Anche San Paolo del Brasile rende omaggio a Linda Bimbi

Avvenire

(Lucia Capuzzi) Direttrice per decenni della sezione internazionale della Fondazione Leslie e Lelio Basso. Difensore dei diritti umani in America Latina, la città le dedica una biblioteca del il campus Avaré. “Mi piace stare con loro, perché guardano al domani”. Così diceva, già anziana, Linda Bimbi dei giovani. Il futuro, ammetteva, era la sua passione. “M’innamora anche a questa età. Penso sempre al dopo”. Alla costruzione di un domani di pace per le nuove generazioni, la storica attivista ed educatrice ha dedicato l’esistenza, terminata a 91 anni, l’11 agosto 2016, nella casa romana che condivideva con altre laiche impegnate nella difesa dei diritti. 

Messaggio del Santo Padre Francesco in occasione dell’apertura del XXXIII Incontro Internazionale di Preghiera per la Pace “Pace senza confini” (Madrid, 15-17 settembre 2019

Sala stampa della Santa Sede

Traduzione in lingua italiana
Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Francesco invia all’Em.mo Card. Carlos Osoro Sierra, Arcivescovo di Madrid, e ai partecipanti al XXXIII Incontro Internazionale di Preghiera per la Pace nello Spirito di Assisi, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con l’Arcidiocesi di Madrid, che si svolge a Madrid, dal 15 al 17 settembre, sul tema “Pace senza confini”:
Al Venerato Fratello
il Signor Cardinale CARLOS OSORO SIERRA
Arcivescovo di Madrid
e ai partecipanti all’Incontro di preghiera per la pace
“Pace senza confini”, Madrid, 15-17 settembre 2019
Saluto con gioia e riconoscenza il Cardinale Carlos Osoro Sierra, Arcivescovo di Madrid, e tutti voi, Rappresentanti delle Chiese e Comunità cristiane e delle Religioni mondiali riuniti a Madrid per il XXXIII Incontro di Preghiera per la Pace, organizzato congiuntamente dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’Arcidiocesi di Madrid. 
È motivo di gioia vedere che questo pellegrinaggio di pace, iniziato in seguito alla Giornata mondiale di preghiera per la pace, convocata ad Assisi nell’ottobre del 1986 da San Giovanni Paolo II, non si è mai interrotto ma continua e cresce per numero di partecipanti e per i frutti di bene che porta. È un pellegrinaggio che ha percorso popoli e città per testimoniare ovunque la forza di quello “spirito di Assisi” che è preghiera a Dio e promozione della pace tra i popoli.
Quest’anno tale itinerario fa tappa a Madrid, per riflettere sul tema “Pace senza confini”. La mente va a trent’anni fa quando, nel cuore dell’Europa, cadeva il muro di Berlino e finiva una divisione lacerante del continente europeo che tante sofferenze aveva provocato. Da Berlino a tutto l’Est europeo da quel giorno si accesero nuove speranze di pace che dilagarono nel mondo intero. A favorire quel crollo contribuì – ne siamo convinti – la preghiera per la pace di tanti figli e figlie di Dio. Del resto, la vicenda biblica di Gerico ci ricorda che le mura cadono quando sono “assediate” con la preghiera e non con le armi, con aneliti di pace e non di conquista, quando si sogna un futuro buono per tutti. Per questo è necessario sempre pregare e dialogare nella prospettiva della pace: i frutti verranno! Non abbiamo paura, perché il Signore ascolta la preghiera del suo popolo fedele.
In questi primi due decenni del XXI secolo abbiamo, purtroppo, assistito, con enorme tristezza, allo spreco di quel dono di Dio che è la pace, dilapidato con nuove guerre e con la costruzione di nuovi muri e nuove barriere. Del resto, lo sappiamo, la pace va continuamente incrementata di generazione in generazione con il dialogo, l’incontro e la trattativa. È insensato, nella prospettiva del bene dei popoli e del mondo, chiudere gli spazi, separare i popoli, anzi contrapporre gli uni agli altri, negare ospitalità a chi ne ha bisogno e alle loro famiglie. In questo modo si fa “a pezzi” il mondo, usando la stessa violenza con cui si rovina l’ambiente e si danneggia la casa comune, che chiede invece amore, cura, rispetto, così come l’umanità invoca pace e fraternità. La casa comune non sopporta muri che separano e, ancor meno, che contrappongono coloro che la abitano. Ha bisogno piuttosto di porte aperte che aiutino a comunicare, a incontrarsi, a cooperare per vivere assieme nella pace, rispettando le diversità e stringendo vincoli di responsabilità. La pace è come una casa dalle molte dimore che tutti siamo chiamati ad abitare. La pace è senza frontiere. Sempre, senza eccezioni. Lo auspicava San Giovanni XXIII quando – in un tempo difficile – volle indirizzare la sua parola a tutti i credenti e gli uomini di buona volontà invocando “pace in tutte le terre”.
Illustri rappresentanti delle Chiese e Comunità cristiane e delle grandi Religioni mondiali, con questo mio saluto, desidero dirvi che sono accanto a voi in questi giorni e che assieme a voi invoco la pace da Colui che solo può darla. Nella tradizione di questi Incontri Internazionali di Preghiera per la Pace – a cui anch’io ho partecipato ad Assisi nel 2016 – la preghiera che sale a Dio occupa il posto principale e decisivo. Ci unisce tutti, in un comune sentire, senza confusione alcuna. Vicini, ma non confusi! Perché comune è l’anelito di pace, nella varietà delle esperienze e delle tradizioni religiose.
Siamo infatti consapevoli, come credenti, che la preghiera è alla radice della pace. Chi la pratica è amico di Dio, come lo fu Abramo, modello di uomo di fede e di speranza. La preghiera per la pace, in questo tempo segnato da troppi conflitti e violenze, unisce ancor più tutti noi, al di là delle differenze, nel comune impegno per un mondo più fraterno. Sappiamo bene che la fraternità tra i credenti, oltre che un argine alle inimicizie e alle guerre, è fermento di fraternità tra i popoli. È in questo orizzonte che nello scorso mese di febbraio ho firmato ad Abu Dhabi, assieme al Grande Imam di Al-Azhar, il “Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”. È un passo importante sulla via della pace mondiale. Insieme abbiamo affermato che «le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, di ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue». Desidero affidare i propositi di quel Documento anche a tutti voi che partecipate a questo Incontro di Preghiera per la Pace. Lo spirito di Assisi, a 800 anni dall’incontro di San Francesco con il Sultano, ha ispirato anche il nostro lavoro che ha portato all’atto di Abu Dhabi.
Quello che stiamo vivendo è un momento grave per il mondo. Tutti dobbiamo stringerci – vorrei dire con un solo cuore e una sola voce – per gridare che la pace è senza confini, senza frontiere. Un grido che sale dal nostro cuore. È lì, infatti, dai cuori, che bisogna sradicare le frontiere che dividono e contrappongono. Ed è nei cuori che vanno seminati i sentimenti di pace e di fraternità.
Illustri rappresentanti delle Chiese e Comunità cristiane e delle grandi Religioni mondiali, uomini e donne di buona volontà che partecipate a questo Incontro, il grande compito della pace è affidato anche alle nostre mani. Il Dio della pace ci doni abbondanza di saggezza, audacia, generosità e perseveranza.
FRANCESCO
Dal Vaticano, 13 settembre 2019

La tutela dei minori sia incorporata nella vita della Chiesa a livello mondiale

Vatican News

Conclusi ieri i lavori della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Ascoltata la drammatica esperienza di dolore e di perdono, di un testimone del Brasile. Gli incontri hanno evidenziato come elemento chiave nel lavoro della Commissione, la costruzione di relazioni con i vari Dicasteri, Unioni e Uffici all’interno della Santa Sede, per facilitare il lavoro a favore della tutela dei minori a tutti i livelli all’interno della Chiesa. Si è conclusa ieri a Roma l’11ma Assemblea plenaria ordinaria, della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Come nel passato, l’Assemblea ha dato l’inizio ai lavori, venerdì scorso, con l’ascolto di una intensa esperienza di dolore, di trauma, di cura e di perdono, vissuta da un testimone del Brasile, che ha subìto abuso, clericale e familiare.

La beatificazione di Richard Henkes celebrata nel duomo di Limburg nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Non può esistere amore senza sacrificio

Germania 

Sala stampa della Santa Sede 

Pubblichiamo una nostra traduzione dal tedesco dell’omelia pronunciata dal cardinale presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani in occasione della beatificazione — presieduta a Limburg in rappresentanza di Papa Francesco nel pomeriggio di domenica 15 settembre — del pallottino Richard Henkes, martire a Dachau.***
di KURT KOCH
I beati e i santi sono le risposte di Dio alle domande di noi uomini. E sono i migliori esegeti del Vangelo. Infatti, non si sono limitati a leggere e interpretare la Parola di Dio; l’hanno soprattutto testimoniata con la loro vita. Questo vale in modo particolare per il padre pallottino beato Richard Henkes, che durante l’epidemia di tifo, scoppiata nel campo di concentramento di Dachau a cavallo tra gli anni 1944 e 1945, si è fatto rinchiudere volontariamente nel blocco 17, destinato alla quarantena, per curare i detenuti colpiti da quella grave malattia, ha subito il contagio e vi è morto il 22 febbraio 1945. Il dono della vita fino a morire per gli altri di padre Henkes è stato riconosciuto da Papa Francesco come martirio; e il Santo Padre ha deciso che padre Henkes venga proclamato beato. Padre Henkes è dinanzi a noi come martire dell’amore del prossimo, che ha dato la vita in sacrificio per Cristo e in tal modo è diventato partecipe della croce di Gesù Cristo.
La croce di Gesù come testimonianza di amore di Dio
È dunque una coincidenza bella e anche significativa che la beatificazione di padre Henkes venga celebrata nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce, che nella diocesi di Limburg è osservata come festa diocesana particolare. Padre Henkes, di fatto, è un esegeta straordinariamente credibile dei testi che annunciano la festa odierna, la quale ci fa conoscere la croce di Cristo come segno particolare dell’amore di Dio verso noi uomini. L’evangelista Giovanni condensa il mistero della croce di Gesù Cristo nello straordinario verso: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Giovanni 3, 16). La croce è la manifestazione del massimo amore di Dio per noi uomini. Ed è il segno più importante del fatto che Gesù non si accontenta semplicemente di dichiarazioni d’amore verbali nei nostri confronti, ma ha pagato un prezzo molto alto per il suo amore, investendo sulla croce, nell’amore, il sangue del suo cuore per noi uomini, dandoci il dono più prezioso, la vita eterna.
La croce di Gesù non è affatto, come oggi pensano anche molti cristiani, una contraddizione rispetto all’amore di Dio e non è in contrasto con la dignità del Figlio di Dio, ma è la rappresentazione credibile del suo amore verso noi uomini e tutto il suo creato. L’evangelista Giovanni interpreta il racconto veterotestamentario del serpente di rame che Mosè ha innalzato su un’asta come immagine anticipatrice del fatto che anche l’umiliazione di Cristo nella sua passione e morte è di per sé esaltazione: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Giovanni 3, 14-15). La croce di Gesù ci dona uno straordinario messaggio: chi è amato da Gesù Cristo fino alla morte può sentirsi veramente amato e rallegrarsi di questo dono della redenzione. Infatti, nell’amore di Gesù sulla croce veniamo redenti dai nostri peccati: e il suo amore è il flusso di calore della redenzione, ovvero il dono della vita eterna.
La festa odierna dell’Esaltazione della Santa Croce ci invita a scavare ancora più in profondità nel mistero dell’amore sulla croce di Gesù. Tutti noi sappiamo per esperienza diretta che non può esistere amore senza sacrifici e senza sofferenza. Questo vale soprattutto alla luce della fede cristiana, dove il sacrificio, per sua natura intima, non è collegato con il male e il peccato, bensì con l’amore. Perché l’amore non esiste senza sacrificio; l’amore come dono della propria vita per gli altri è sacrificio. Questo sacrificio d’amore Gesù l’ha offerto sulla croce per noi uomini, trasformando la violenza che gli è stata fatta in amore per noi. La passione di Gesù è l’archetipo del martirio e al tempo stesso l’immagine originale del martirio di quanti lo hanno seguito, che hanno partecipato del mistero della croce di Gesù.
Il martirio come atto supremo dell’amore
Questo collegamento è emerso chiaramente nel martirio di padre Henkes. Come Gesù non ha cercato la sofferenza e la croce, ma si è orientato alla volontà di Dio per la vita degli uomini ed è stato ucciso per il suo amore verso di noi, così anche padre Henkes non ha in alcun modo cercato il martirio, ma lo ha preso su di sé liberamente e volontariamente come conseguenza della sua fedeltà alla fede cattolica. In questo consiste l’autenticità della sua testimonianza di fede. Infatti, la tradizione cristiana ha considerato l’anelito di un potenziale martire a essere ucciso addirittura come una messa in discussione del martirio. Il martirio cristiano non è assolutamente caratterizzato dal desiderio di morte e dal disprezzo della vita; piuttosto, il suo tratto decisivo è l’amore. Il martirio cristiano è autentico solo quando si compie come atto supremo dell’amore verso Dio e verso i fratelli e le sorelle, come ha sottolineato il concilio Vaticano II: «Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità» (Lumen gentium, n. 42).
Come Gesù, anche padre Henkes, nella sua fede, sapeva che non può esistere amore senza sacrificio. Tale convinzione ha forgiato la sua spiritualità di sacerdote. Già prima della sua ordinazione aveva scritto: «Voglio soprattutto diventare un sacerdote che fa sacrifici, che porta la croce per altri». Questa convinzione, espressa poco prima dell’ordinazione, nel campo di concentramento di Dachau è diventata dura realtà. Perché anche in quel luogo di disprezzo per l’uomo egli ha messo alla prova la sua convinzione di fede, svolgendo il suo servizio cristiano e sacerdotale presso le persone malate di tifo. La sua vita a Dachau, prima nella piantagione, poi nel servizio postale, quindi al comando disinfezione e infine nel servizio sanitario nel blocco 17, è una testimonianza credibile del dono della vita fino alla morte, dove ha offerto soprattutto un esempio di amore fino al dono totale di sé per i malati che non avevano speranza di sopravvivere.
Il martirio di padre Henkes non può però essere compreso senza il suo profondo radicamento nella fede cattolica. Nella difficile vita del campo di concentramento di Dachau si è lasciato sempre rafforzare nella preghiera personale e soprattutto nella regolare partecipazione alla santa messa. Nell’Eucaristia, dove celebriamo la presenza sacramentale del sacrificio d’amore di Gesù sulla croce e chiediamo a Dio di diventare anche noi “offerta viva in Cristo”, ha preso coscienza del dovere imposto dalla fede di diventare egli stesso sacrificio eucaristico per gli altri e di immolarsi come ostia vivente per gli uomini che hanno bisogno del suo amore.
Il martirio come conseguenza della fede vissuta
La sua testimonianza di fede e il dono della vita fino alla morte possono essere compresi appieno solo sullo sfondo di tutta la vita di padre Henkes. Egli ha compreso molto presto, con gli occhi della fede, che l’ideologia nazionalsocialista è semplicemente inconciliabile con l’immagine cristiana dell’uomo, poiché non sostiene valori umani e cristiani, bensì diffonde idee neopagane. Padre Henkes ha percepito sensibilmente ciò che il ministro della propaganda Goebbels ha impudentemente annotato nel suo diario: «Il Führer è profondamente religioso, anche se completamente anti-cristiano. Vede il cristianesimo come un sintomo di decadenza, un ramo della razza ebraica, un’assurdità alla quale pian piano toglierà il terreno sotto i piedi. Detesta il cristianesimo che ha trasformato l’antico tempio libero e luminoso in un duomo buio, con un Cristo crocifisso stravolto dal dolore». Dinanzi a questa ideologia neopagana padre Henkes ha intuito che ovunque Dio è svilito e cacciato dallo spazio pubblico è svilito anche l’uomo, come abbiamo visto fin troppo lo scorso secolo nelle dittature anticristiane del nazionalsocialismo e del comunismo sovietico. Nella sua fede cristiana, padre Henkes era convinto che solo lì dove Dio viene glorificato da noi uomini, secondo lo straordinario esempio del Magnificat di Maria, l’uomo non viene svilito, ma reso partecipe della grandezza dell’amore di Dio.
Nei suoi diversi impegni di maestro e curatore d’anime, accompagnatore degli esercizi e predicatore dei pellegrinaggi a Vallendar-Schönstatt e in Alta Slesia, padre Henkes è continuamente entrato in conflitto con i rappresentanti del regime nazista e per ben due volte è stato interrogato dalla Gestapo. Quando a Branitz, in una predica contro il programma eugenetico dei nazisti si è espresso concretamente contro la deportazione delle persone malate dagli istituti di cura del luogo, è stato arrestato dalla Gestapo, tenuto per sette settimane in isolamento a Ratibor e da lì condannato alla deportazione a Dachau. In quel campo di concentramento ha vissuto sulla propria pelle l’ideologia neopagana dei nazisti. Poiché il suo arresto e la deportazione al lager di Dachau sono stati motivati dalla sua testimonianza di fede e dal suo agire sacerdotale, sono evidenti le circostanze del suo martirio in odio alla fede (in odium fidei).
Beatificazione e adorazione di Cristo
La fama di martirio di padre Henkes è iniziata sin dalla sua morte. Alcuni confratelli sacerdoti, corrompendo il custode del crematorio, riuscirono a ottenere che il corpo di padre Henkes venisse bruciato a parte, e questo permise di recuperare le sue ceneri. In seguito furono portate a Limburg, dove sono custodite nel cimitero dei pallottini. Se le sue reliquie oggi sono state innalzate durante la messa, è per noi l’espressione della nostra fede che Dio, nella sua carità, è talmente fedele agli uomini, da professarsi in tutta la nostra umanità e quindi anche nella nostra corporeità. 
L’odierna beatificazione è senz’altro un giorno di gioia, anzitutto per la comunità dei pallottini e la diocesi di Limburg, in particolare per la sua parrocchia natale di Ruppach nel Westerwald, e anche per i cattolici nella Repubblica Ceca, dove padre Henkes ha prestato il suo servizio. È un giorno di gioia per tutta la Chiesa in Germania, poiché questa celebrazione vuole farci comprendere che i veri riformatori della Chiesa sono i beati e i santi. Di fatto, dal punto di vista strutturale possiamo fare solo le cose esterne, anche se siamo disposti a fare, nella fede, quelle più interiori, come ha ricordato Papa Francesco nella sua Lettera al popolo di Dio che è in cammino in Germania. Ed è un giorno di gioia per la Chiesa universale. Perché in padre Henkes abbiamo un testimone autentico della fede, che nella sua fiducia in Dio e la disponibilità al sacrificio ha difeso l’idea cristiana dell’uomo contro l’ideologia sprezzante dell’uomo dei nazisti e si è impegnato per la dignità dell’uomo con quel grande coraggio che gli è costato la vita. 
Padre Henkes è un martire dell’amore del prossimo, profondamente legato a Cristo. Potremo celebrare la festa odierna nel suo spirito solo se la celebreremo come adorazione di Gesù Cristo. Il martire cristiano, infatti, non muore semplicemente per un’idea, fosse anche l’idea più alta della dignità umana. Piuttosto, viene «crocifisso con Cristo» e muore «insieme a colui che è già morto prima per lui» (cfr. H.U. von Balthasar, “Martyrium und Mission”, in ibid. Neue Klarstellungen [Einsiedeln, 1979], 158-173, cit. 162). In questo collegamento tra la morte sulla croce di Gesù e la testimonianza di fede del martirio emerge con chiarezza il senso profondo del poter celebrare la beatificazione di padre Richard Henkes nella festa dell’Esaltazione della Croce, che inizia con l’antifona: «Di null’altro mai ci glorieremo se non della Croce di Gesù Cristo, nostro Signore: egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione; per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati».
L’Osservatore Romano, 16-17 settembre 2019

Inail. Assicurazione casalinghe, saldo da pagare entro il 15 ottobre

Avvenire

La scadenza riguarda la cosiddetta polizza, che tutela gli infortuni avvenuti nell’ambito domestico

Assicurazione casalinghe, saldo da pagare entro il 15 ottobre

C’è tempo fino al prossimo 15 ottobre per versare il saldo all’Inail del premio assicurativo per gli infortuni domestici del corrente anno 2019. Entro tale termine, in particolare, va pagata l’integrazione di 11,09 euro che, sommati ai 12,91 euro già versati a gennaio, saldano il conto di 24 euro fissati dalla legge Bilancio 2019, quale importo della polizza obbligatoria del 2019 per le persone (tra 18 e 67 anni) che svolgono attività di cura della famiglia e dell’abitazione. Attenzione; chi non ha versato l’acconto, ha l’occasione per mettersi in regola pagando l’intero premio entro lo stesso termine (15 ottobre).

La scadenza riguarda la tutela assicurativa Inail, la cosiddetta polizza casalinghe. Un’assicurazione che tutela gli infortuni avvenuti nell’ambito domestico a causa di attività prestate senza vincolo di subordinazione, a titolo gratuito, finalizzate alla cura delle persone (familiari) e dell’ambiente domestico di dimora del nucleo familiare dell’assicurato/a (soggetti tra 18 e 67 anni e non più 65 anni, come è stato fino all’anno scorso). In via ordinaria, il premio va versato entro il 31 gennaio dell’anno di riferimento; la mini riforma della legge bilancio 2019 ha determinato il raddoppio delle scadenze: acconto e saldo.

La mini riforma, infatti, in relazione a un ampliamento delle prestazioni, ha elevato il premio a 24 euro. Per l’anno in corso, al fine di garantire la copertura assicurativa, l’Inail ha fissato un primo versamento in misura invariata, cioè 12,91 euro entro il 31 gennaio, riservandosi di fissare successivamente termini e modalità per il saldo (cioè la differenza fino all’importo di 24 euro), cosa che l’Inail ha stabilito adesso. Al fine di rendere più agevole il pagamento, l’Inail sta inviando agli interessati una lettera con il bollettino PA pre-compilato di 11,09 euro da utilizzare per il versamento in via telematica o presso uffici postali, sportelli bancari, istituti di pagamento e tabaccai che aderiscono a pagoPA.

Chi non ha versato l’acconto, osservando gli stessi termini e modalità può mettersi in regola. A tal riguardo, l’Inail sta inviando bollettini pre-compilati anche agli assicurati presenti nelle proprie banche dati che risultano non in regola, che possono utilizzarlo per pagare i 24 euro in unica soluzione. In tal caso il versamento deve essere effettuato nel più breve tempo possibile, perché la copertura assicurativa parte dal giorno successivo al pagamento. L’Inail fa sapere, inoltre, che sugli avvisi di pagamento, sezione “Banche ed altri canali”, è riportato il codice CBILL “BE7KK”, anziché il codice CBILL “BE77K”. Ciò non ostacola il pagamento attraverso Poste italiane, mentre per i canali in cui è richiesta l’imputazione manuale del codice CBILL va barrato il codice errato e scritto o comunicato all’operatore quello corretto. I codici a barre per i lettori ottici (datamatrix, QR code) sono corretti. Nei casi in cui, pur avendo già versato la quota di 12,91 euro, sia stata ricevuta la richiesta di pagamento del premio annuale di 24 euro, è necessario consegnare o inviare quanto prima la copia della ricevuta di pagamento alla sede Inail territoriale competente in relazione al proprio domicilio. L’istituto provvederà poi a recapitare la richiesta di integrazione del premio pari a 11,09 euro, che andrà versata entro il 15 ottobre.

Si ricorda che sono esonerati dal versamento del premio (che resta a carico dello Stato) chi è in possesso di entrambi i seguenti requisiti:
• reddito complessivo lordo ai fini Irpef non superiori a 4.648,11 euro; 
• appartenenza a un nucleo familiare con reddito fino a 9.296,22 euro.

L’uomo e l’eterna sfida del rapporto con l’altro

Lo straniero è la figura paradigmatica dell’altro e l’amore chiede all’ego di farsi indietro per fare spazio al tu. Moni Ovadia ai Dialoghi di Trani sulla “Responsabilità”

Moni Ovadia (Ansa/Angelo Carconi)

Moni Ovadia (Ansa/Angelo Carconi)

da Avvenire

Nel testo che proponiamo in queste colonne Moni Ovadia, scrittore e uomo di teatro celebre per il suo lavoro sulla tradizione ebraica, sintetizza i temi che saranno al centro del suo intervento al prossimo Festival dei Dialoghi di Trani, giunto quest’anno alla XVIII edizione e che affronterà il tema della “Responsabilità”. Dal 17 al 22 settembre scrittori, filosofi, religiosi, magistrati, scienziati e giornalisti si incontreranno a Trani per riflettere sul significato dell’“essere responsabili”. Verso l’attesa conferenza di Assisi “The economy of Francesco”, anche la Pro Civitate Christiana propone ai Dialoghi un incontro sul valore della responsabilità in economia ed ecologia. Ai Dialoghi, a confrontarsi sul tema “Responsabilità”, ci saranno, tra gli altri, anche Salvatore Veca, Vito Mancuso, Stefano Zamagni, Sabino Cassese, Gustavo Zagrebelsky, Massimo Bray, Marta Cartabia, Giovanni Grasso, Aldo Schiavone, Valeriu Nicolae, Ramin Bahrami, Serena Dandini, e molti altri; tra i media partner anche Tv2000 e Radio inBlu.

Il salvataggio di un piccolissimo migrante nel Mar Mediterraneo, sulla nave “Ocean Viking” (Ansa'Ap'Renata Brito)

Il salvataggio di un piccolissimo migrante nel Mar Mediterraneo, sulla nave “Ocean Viking” (Ansa/Ap/Renata Brito)

Il mancato riconoscimento dell’alterità nel suo valore fondativo della relazione umana è la madre delle questioni che si frappongono all’edificazione di una società di giustizia. Il dramma del mancato accoglimento dell’altro ci viene presentato nel Genesi all’inizio dell’avventura dell’uomo sulla terra. Caino, primogenito di Eva e Adamo, è il primo essere umano nato da grembo materno come tutti noi. Abele suo fratello, il secondogenito, è l’altro, pone il problema della relazione a Caino il quale non capisce il senso dell’evento, si ritiene usurpato, percepisce la presenza di Abele come insidia intollerabile, come minaccia e reagisce con violenza finendo con uccidere il fratello. Il Santo benedetto non accusa Caino, non punta il dito contro di lui ma lo insegue con una domanda: «Dove è tuo fratello Abele?». Sollecita il suo senso di responsabilità nei confronti dell’altro, suo fratello. Caino, dopo avere tentato invano di sottrarsi alla chiamata celandosi, risponde ponendo a sua volta una domanda: «Sono forse il custode di mio fratello?». Mirabile faccia di bronzo! Ma in questa provocazione è espressa, per il tramite di una narrazione anticipatrice, la grande tragedia umana con la quale ancora oggi ci confrontiamo senza riuscire ad uscirne.

Non è necessario essere credenti, né assumere la Torah come libro sacro per capire che il biblista con il suo racconto ci segnala che peggio di così l’avventura dell’uomo nel creato non poteva cominciare. Disconoscimento del simile, mancato accoglimento del suo valore, rifiuto della relazione, ebbrezza narcisistica di unicità tipica di colui che è arrivato prima. Possiamo assumere la parabola anche come metafora socio-politica dello scontro fra il contadino che vuole sua la terra e il pastore che la vuole aperta. La vulgata di questa parte della Scrittura ha cercato di risolvere l’angoscia suscitata dal fratricidio con la criminalizzazione di Caino fondando in lui la pseudo-categoria del cattivo per chiudere la questione. Quante volte da piccini abbiamo sentito questa banalità. Ma il prosieguo della storia ci racconta tutt’altro. Il Santo Benedetto non tratta certo Caino come un “cattivo” a cui comminare una punizione esemplare, forse nella sua provocazione ha riconosciuto che non è attrezzato per edificare relazioni e quindi società, forse non voleva neppure uccidere Abele, gli è scappata la mano, dunque lo manda libero, ammonisce chi lo incontrerà a non alzare la mano su di lui, perché possa entrare nella Storia sperando che impari, perché le cose, di generazione in generazione vadano se non meglio, almeno un po’ meno peggio.

Sono passati millenni dal tempo di questa “leggenda”, a quanto pare l’auspicio non si è compiuto. Non che non esistano uomini giusti che hanno interiorizzato e fatto proprio il senso dell’alterità e della responsabilità capendo che i due concetti non possono essere disgiunti, ma la leadership di fatto dell’umanità, la sua brama di potere ha imposto un modello basato su un economia che uccide, per dirla con le parole di papa Francesco, un economia che ha reificato l’alterità per farne profitto a vantaggio del delirio di onnipotenza di un pugno di uomini. E questi potenti non hanno capito che l’altro è il senso primo della relazione, che l’etica è la filosofia prima come mirabilmente propone il filosofo Emmanuel Lévinas nella sua lettura esplosiva del comandamento dell’amore (Levitico 18,19). Ve ahavtà leereakha kamokha, amerai per il prossimo tuo come te stesso. Il filosofo di Kaunas osserva che nelleshon hakodesh, la lingua santa della Torah, il verbo essere al presente indicativo non compare, è sottinteso. Lévinas legge dunque il comandamento dell’amore con questa esposizione: «Amerai per il prossimo tuo è come te stesso».

In questa breve ma rivoluzionaria espressione possiamo trovare indicazioni decisive per una sua lettura dirompente. La prima parte della proposizione è: «Amerai per il prossimo tuo». La Torah non lascia nulla al caso, se dichiara una priorità essa riveste un preciso significato, ovvero la scelta di amare il prossimo è la condizione per accedere alla seconda parte: «È come te stesso» ovvero la tua identità di persona, in una società di giustizia, la conquisti amando il prossimo. Il prossimo peraltro è presentato senza alcuna connotazione, non è il prossimo buono o cattivo, ebreo o goy, uomo o donna, eterosessuale o omosessuale, bianco o nero o giallo o rosso. Non è collocato in una nazione o in un territorio, non è autoctono o migrante, non è vicino né lontano. È solo denotato. È semplicemente l’altro. Del resto dopo questo versetto pochi versi oltre il Levitico dichiara: «Lo straniero che abita presso di te è come il tuo compaesano. Amerai lo straniero è come te stesso, ricordati che fosti straniero in terra d’Egitto, Io sono il Signore». Anche l’Eterno si dichiara straniero, è lo Straniero assoluto. Lo straniero è la figura paradigmatica del-l’altro, e l’amore non è quella insopportabile melassa dei romanzi d’appendice o dei Baci Perugina, non è neppure il travolgente sentimento romantico e passionale di Giulietta e Romeo.

L’amore è sentimento/ comportamento impegnativo che chiede all’ego di farsi indietro per fare spazio al tu e il tu è il simile, l’animale, la pianta, la zolla, l’acqua l’aria, la terra, il sottosuolo e persino le viscere della terra. Il Tu incarna l’intimità della condizione esistenziale tanto più se umile e spossessato perché porta in se la fragilità che è specificità ontologica dell’animale umano ma anche degli ecosistemi. Ecco perché la Laudato si’ è un punto di partenza per affrontare il cammino verso l’altro, cammino breve per un aspetto ma anche impervio perché tracciato come ponte precario sopra uno iato abissale e vertiginoso. Per compiere la traversata è irrinunciabile essere preparati. Bisogna assumere la piena responsabilità del volto altrui, bisogna farsi stranieri a se stessi, bisogna considerare anche il più piccolo dei privilegi illegittimo.

Esercizi spirituali per sacerdoti a Marola

La proposta degli esercizi spirituali per i presbiteri arriva quest’anno congiuntamente dalle Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla e di Modena-Nonantola. Gli esercizi spirituali si terranno dal pranzo di lunedì 4 novembre al pranzo (compreso) di venerdì 8 novembre al Centro diocesano di spiritualità e Cultura di Marola.
Saranno predicati da don Claudio Doglio, presbitero della Chiesa di Savona-Noli, noto biblista (attivo anche in internet: https://dondoglio.wordpress.com/), docente di Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano e parroco di Sant’Ambrogio a Varazze (Savona), dove è anche moderatore dell’unità pastorale Sant’Ambrogio e Santi Nazario e Celso.

I presibiteri reggiano-guastallesi interessati sono pregati di iscriversi quanto prima contattando il Centro di Marola (tel. 0522.813127, e-mail cdmarola@libero.it).

Don Claudio Doglio

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L’iniziativa. La Giornata della cultura ebraica guarda ai sogni

A livello nazionale parteciperanno 88 città, con visite guidate a sinagoghe e musei, concerti, spettacoli teatrali, degustazioni e proposte per i bambini Per il 2019, il centro capofila sarà Parma

La sinagoga di Casale Monferrato

La sinagoga di Casale Monferrato
Una lunga scala, altissima, che arriva fino al cielo, sulla quale gli angeli salgono e scendono. Il sogno di Giaccobbe, una delle immagini più enigmatiche e suggestive del libro della Genesi, rappresenta il tema della ventesima Giornata della cultura ebraica, intitolata “I sogni, una scala verso il cielo”. Sogni, intesi come sostanza onirica ma anche come speranza e costruzione del domani: «I sogni – spiega Noemi Di Segni, presidente Unione comunità ebraiche italiane – sono una presenza costante nella storia e nei testi sacri ebraici, a partire dalla Torah, per continuare con il Talmud, con la tradizione mistica e fino ad arrivare a Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, che sull’interpretazione dei sogni fondò le sue innovative terapie per le nevrosi. Ma i sogni sono anche intesi come speranze per il futuro».
La manifestazione italiana si inserisce nella più ampia Giornata europea della cultura ebraica, coordinata dall’Aepj ( European association for the preservation and promotion of Jewish culture and heritage), cui partecipano 34 Paesi per approfondire storia, cultura e tradizioni dell’ebraismo, tra visite guidate a sinagoghe, musei e quartieri ebraici, concerti, incontri d’autore, spettacoli teatrali, degustazioni kasher e anche iniziative per i più piccoli. All’edizione italiana, promossa a livello nazionale dall’Unione delle comunità ebraiche italiane, parteciperanno ottantotto località, distribuite in quindici regioni, da nord, a sud, alle isole. Per il 2019, la città capofila, nella quale si inaugurerà ufficialmente la manifestazione, sarà Parma, dove risiede una comunità ebraica le cui origini risalgono al XIV secolo.
L’apertura ufficiale sarà domenica alle ore 10.00 alla Biblioteca Palatina, dove verranno esposti al pubblico i pezzi più importanti di una delle più importanti collezioni a livello mondiale di antichi manoscritti e libri a stampa ebraici, il fondo De Rossi, tra Bibbie miniate, testi e commentari rabbinici, trattati di filosofia e di medicina. Nelle iniziative parmensi sarà coinvolta anche la vicina Soragna, dove è presente il Museo ebraico “Fausto Levi”, un piccolo, suggestivo gioiello tra gli itinerari ebraici di questa parte d’Italia, fino ad arrivare alla conclusione, alla sera, al Teatro Farnese, con il recital L’albero dei sogni, con musiche originali composte da Riccardo Joshua Moretti.
Ma sono centinaia le iniziative in tutta Italia. Un ampio programma, ad esempio, è previsto nella Capitale, nell’antico quartiere ebraico (Portico d’Ottavia), con visite guidate alle sinagoghe e al museo ebraico, degustazioni di vini kasher e l’esplorazione degli scavi di Ostia Antica, alla scoperta della sinagoga di epoca romana, mentre a Milano, oltre alle conferenze e alle visite guidate, ci sarà una conferenza-spettacolo di Gioele Dix dal titolo Sogno di una notte di mezza estate.
Anche a Bologna, visite guidate alle sinagoghe, al museo ebraico e alla mostra ‘La casa della vita’, sul recente ritrovamento archeologico di un antico cimitero ebraico in città, mentre a Ferrara, al Meis, il concertoShemà dalle poesie di Primo Levi. Visite guidate anche a Venezia, a Torino (con la passeggiata “dal ghetto alla Mole Antonelliana”) e a Casale Monferrato, dove è prevista anche l’esposizione straordinaria dell’opera originale di Marc Chagall Re David suona la cetra. «L’edizione italiana – conclude Di Segni – è diventata negli anni una delle più importanti in Europa, con decine di migliaia di visitatori ogni anno e un modello organizzativo perfettamente rodato, che può contare sulla virtuosa collaborazione tra Comunità ebraiche, enti locali, pro loco e associazioni attive sul territorio. Questo successo è soprattutto è il frutto di oltre due millenni di storia ebraica nel nostro Paese».
Avvenire

La mamma è clinicamente morta, la bimba nasce sana dopo 117 giorni

I medici dell’ospedale universitario di Brno salvano la piccola mantendo le funzioni vitali della madre per tre mesi. Un lavoro d’equipe straordinario, la piccola pesava 2 chili

Fiocco rosa eccezionale (archivio Ansa)

Fiocco rosa eccezionale (archivio Ansa)

Una bambina sana è nata da una mamma morta a livello cerebrale da 117 giorni. I medici dell’Ospedale dell’Università di Brno (Repubblica Ceca) sono riusciti a salvare la piccola con un’impresa medica che probabilmente rappresenta una sorta di record mondiale, mantenendo per così tanto tempo le funzioni vitali della madre . Di certo è un caso rarissimo e difficile da trattare. Si contano circa 20 nascite del genere descritte nel mondo, ma stavolta si tratta del ricovero più lungo e del maggior peso mai ottenuto per il bebè (oltre 2 kg).

La donna di 27 anni era alla sedicesima settimana di gravidanza quando è stata ritrovata incosciente in casa ed è stata trasportata in elicottero all’Unità di emergenza di Brno, il 21 aprile 2019, con l’anamnesi di malformazioni artero-venose con manifestazioni di epilessia. I soccorritori hanno mantenuto la sua attività respiratoria e dalla Tac è poi emerso un ictus. Il respiro spontaneo è poi scomparso e un esame neurologico clinico ha confermato l’aflessia, cioè la morte cerebrale.

Da questo momento, i medici della clinica di Anestesia, rianimazione e medicina intensiva dell’ospedale
universitario di Brno e della Facoltà di Medicina dell’Università di Masaryk insieme ai ginecologi, hanno fatto del loro meglio per stabilizzare le funzioni vitali della paziente e proteggere così il feto nel corpo della madre.

È stata avviata una complessa cura di rianimazione a lungo termine, che ha incluso il monitoraggio approfondito dell’attività del cuore e delle funzioni polmonari e renali, l’abbassamento della temperatura corporea, così come la somministrazione di diversi farmaci. È stata prestata la massima cura – indicano ancora i medici cechi – per mantenere l’integrità della pelle e prevenire complicanze infettive, molto comuni in situazioni simili. Particolare attenzione è stata prestata anche all’alimentazione, in modo da garantire non solo il fabbisogno energetico della madre, ma anche la crescita e lo sviluppo ottimali del feto.

In estate è stato rilevato che il feto cresceva: a fine giugno pesava 980 grammi, mentre a luglio era già di 1,5 kg. Il 15 agosto scorso è stato deciso di procedere con il parto cesareo, alla settimana 34+3 di
gravidanza, e la neonata è venuta al mondo sana, con un peso di 2.130 grammi e una lunghezza di 42 centimetri. Ad aiutare nella riuscita dell’operazione, le buone condizioni di salute della donna prima dell’ictus e la pronta assistenza medica subito dopo l’evento. Ma soprattutto “è la prova dell’enorme forza della vita umana e del corpo materno, che ha gestito molto bene, con l’aiuto di dottori e infermieri, questa difficile situazione e ha dato la vita a un bambino nonostante la morte cerebrale”, commentano i dottori.

Avvenire