Chiesa italiana: l’appuntamento mancato

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«È necessario dunque che la predicazione ecclesiastica, come la stessa religione cristiana, sia nutrita e regolata dalla sacra Scrittura. Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale» (DV, 21).

Era il 18 novembre del 1965. Il concilio Vaticano II donava alla Chiesa la Dei Verbum, senza dubbio uno dei suoi documenti più significativi la cui importanza fu percepita immediatamente da tutta la Chiesa. Il Concilio chiedeva finalmente di rimettere al centro e a fondamento dell’esperienza cristiana la parola di Dio che, soprattutto in ambito cattolico, per troppo tempo era “rimasta sotto il banco”, come diceva, con un’immagine molto efficace, Carlo Maria Martini, biblista raffinato.

Avevo 15 anni e ricordo il fermento gioioso suscitato da quel documento. Il nostro vescovo Nicola Cavanna volle sottolineare l’importanza dell’evento con una celebrazione molto suggestiva a conclusione della quale fu consegnata la Bibbia a tutti coloro che vi presero parte.

Io, seminarista, provai una forte emozione quando presi in mano la “mia” prima Bibbia. Fino ad allora, in seminario, avevamo il Messalino e le Massime Eterne. Qualcuno, e io tra questi, il Seminarista in preghiera. Per quanto riguarda la Bibbia, l’unico approccio sistematico ci veniva proposto nell’ora di religione con la lettura della Bibbia del fanciullo.

Ora ho 69 anni, 45 di sacerdozio e di attività pastorale. Ho sempre cercato di scommettere sulla parola di Dio in ogni ambito in cui sono stato chiamato ad impegnarmi. Ma è sotto gli occhi di tutti che, a distanza di 54 anni dalla Dei Verbum, quando e se viene proposta la parola di Dio ai “figli della Chiesa ” come «sorgente pura e perenne della vita spirituale» una larga percentuale di loro reagisce in maniera del tutto negativa.

Il Vangelo è da annunciare ogni volta di nuovo

Basti pensare a quello che sta avvenendo nei confronti di papa Francesco. Nessuno può sostenere che il suo richiamo all’amore verso tutti, alla solidarietà verso gli ultimi, all’attenzione e all’accoglienza verso i migranti e i rifugiati e verso quelli che lui chiama gli “scarti umani” sia estraneo al Vangelo e possa considerarsi una scelta “ideologica” del papa e non l’espressione coerente e profetica del suo ministero apostolico e della sua fedeltà al pensiero e all’azione di Cristo.

Ma molti “cattolici” lo contestano in maniera palese e spesso violenta. Perché? Dove sta la causa prima di questo atteggiamento non solo incomprensibile ma assolutamente inaccettabile alla luce del Vangelo?

È mia convinzione che la risposta, amara e desolante, stia nel fatto che la Chiesa, in particolare quella italiana, ha perso l’appuntamento con ciò che, subito dopo il Concilio, aveva intuito e proposto con forza e sapienza: l’evangelizzazione.

Subito dopo il Concilio, il progetto pastorale centrato su evangelizzazione e rinnovamento della catechesi ha scaldato i motori per un autentico rinnovamento, ma poi non si è avuto il coraggio di portarlo avanti accettandone fino in fondo le logiche conseguenze pastorali.

Abbiamo avuto paura di perdere il consenso della maggior parte di quei cristiani che abbiamo etichettati come “cattolicesimo popolare” pur di poterli continuare a considerare membri della Chiesa solo perché legati ad un cristianesimo sociologico senza la spina dorsale della parola di Dio e senza il sostegno di una vita sacramentale convinta e motivata.

A parole abbiamo parlato di fede adulta e di adulti nella fede, nei fatti abbiamo completamente dimenticato quello che i vescovi italiani scrivevano nel 1971: «A prima vista, è vero, si potrebbe avere l’impressione che il popolo italiano conservi intatto il patrimonio religioso tradizionale. La nostra gente, quasi dovunque, continua a chiedere il battesimo, la comunione e la cresima per i propri figli, vuole celebrare il matrimonio in chiesa ed esige la sepoltura religiosa. Ma quanti sono consapevoli degli impegni di vita cristiana, che questi riti sacri presuppongono e coinvolgono? Le feste si rinnovano con puntualità e solennità, secondo antiche consuetudini: i segni religiosi sono ancora presenti e dominanti nel panorama di un popolo che, da circa due millenni, si gloria del nome cristiano, ma si può sempre dire che tutto questo nasca da un profondo “senso religioso”, da un’autentica “fede” cristiana?» (Vivere la fede oggi, n. 3).

Abbiamo avuto paura

Abbiamo avuto paura di ciò che avrebbe comportato una vera e costante scommessa sull’evangelizzazione. Abbiamo avuto paura di fare della croce il paradigma della vita cristiana, così come Cristo ha chiesto esplicitamente ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24 e parr.). E in Giovanni: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo… Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra» (15,18ss.).

Abbiamo dimenticato che la resurrezione, e dunque il futuro perennemente rinnovato, passa sempre attraverso la croce.

Per questo, al posto dell’evangelizzazione, abbiamo preferito puntare sul cosiddetto “Progetto culturale di ispirazione cristiana” non rendendoci conto che quella scelta era dettata piuttosto dall’intenzione di mantenere in qualche modo le posizioni occupate nel passato secondo la logica della societas christiana.

In questo contesto, l’ebbrezza di un potere da conservare a tutti i costi e la pretesa di dettare legge appoggiandosi su partiti compiacenti pronti a servirsi a loro volta della Chiesa ci ha portato ad affidare la salvaguardia di quelli che abbiamo sbandierato come “valori non negoziabili” a chi, nel concreto, li aveva già rinnegati. Fino ad affidarci ai cosiddetti “atei devoti”, pronti a difendere le “radici cristiane” della nostra civiltà dimenticando che l’unica radice di un cristianesimo autentico è Cristo e il suo vangelo.

Intanto la storia è andata avanti e gli effetti, oggi più che mai, si fanno sentire… e come! Abbiamo una Chiesa in cui la maggior parte dei suoi membri non conoscono il vangelo se non per sentito dire. Abbiamo un’iniziazione cristiana fallimentare. Abbiamo gente che si dice cristiana e che, di fronte al messaggio evangelico nella sua dimensione essenziale, si chiude a riccio e trova del tutto normale partecipare alla celebrazione eucaristica e professare idee e assumere atteggiamenti contrari alla Parola celebrata e ascoltata. Abbiamo la “massa” che si sta sempre più assottigliando lasciando vuoti incolmabili proprio perché abbiamo trascurato l’unica possibilità che avevamo di seminare il futuro: una seria e costante evangelizzazione e un profondo rinnovamento della catechesi.

Seguire l’indicazione di Gesù

A questo punto è evidente che dobbiamo avere il coraggio di abbandonare l’idea che, continuando a mettere toppe nuove su un vestito vecchio (cf. Lc 5,36), possiamo sperare in quel rinnovamento della Chiesa necessario perché sia il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (LG 1).

La strada da percorrere è già scritta. Si tratta di ritrovarla e di percorrerla fino in fondo, costi quello che costi. La strada è quella indicata da Gesù: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). La Chiesa del futuro dipende dalla nostra fedeltà a questo mandato e dal nostro coraggio profetico.

In questa prospettiva mi piacerebbe un giorno – prima possibile perché ora è il momento favorevole (2Cor 6,2) – che i vescovi della Chiesa che vive in Italia abbiano il coraggio di concordare un progetto pastorale in cui emerga chiaramente che la partita della fede si gioca sul piano di una scelta chiara di Gesù Cristo e del suo vangelo. Loro, i nostri pastori, per primi debbono essere fedeli a ciò che Gesù dice: Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno (Mt 5,37). Ci dicano, finalmente, se si può continuare a dirsi cristiani se si hanno idee e si assumono atteggiamenti contrari a quel «ama il prossimo tuo come te stesso» che non mi sembra un elemento accessoriale lasciato alla libera scelta di un discepolo di Cristo.

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