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Celebrare le esequie Cremazione, riti e preghiere

Nel corso della storia, specialmente fra il IX e il XIII secolo, la messa ha assunto una dimensione fortemente privata, devozionale e precettistica, oscurando così la fondamentale e originaria dimensione ecclesiale. La celebrazione eucaristica, infatti, è chiamata a esprimere e ad alimentare in primo luogo l’identità e la missione della Chiesa e di ogni cristiano (cf CCC 1396). In altre parole, si celebra l’eucaristia per fare e manifestare la comunione ecclesiale.

Per questo, le norme evitano in tanti modi di favorire la privatizzazione della messa. È a partire da questa consapevolezza, ritrovata con la riforma conciliare, che si comprende perché, in caso di esequie nel luogo della cremazione, non sia prevista la messa, ma solo la liturgia della Parola. Infatti, a prescindere dal luogo che non offre uno spazio adeguato, il rito assume inevitabilmente un carattere privato. Il rituale delle esequie propone, tuttavia, una dignitosa liturgia della Parola (cf RE 168-177).

«Il sacerdote (o il diacono), indossando il camice (o la cotta) e la stola del colore esequiale, con l’eventuale aggiunta del piviale (o della dalmatica, se diacono) del medesimo colore, si reca con i ministranti presso il feretro dove già l’attendono i partecipanti al rito». Il rituale si preoccupa di non insinuare l’idea che la scelta della cremazione “meriti” un rito di serie B.

Pertanto, dopo la proclamazione di tre o due o anche una sola lettura (quest’ultima sempre desunta dal vangelo), una breve e opportuna omelia e la preghiera universale, ha luogo il normale rito del commiato con l’aspersione e l’incensazione. Anche in questo particolare contesto deve apparire chiaramente che «la potenza della risurrezione oltrepassa ogni limite umano e non è ostacolata dalle modalità di sepoltura» (RE 166).

Nella prassi italiana è raro che, dopo il rito esequiale in chiesa, i familiari accompagnino il feretro al luogo della cremazione; anche per il fatto che questa non sempre avviene immediatamente. Il rituale, tuttavia, tiene presente questa eventualità e offre uno schema di preghiera per evitare che questo momento si riduca a una semplice e sbrigativa distruzione del corpo del defunto.

«Questa preghiera, prevista nel luogo della cremazione, si può svolgere qualora siano già state celebrate le esequie e si ritenga opportuno un ulteriore momento di raccoglimento per la presenza dei familiari o conoscenti del defunto. Può essere presieduta da un ministro ordinato o guidata da un laico. Non si ripetano gesti rituali come l’incensazione o l’aspersione che risultano fortemente connotativi del rito esequiale vero e proprio» (RE 219).

Vale la pena sottolineare la preoccupazione del rituale per evitare la ripetizione di gesti (come avviene sovente per l’aspersione) che finirebbero per essere logorati nella loro forza simbolica. Per questo momento di preghiera il rituale propone due semplici schemi (l’uno più breve e l’altro un po’ più articolato) al centro dei quali vi è sempre la parola di Dio. Nel secondo schema (ma può essere inserita anche nel primo) è prevista, se ritenuta opportuna, la professione di fede in diverse modalità, compresa quella battesimale dialogata.

Nel rituale è continuamente presente la preoccupazione di evitare la laicizzazione di una prassi che, per quanto estranea alla nostra cultura, contiene una forte dimensione religiosa. La cremazione «è esistita anche nell’antichità cristiana. Stando, infatti, alla sua storia, la consuetudine di bruciare i morti è antichissima sia in Occidente che in Oriente, là dove assume un significato prettamente religioso per “la forte convinzione che esista una vita dopo la morte per gli esseri umani espressa mediante i riti funebri della cremazione”. […]

In India, un defunto non viene semplicemente preso, bruciato e disperso, ma prima, durante e dopo la cremazione, è fatto oggetto di gesti e riti diretti e visibili che hanno alla base “una grande quantità di messaggi simbolici che interpretano la costituzione della natura umana, la nascita dell’uomo e la sua trasformazione in nuova identità dopo la morte”» (monsignor Felice di Molfetta, in RL 1/2012 p. 149).

Silvano Sirboni

vita pastorale . 8 2013