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Chiesa \ Ecumenismo Galantino (CEI): “Bonhoeffer mi insegnato a fare il parroco”

A settant’anni dalla morte di Dietrich Bonhoeffer, impiccato a Flossemburg  per mano nazista, il Segretario Generale della Conferenza Episcopale italiana ci rivela l’interesse, fin da quando era giovane prete, per questo teologo luterano a cui dedicò la tesi di laurea all’Università statale di Bari, la specializzazione in teologia dogmatica e il dottorato in teologia. Ai nostri microfoni confida che se dovesse scegliere un nume tutelare per il prossimo Convegno ecclesiale a Firenze, non esiterebbe a scegliere la testimoninza di Bonhoeffer “perché – dice – si è battuto per un uomo che sia pienamente tale ma lo sia a partire da Cristo e tornando a Cristo”. Per Galantino il teologo è stata una vera guida spirituale, non solo un oggetto di studio. “Mentre in quel periodo c’erano dei teologi che dalla strada andavano in cattedra – racconta – a me ha colpiva che lui dalla cattedra era andato per strada. Mi affascinava la sua capacità di saldare, prima di tutto nella propria vita, la terra con il cielo. L’esperienza religiosa di Bonhoeffer si esprimeva prima di tutto nella fedeltà alla terra, all’incarnazione. Il suo era un cristianesimo che non vola alto perdendo il rapporto con il mondo”.

Bonhoeffer viveva di relazioni, sebbene fosse chiuso in cella. “Mi ha sempre colpito – continua Galantino – la sua carica di umanità, la convinzione che si può capire il rapporto con Dio senza rinunziare ad essere pienamente uomini e donne, in tutti i sensi. Lui intendeva e viveva la preghiera come luogo in cui si incontra Dio ma mai dimenticando l’uomo. Anzi, portando l’uomo dinanzi a Dio. Se è riuscito ad essere fresco mentalmente, provocatorio, per sé e per gli altri, è perché ha coltivato relazioni belle, pulite, entusiasmanti, coraggiose”. 

Sul piano delle intuizioni teologiche di Bonhoeffer, la pastora della Chiesa Valdese di Firenze, Letizia Tomassone torna su quell’immagine del rifiuto del “Dio tappabuchi”, a cui spesso si ricorre. “La sua eredità spirituale – sottolinea – si centra sul credere in un Dio che non è ai margini, che non serve solo a spiegare il mistero, ma in un Dio che soffre nella storia, che ha le mani in pasta nella storia. Bonhoeffer è espressione di un cristianesimo adulto, capace di  porre Dio in mezzo alla città, al villaggio. E’ la voce del cristianesimo contemporaneo che nella sua meditazione ci lasciato delle domande sconvolgenti”.

In che senso è stato un personaggio ecumenico? “Per la qualità e la profondità del suo pensiero e anche la sua testimonianza di vita, perché ha effettivamente dato la vita”, risponde la Tomassone. E mons. Galantino precisa: “Non lo è perché si avvicina al cattolicesimo in virtù di alcune sue intuizioni. E’ tale perché il suo punto primo di riferimento è stata la Parola di Dio. Così poteva parlare con tutti partendo da quella parola, mettendosi davanti a quella parola con grande onestà e libertà”. E tornando sul rapporto con Cristo: “Mi ha sempre affascinato quando lui guarda a Cristo come a l’uomo per gli altri e al Dio per gli altri. E poi l’invito all’uomo a non rinunciare mai alla sua libertà, a non farsela scippare nemmeno da Dio. Il suo messaggio è che la religione non annulla la creatura, non è mai alternativa alla vita ma è la pienezza della vita”. 

Radio Vaticana