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CELEBRARE E PRESIEDERE L’EUCARISTIA: La comunione sotto le due specie

Il ripristino della comunione sotto le due specie per tutti i fedeli si fa risalire allo stesso dettato conciliare: «Fermi restando i principi dogmatici stabiliti dal concilio di Trento, la comunione sotto le due specie si può concedere sia ai chierici e religiosi, sia ai laici, in casi da determinarsi dalla Sede apostolica e secondo il giudizio del vescovo» (SC 55). Questi casi nel periodo postconciliare si sono talmente ampliati, fin quasi a lasciare tale decisione alla discrezione di chi presiede la celebrazione. Va anzitutto asserito, al riguardo, che questa modalità di comunicare non è mai venuta meno nella storia, in quanto è ottemperanza al perentorio imperativo di Cristo: «Prendete e mangiate… Prendete e bevete…». Anche la comunione al calice risulta quindi un’esperienza rituale irrinunciabile, perché esprime simbolicamente l’adesione alla nuova ed eterna alleanza attuata nel sangue di Cristo e ogni volta sigillata nella celebrazione. Inoltre, l’atto di “bere al calice” traduce concretamente la volontà da parte dei partecipanti di condividere la sorte del Signore, cioè l’indirizzo globale della sua vita come servo di JHWH, secondo la prospettiva evangelica richiamata nel dialogo tra Gesù e la madre dei figli di Zebedeo (cf Mt 20,20-23).

Si sa che, per una infinità di motivazioni storico-teologiche, tale rito è andato in disuso per i laici. Il concilio di Trento così ha avvalorato simile prassi: «Questo Sinodo dichiara e insegna che nessun precetto divino obbliga i laici e i chierici non celebranti a ricevere il sacramento dell’eucaristia sotto le due specie, e che non si può assolutamente mettere in dubbio che, per la loro salvezza, basti la comunione sotto l’una o l’altra specie» (Sessione XXI, I). Il cambio di prassi è avvenuto con il Vaticano II e motivato in questi termini nel Proemio fatto apporre da Paolo VI all’OGMR: «Poiché attualmente nessuno mette in dubbio i principi dottrinali sul pieno valore della comunione sotto la sola specie del pane, il Concilio ha permesso in alcuni casi la comunione sotto le due specie, con la quale, grazie a una presentazione più chiara del segno sacramentale, si ha modo di penetrare più profondamente il mistero al quale i fedeli partecipano» (14).

È proprio l’importanza del segno a giustificare il ripristino di tale prassi, così come ancora si esprime OGMR 281: «La santa comunione, in ragione del segno, assume forma più piena, se viene fatta sotto le due specie. Risulta infatti più evidente il segno del banchetto eucaristico e si esprime più chiaramente la volontà divina di ratificare la nuova ed eterna Alleanza nel sangue del Signore, ed è più intuitivo il rapporto tra il banchetto eucaristico e il convito escatologico nel regno del Padre». E siccome la liturgia esprime con i segni la fede genuina, è chiaro che, mutando la prassi celebrativa per la comunione, si esplicita una fede più confacente con l’invito del Signore, richiamato ogni volta nel racconto della istituzione nella preghiera eucaristica. Evidenti motivazioni pratiche distolgono anche oggi le Chiese dall’attuare in pienezza simile imperativo. Tuttavia si dovrebbe almeno giungere a considerare questa ritualità non più nell’ordine della “concessione”, e quindi fare il possibile per attuarla.

Come? Le modalità, previste da OGMR, sono due: o bevendo direttamente al calice o per intinzione. Senza dubbio la prima è quella che meglio traduce la verità del segno, in quanto è un autentico “bere”. La seconda viene utilizzata quando vi è un gran numero di concelebranti e/o fedeli e non è possibile, anche per motivi igienici, fare accostare tutti al calice. Bisogna riconoscere, per onestà, che la comunione per intinzione ha per lo meno aiutato i fedeli a superare sia il timore di accostarsi al sangue di Cristo, sia il “privilegio” riservato al clero. Sarebbe auspicabile che, vincendo inutili ritrosie, si continuasse su questa strada. Se nei primi secoli i diaconi erano, come testimonia sant’Agostino di san Lorenzo, «ministri del sangue di Cristo», è chiaro che la comunione sotto le due specie non è un aspetto rituale secondario, ma un’esperienza simbolica da valorizzare, riconsegnata alla Chiesa, in quanto, come afferma san Giovanni Crisostomo in una sua catechesi, «per il suo sangue nasciamo, con il suo sangue alimentiamo la nostra vita. Come la donna nutre il figlio con il proprio latte, così il Cristo nutre costantemente con il suo sangue coloro che ha rigenerato» (3,19).

Gianni Cavagnoli

vita pastorale ottobre 2010