qual è il vero protagonista del suo film?
Con lo sceneggiatore Thomas Bidegain volevamo raccontare i punti di vista di Ali e Stéphanie, mettendo in primo piano la storia di lei, rimasta senza gambe, dopo un incidente. Scrivendo abbiamo scoperto che il vero eroe del film è Ali, che compie un percorso più lungo e tortuoso. Un sapore di ruggine e ossa è anche un racconto sull’infanzia: per questo il film si apre e si chiude con la figura del figlio.

Nei suoi film i personaggi sembrano essere sempre in lotta con il mondo.
È un tema che considero autobiografico. Ho iniziato come sceneggiatore, un mestiere che ti porta a stare solo. Vivevo quasi una specie di autismo perché provavo un senso di disagio nel vivere in mezzo al mondo. Scegliendo il lavoro di regista sono stato costretto a incontrare almeno tre persone al giorno. Il cinema è capace di diventare la traduzione collettiva delle idee di un singolo.

Come ha scelto un racconto di Craig Davidson?
Avevo terminato Il Profeta, un film sull’isolamento di un uomo, privo di luce e di amore. Cercavo perciò una storia piena di sole e di affetti e l’ho trovata nei racconti di Davidson, uno scrittore ancora sconosciuto. Senza di lui non sarei riuscito a realizzare questo melodramma d’amore.

La paternità sembra generare la consapevolezza dell’amore.
Per me accade il contrario. Ali, dopo aver assunto su di sé il peso della responsabilità e del sacrificio, riesce a dichiarare il suo amore al figlio e alla donna.

Dalla sofferenza nasce la forza in Stéphanie.
L’incidente e il conseguente handicap le rivelano una forza che fino a quel momento negava o non era consapevole. L’esistenza di Stéphanie è come se fosse incompleta: l’handicap riesce a far sbocciare la donna che realmente è.

Che difficoltà avete avuto nel realizzare il film?
In realtà la difficoltà principale è stata dirigere il bambino. Marion Cotillard, per apparire senza gambe, utilizzava calze verdi, che permettono una lavorazione digitale. Le orche sono animali intelligenti e pericolosi: abbiamo chiesto all’attrice di fare un training in un parco acquatico sulla Costa Azzurra. Le orche si sarebbero abituate alla sua presenza e avremmo potuto girare le sequenze.

Le sono arrivate proposte di girare un film in America?
I registi americani sanno rappresentare molto bene il loro Paese. Mi infastidisce il riferimento costante agli Stati Uniti come se dovesse essere un obiettivo ideale per ogni artista. Mi sento ancorato nella realtà sociale europea e non mi interessa lavorare in una realtà che non conosco pienamente. Soffro quando mi dicono: «Bello il tuo film, sembra quasi americano».

Emanuela Genovese