Difendere la Parola

Noi uomini del XXI secolo possiamo rassegnarci a questa superficialità imperante, a questa fuga dalla complessità, a questo fastidio dell’argomentare?

C’è una frase di Raffaele La Capria che mi torna spesso in mente nelle ultime settimane: «governa male chi si esprime male» (Esercizi superficiali).

Viviamo un’estate -soprattutto in ambito politico- verbalmente scadente: il turpiloquio è diventato sistema di comunicazione, il soprannome è reso nome, l’epiteto insultante è divenuto merito, vige l’eclisse del pudore verbale, si esalta l’orgoglio del triviale, si osanna la semplificazione etichettatoria (a scapito sempre dell’argomentare). Il tutto con ampio consenso perché “quel politico parla come me”.

A questo imbruttimento, è noto, non si è arrivati dal nulla: sono anni che il linguaggio della politica e dei media, prima televisivi e poi delle rete, si è fatto sempre più basso, lessicalmente povero, alieno da un minimo tentativo di ragionamento complesso. Nell’epoca della velocità, l’ignoranza è divenuta una virtù, la parolaccia una costante. Nessun moralismo: basterebbe leggere l’epistolario di Leopardi o le liriche latine per rendersi conto di quanto antichi siano insulti e similia. Ma a questo si affiancavano un’enorme ricchezza verbale e un serio pudore politico: chi ha responsabilità nel governo della polis deve evitare almeno due estremi: il parlare retorico e autoreferenziale, la volgarità frequente.

Parlare bene significa ragionare bene e ragionare bene, per chi ha compiti di governo, di amministrazione e di guida, significa governare bene.

C’è una crisi della parola che questo XXI secolo segna come una delle sue emergenze; le parole perdono la loro incandescente profondità, tramonta la fatica dell’apprendere, le sfumature lessicali vanno morendo: è un fenomeno che le scienze sociali, la filosofia e la critica letteraria hanno ampiamente messo in luce (peraltro il nesso tra “le parole e le cose” è in discussione da tempo, tanto che Michel Foucault addirittura leggeva questa deriva a partire dal don Chisciotte, ma in un’ottica di filosofia del linguaggio e di epistemologia). E a questo si lega, nel tempo delle ‘false notizie’ (mi si perdoni l’aver evitato la sigla inglese), l’indifferenza riguardo al legame ‘parola e realtà’. I fatti sono sempre più spesso inventati o piegati nell’interpretazione, che ignora il dato fattuale in favore dell’ideologia. Una frase è usata, fuori contesto, per colpire il nemico (non più l’avversario).

Alle domande non si dà risposta, ma si liquida l’interrogativo con l’esclamativo, con una battuta, con un’alzata annoiata di spalle. I problemi sono sempre ‘altri’… altri problemi che vengono sempre evitati.

Chi ha responsabilità pubblica non può ipocritamente dire tutto e il suo contrario, non può evitare di rendere conto della sue parole, oltre che delle sue azioni. La polis è sempre più avvelenata: un parola cattiva genera azioni cattive.

In una democrazia, nella legittima dialettica politica, nella rispettabilità delle posizioni (che non violino la legge), la parola deve essere un valore, il quale va custodito, difeso, protetto come un bene prezioso.

Se cambiamo le parole, cambiamo i fatti. La forma spesso è sostanza.

Noi uomini del XXI secolo possiamo rassegnarci a questa ‘morte della parola’? A questa superficialità imperante, a questa fuga dalla complessità, a questo fastidio dell’argomentare?

C’è una parola che va difesa: civilmente, laicamente, responsabilmente. Nessuno di noi tollererebbe una parola bugiarda dalla persona amata. Perché la falsità distrugge; siamo fatti per la verità.

No, non dobbiamo rassegnarci; non dobbiamo continuamente abbassare l’asticella del tollerabile. L’aggressività verbale, la violenza verbale diventano sempre più frequentemente aggressività e violenza reali. C’è un senso di impunità verbale che va combattuto; non so se aveva ragione Cesare Pavese: «siamo cose feroci, noi altri immortali». Di certo, non possiamo evitare di porre un argine a questa deriva sguaiata, invereconda, civilmente letale. Non dobbiamo dimenticare che «il più grande reato contro l’umanità è l’uso indebito della parola, il suo svilimento» (Ferruccio Parazzoli).

L’ora è grave, anche se, la storia insegna, passerà. Ma quali macerie lascerà?

Scriveva Amos Oz: «Ci sono certamente momenti nella vita di un uomo e di un popolo in cui il silenzio è fare un uso distorto della lingua».

Dovremmo sentire l’urgenza di un compito particolare, nella consapevolezza che «ognuno ha un pezzetto di responsabilità. Se la disattende qualcun altro, dopo di lui, alla distanza di una o due generazioni, dovrà metterci una pezza. Porre rimedio. Colmare questa lacuna» (Eraldo Affinati).

Soprattutto noi cristiani abbiamo un obbligo in più: non siamo uomini che hanno sperato in una Parola? Che ascoltano una Parola, che credono in una Parola?

vinonuovo.it

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Le équipe pastorali, «custodi del fuoco»: dodici persone che possano collaborare stabilmente con il parroco

Dodici persone che possano collaborare stabilmente con il parroco, o comunque un piccolo gruppo che sia «appassionato dello squilibrio». Non tanto «professionisti competenti e qualificati», quanto «cristiani apparentemente come tutti, ma in realtà capaci di sognare, di contagiare gli altri con i loro sogni, desiderosi di sperimentare cose nuove». Non «pensatori isolati», ma gente che ha «voglia di incontrare gli altri», che non si vergogna «di farsi vicina ai poveri» ed «esercitano una certa attrazione sui giovani». Dovranno avere queste caratteristiche i membri delle nuove équipe pastorali, il cui profilo viene delineato in una lettera inviata giovedì 11 luglio ai parroci e ai sacerdoti della diocesi di Roma.

Nel testo, firmato dal cardinale vicario Angelo De Donatis, vengono presentate le novità previste per l’anno pastorale 2019-2020. Innanzitutto, quella della formazione di una équipe pastorale che «possa prendersi cura del cammino di tutti, custodendo la direzione comune e animando concretamente le diverse iniziative». Tutta la comunità cristiana e tutti gli operatori pastorali, si sottolinea, «sono chiamati a mettersi in atteggiamento di ascolto». Quell’ascolto del «grido della città» richiamato anche da papa Francesco. L’équipe «aiuterà la comunità cristiana a portare avanti l’ascolto, lasciando agire il Fuoco che abbiamo invocato insieme nella Veglia con il Papa. Sarà lui a illuminare, a purificare, a scaldare».

Ma ogni fuoco dopo un po’ si affievolisce: l’équipe pastorale è dunque chiamata a «custodire il senso del cammino e ad animarlo, tenerlo vivo all’interno della comunità». In concreto, si tratterà di aiutare gli operatori a progettare l’azione di ascolto, fornendo loro attenzioni, strategie, strumenti; verificare che l’ascolto venga realizzato; sintetizzare quanto raccolto nella fase di ascolto; condividere esperienze e testimonianze con le altre équipe pastorali del territorio; attivare legami con istituzioni e associazioni di zona. Nello svolgere questi compiti l’équipe «sarà supportata dalla diocesi e dagli Uffici pastorali coinvolti».

«Da questo cammino pastorale la nostra Chiesa diocesana ne uscirà più attenta agli altri, più consapevole delle domande profonde delle persone, più convinta della Buona Notizia che è chiamata ad annunziare, più sensibile alle ispirazioni di Dio».

settimananews

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Commento al Vangelo… XX Domenica Tempo ordinario – Anno C

di Ermes Ronchi da Avvenire

Dio non è neutrale e nemmeno la sua pace

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione […]»

Sono venuto a portare il fuoco sulla terra. E come vorrei che divampasse. È stato detto che la religione era l’oppio dei popoli, ottundimento e illusione. Nell’intenzione di Gesù il Vangelo è invece «l’adrenalina dei popoli» (B. Borsato), porta «il morso del più» (L. Ciotti), più visione, più coraggio, più creatività, più fuoco. Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione. Dio non è neutrale: vittime o carnefici non sono la stessa cosa davanti a lui, tra ricchi e poveri ha delle preferenze e si schiera. Il Dio biblico non porta la falsa pace della neutralità o dell’inerzia, ma «ascolta il gemito» e prende posizione contro i faraoni di sempre. La divisione che porta evoca il coraggio di esporsi e lottare contro il male. «Perché si uccide anche stando alla finestra» (L. Ciotti), muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano i veleni degli odi, si chiudono approdi, si alzano muri, avanza la corruzione. Non si può restarsene inerti a contemplare lo spettacolo della vita che ci scorre a fianco, senza alzarsi a lottare contro la morte, ogni forma di morte. Altrimenti il male si fa sempre più arrogante e legittimato. Sono venuto a portare il fuoco, l’alta temperatura morale in cui soltanto avvengono le trasformazioni positive del cuore e della storia. E come vorrei che divampasse! Come quella fiammella che a Pentecoste si è posata sul capo di ogni discepolo e ha sposato una originalità propria, ha illuminato una genialità diversa per ciascuno. Abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali, con fuoco. La Evangelii gaudium invita i credenti a essere creativi, nella missione, nella pastorale, nel linguaggio. Propone instancabilmente non l’omologazione, ma la creatività; invoca non l’obbedienza ma l’originalità dei cristiani. Fino a suggerire di non temere eventuali conflitti che ne possono seguire (Eg 226), perché senza conflitto non c’è passione. Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Un invito pieno di energia, rivolto alla folla cioè a tutti: non seguite il pensiero dominante, non accodatevi alla maggioranza o ai sondaggi d’opinione. Giudicate da voi stessi, intelligenti e liberi, svegli e sognatori, andando oltre la buccia delle cose: «La differenza decisiva non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa» (C.M. Martini). Tra chi si domanda che cosa c’è di buono o di sbagliato in ciò che accade, e chi non si domanda più niente. Giudicate da voi… Siate profeti – invito forte e quante volte disatteso! – siate profeti anche scomodi, dice il Signore Gesù, facendo divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente.
(Letture: Geremia 38,4-6.8-10; Salmo 39; Ebrei 12,1-4; Luca 12,49-53)

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Non fatevi rubare i sogni, sono il futuro. Dialoghi al #meeting 2019

Emilia Guarnieri (Foto archivio Siciliani)

Avvenire

Da dove nasce l’io? Da dove viene il “volto” di ciascuno di noi? Cosa dà peso e significato irriducibile al nostro nome? I versi tratti da una poesia di Karol Wojtyla, che danno il titolo al Meeting 2019, mettono a fuoco il fatto che il proprio nome, cioè la propria consistenza umana, nasce da quello che si fissa, e cioè dal rapporto con un altro da sé.

Nell’edizione del Quarantennale del Meeting saranno soprattutto i convegni che si tengono ogni giorno, alle 15 nell’Auditorium Intesa Sanpaolo B3 a svolgere questi temi, come un filo conduttore della manifestazione. Gli incontri delle 15 coinvolgeranno personaggi di primo piano della politica e della scienza, della cultura e dell’arte su temi che poi ritroveremo in mostre, convegni, spettacoli del Meeting.

L’incontro inaugurale vedrà, come ogni anno, una personalità al vertice delle istituzioni riflettere sulle opportunità che i temi del
Meeting offrono alla crescita sociale del nostro Paese: domenica 18 agosto il presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati parlerà di “Persona e amicizia sociale”, con l’introduzione di Emilia Guarnieri, presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, e del presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini.

SABATO 17 CON AVVENIRE IN EDICOLA UNO SPECIALE DEDICATO AL MEETING 2019

Ecco una anticipazione dell’intervista alla presidente della Fondazione Meeting Emilia Guarnieri

Non fatevi rubare i sogni, sono il futuro: il 19 agosto, Matteo Severgnini, direttore della Luigi Giussani High School di Kampala, dialogherà con il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, partendo proprio dall’appello rivolto da papa Francesco ai giovani nell’incontro dello scorso anno al Circo Massimo.

Emilia Guarnieri, presidente della Fondazione Meeting: il Meeting è nato da uno sogno giovanile, 39 anni fa. Quanto di quel sogno è diventato futuro, cioè presente, e quanto si è perso per strada?

Il Meeting è nato da un impeto, da una passione a comunicare e a testimoniare, cioè a rendere presente la nostra umanità, frutto dell’esperienza cristiana che avevamo incontrato attraverso il carisma di don Giussani. In questo senso tutto quello che ne è nato non è stato un mettere a tema un progetto e trarne le conseguenze operative, ma seguire gli incontri, i rapporti e le evidenze che emergevano man mano da una storia vissuta insieme. La nostra generazione non sognava più un mondo migliore al modo del ’68, in questo senso avevamo già dato, il tempo dell’utopia si era consumato. L’idea del Meeting invece era totalmente legata alla realtà: portare a Rimini le esperienze più belle e vere che potevamo trovare nel mondo e questo penso si sia realizzato. Perciò non mi viene da dire che si sia perso qualcosa, a parte la giovinezza anagrafica, peraltro sostituita da una consapevolezza che dà gusto alla vita.

Quarant’anni fa cosa sognavate?

Alla fine degli anni Settanta l’atmosfera in Italia e nel mondo era segnata da conflitti e contrapposizioni. Penso alla guerra civile libanese, l’Afghanistan, l’Iran di Khomeini, le dittature latinoamericane. In Italia erano ancora aperte la stagione del terrorismo e la ferita della vicenda Moro. Sono anche gli anni però in cui papa Wojtyla gridava con forza di spalancare le porte a Cristo, in una prospettiva non solo individuale ma globale, pensando ai confini degli Stati e ai sistemi politici. Parlare allora di amicizia fra i popoli significava quindi guardare con speranza a tutti i segnali che andavano in direzione di un’Europa riconciliata, di muri da abbattere, di guerre di cui si sperava la fine imminente, di libertà e diritti umani di nuovo praticabili. Se si guarda il programma dei primi Meeting, ciò è evidentissimo.

Lei crede che i giovani del 2019 sognino ancora?

Certo, il cuore non molla mai! Anche se i giovani spesso non hanno il coraggio di riconoscere e di amare la portata infinita del loro desiderio. Anche perché sognare implica assumersi una responsabilità nei confronti del proprio desiderio. Ma noi dobbiamo guardare i giovani con una stima più grande di quella che loro riescono ad avere in sé stessi, perché la meritano. E poi questa non è una generazione di rottamatori, ma al contrario è una generazione che guarda con interesse chi è più grande. Certo, grazie a Dio, non fanno sconti sulla verità di ciò che viene loro proposto.

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Vaticano I cardinali elettori da domani scendono a 118

(a cura Redazione “Il sismografo”)

(LB – RC) Oggi, venerdì 16 agosto, l’arcivescovo emerito di Armagh, Irlanda, Seán Baptist Brady, compie 80 anni e quindi non sarà più cardinale elettore in un eventuale Conclave. Da domani perciò il Collegio cardinalizio avrà solo 118 porporati elettori su un totale di 216 cardinali, vale a dire il 57 %. Il 43% restante corrisponde ai 98 cardinali ultraottantenni e dunque non più elettori.

I cardinali elettori
I 118 cardinali elettori si dividono così:
– 19 porporati creati da Giovanni Paolo II (17%)
– 42 porporati creati da Benedetto XVI (35%)
– 57 porporati creati da Francesco (48%) 
Invece nel caso dei 98 cardinali non-elettori le percentuali s’invertono:
– 53 porporati creati da Giovanni Paolo II (55%)
– 30 porporati creati da Benedetto XVI (31%)
– 15 porporati creati da Francesco (18%)
Il Collegio:
Il totale di cardinale oggi è pari a 216, divisi in tre gruppi uguali:
72 porporati creati da Giovanni Paolo II (33,3%)
72 porporati creati da Benedetto XVI (33,3%)
72 porporati creati da Francesco (33,3%)
***
Entro la fine del 2019 altri 4 cardinali – Telesphore Placidus Toppo, Edoardo Menichelli,  Zenon Grocholewski e Laurent Monsengwo Pasinya – compieranno 80 anni. Tutti i quattro diventeranno ultraottantenni nel mese di novembre prossimo

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Ambiente: plastica nella neve dalle Alpi all’Artico. Studio lancia allarme, urgenti ricerche su effetti salute umana

Dalle Alpi al circolo polare artico, passando per l’Europa continentale, i fiocchi di neve che cadono a terra contengono minuscole particelle di plastica. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista americana Science Advances, in cui gli autori lanciano l’allarme: visto il “significativo inquinamento atmosferico” c’è “urgente necessità di ricerche sugli effetti sulla salute umana e animale concentrandosi sulle microplastiche trasportate dall’aria”. Emerge che le concentrazioni nella neve al Polo nord (stretto di Fram, al largo della Groenlandia, e isole Svalbard), lontano dai grandi centri, sono più basse rispetto a quelle delle Alpi (monte Tschuggen e Davos in Svizzera e Alpi bavaresi in Germania) e del nord della Germania (Brema e isola di Helgoland).

“Nelle aree abitate – si legge – è una pratica comune rimuovere la neve dalle strade e portarla via. I nostri risultati indicano che questi luoghi andrebbero scelti con saggezza per evitare contaminazioni di aree sensibili”.

La ricerca è stata condotta dall’Istituto Alfred Wegener (Germania) e dall’Istituto svizzero di ricerca per la neve e le valanghe. “L’inalazione cronica di microplastiche – scrivono gli studiosi -, specialmente in combinazione con sostanze chimiche assorbite o aggiunte, può portare a rischi per la salute tra cui irritazione respiratoria, alveolite allergica, infiammazione, fibrosi e genotossicità”. Inoltre può contribuire “al rischio di cancro ai polmoni, in particolare dei non fumatori”.

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FESTA DELL’ASSUNTA IN CATTEDRALE: riflessioni di Mons. Caprioli

MARIA CONTEMPORANEA A TUTTI

Il racconto evangelico della visitazione di Maria alla cugina Elisabetta – proclamato il giorno di Ferragosto, festa di Maria Assunta, nella solenne concelebrazione presieduta in Cattedrale dal vescovo emerito Adriano – contiene tre importanti spunti di riflessione. Innanzitutto, mons. Caprioli ha fatto nell’omelia un parallelo tra il “sì” pronunciato dalla Vergine all’annuncio dell’angelo e il “sì” del parroco che accoglie la destinazione stabilita dal suo vescovo in una parrocchia, comunità di persone e di famiglie. Altra caratteristica del comportamento della Madonna è stata la “fretta” con cui da Nazareth si è diretta a Aim Karim dalla cugina per arrivare  in tempo ad assisterla: padre Turoldo definì Maria, proprio per questo, “la frettolosa”. Infine il lungo tempo che la Vergine ha riservato ad Elisabetta fermandosi tre mesi nella sua casa. Mons. Caprioli al riguardo ha ricordato come durante la visita pastorale alle parrocchie della montagna abbia visto tante donne, provenienti da vari Paesi, assistere – nelle loro case piene di ricordi – persone anziane soprattutto donne – anch’esse emigrate in giovinezza a Milano e a Genova per trovare lavoro. Altro tema affrontato dal vescovo Adriano è stato quello degli educatori dei giovani, negli oratori: impegno di una Chiesa, popolo di Dio in cammino. E ha concluso l’omelia richiamando un testo del vescovo Tonino Bello che definisce Maria  “contemporanea a tutti”.

Mercoledì 14 agosto in Santa Teresa mons. Caprioli aveva ricordato nella concelebrazione eucaristica vespertina il dodicesimo della scomparsa di Giovanna Gabbi, insegnante, dirigente di Azione Cattolica, prima consacrata nell’Ordo Virginum, sottolineandone la profonda fede, l’intensa spiritualità, la lettura e la meditazione orante della parola di Dio, la preghiera silenziosa davanti al tabernacolo.

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Europa Per una patria europea. Un intenso saggio dell’arcivescovo Bruno Forte

L’Osservatore Romano

(Michele Giulio Masciarelli) Sempre più ricco e vivace si va facendo il dibattito sull’Europa che comprende anche il problema di come chiamarla. Va da sé che non si tratta di un problema nominalistico, ma dello sforzo di trovare, oltre l’attuale nome di Unione, il nome più giusto, più promettente e più adatto per indicare quello che essa può, vuole e potrebbe saggiamente diventare.
Perché non proporsi una patria europea?
Interviene da ultimo, nell’interessante dibattito sull’Europa, l’arcivescovo Bruno Forte, adottando un titolo per un suo aureo libretto: la definizione che Alcide De Gaspari, sessantacinque anni fa, diede per l’Europa come sua auspicabile forma politica. Nella Conferenza parlamentare europea del 21 aprile 1954, egli chiamò il suo intervento: «La nostra patria europea». Sostanzialmente questo titolo è stato scelto da Forte per il suo recente scritto La patria europea (Brescia, Morcelliana, 2019, pagine 41, euro 7).
L’autore si pone sulla scia di Papa Francesco nel sottolineare la dignità dell’uomo su cui la patria europea deve costruirsi. Come il Papa insiste sul fatto che l’Europa non possa ridursi a un insieme di regole da osservare o a un prontuario di procedure da seguire, mentre «ha sottolineato come lo spirito di servizio e la passione politica dei Padri fondatori dell’Europa unita nascessero da una precisa e condivisa consapevolezza». Forte sottolinea soprattutto come dai discorsi di Papa Francesco venga, di fatto, l’indicazione e l’invito a percorrere le strade miti della cultura, dell’educazione delle migliori tradizioni religiose per continuare quello che più serve: offrire forti motivazioni al desiderio da suscitare di costruire la patria europea.
“Patria europea” non in senso populista

Forte sviluppa sua riflessione partendo, in sostanza, da due domande sottintese: se esista, almeno a livello tendenziale, una comunità di europei (politica, culturale), oltre quella economico-finanziaria che ne è la figura almeno predominante; se la prospettiva di una patria europea sia realisticamente proponibile. Il suo argomentare, in favore di questa prospettiva si misura, poi, con le obiezioni contrarie o con l’indifferenza a tale prospettiva.
L’onda populista, che poco ha a che vedere con il corredo di sensi implicato nell’espressione “Europa dei popoli”, è connotata da correnti gelide pericolose: anzitutto, muta la giusta atmosfera che serve all’attuale discorso sulla casa “comune europea”, come pure spesso ci si esprime; inoltre, nasce un grave problema circa l’alterazione della forma democratica di società, che finora è stata la saggia scelta ed era il felice destino dell’Europa, a motivo di un etnicismo mitizzato e ideologizzato (paurosa eco di terribili ideologie del Novecento di mezzo), che opta per la cosiddetta «democrazia organica» poggiata su un fondamento etnico rigidamente omogeneo (cfr. Alain de Benoist, Democrazia, il problema, Roma, Editrice Pagine, 2017).
Il mondo cristiano non può non turbarsi dinanzi a un simile scenario che vede un’opposizione all’idea umanistica di democrazia cristianamente ispirata che, come è noto, si basa invece su diritti umani pre-statali, germinati dalla realtà della persona umana e ancorata alla sua singolarità, all’apertura all’altro e alla comunità di uomini liberi (cfR. J. Maritain, Cristianesimo e democrazia, Vita e Pensiero, 1977). Questa idea di società civile e politica basata sulla persona era matrice ispirativa nell’Ottocento europeo, quando s’è presa a elaborare l’idea di patria. In quei decenni il cattolico Antonio Rosmini Serbati offriva l’idea più personologica all’idea di società, affermando che la persona non ha diritti, ma è «lo stesso diritto sussistente» (“ipsum ius subsistens”).
Le insidie del “tempo liquido” per la “patria europea”
Il libro di Forte mira a riportare alla saggia soglia delle intenzioni dei padri dell’Europa. La volontà è quella di risvegliarle e di ritornare alle pacate e profetiche parole di De Gasperi che, nella ricordata Conferenza parlamentare europea, indicavano nell’unità-diversità dell’Europa la condizione necessaria per il suo futuro: pace, progresso e giustizia sociale. La ripresa di quegli ideali è passata già attraverso il nome di “Unione europea”, ma oggi, sotto la pressione paradossale di un contesto liquido (e dunque debole), si sente il bisogno di legarli a un nome più impegnativo ed esigente: la Patria europea.
Più di una generica crisi dell’Europa, è urgente affrontare i problemi che pone il contesto specifico della “liquidità” in cui l’Occidente vive. È quello che fa Bruno Forte ponendosi il problema di come pensare la possibilità della patria europea «nell’era delle appartenenze fluide». Egli ricorda che nella “modernità liquida” i modelli sociali sono mutevoli e volubili; in più, paiono essere troppi, in contrasto stridente fra loro e con le matrici ispiratrici. La “liquidità”, come è noto, è la metafora e forse il simbolo scelto dal sociologo-filosofo polacco Zygmut Bauman per rappresentare e interpretare le attuali forme dell’antropologia, delle visioni della vita, delle grandi intraprese umane (cultura, politica) e perfino dei fondamentali sentimenti umani, come l’amore).
La metafora-simbolo di Bauman pervade l’intera esistenza, che è pertanto segnata da condizioni di continua incertezza, come mostra nei suoi libri (cfr. Modernità liquida, 2002; Paura liquida, 2008; Vita liquida, 2008; Vite di corsa. Come salvarsi dalla tirannia dell’effimero, 2009). Tutto questo qualifica anche le configurazioni sociali e politiche, come pure, almeno sulle prime, crea problemi sulla ricerca della ricerca identitaria dell’Europa e del suo poter diventare una patria.
Tuttavia, la «liquidità», per Forte, dissolve concezioni anchilosate di patria, ma lascia aperta la possibilità di una patria diversamente pensata: «Se si va diluendo il concetto ristretto di patria, caro alle forze in gioco nel secolo scorso, è allora legittimo chiedersi in che misura possa esserci ancora una valenza dell’idea di patria e in particolare se e in che misura quest’idea possa essere applicata alla “casa comune europea”».
Una risposta resiliente al “tempo liquido”
I dubbi restano, tante domande incalzano. Come può essere possibile pensare, progettare, costruire una “patria europea” nel mezzo di processi sociali cangianti, deboli, contradittori, come quelli che caratterizzano la Babele post-moderna così frastornante e frivola, così gassosa, sfuggente e “liquida”? Come ci si può impegnare in una intrapresa politico-culturale-giuridica così complessa e faticosa, quando si è in un “tempo liquido” nel quale tutto nasce facilmente e tutto facilmente si rompe e finisce? Come non considerare come “impedimenti dirimenti” (direbbe un canonista cattolico) le conseguenze che un simile tempo comporta: la labilità dei propositi, dei rapporti, delle decisioni di chi dovrebbe compiere tale impresa colossale?
Insomma, la possibilità di una nuova patria è davvero nella condizione di realizzarsi o è destinata a spegnersi dentro il perimetro del desiderio? Anche la risposta a questa domanda per Forte non è solo positiva, ma caratterizzata da vincente resilienza: «La risposta mi sembra non possa essere che positiva, a condizione di riconoscere la forza dei cambiamenti avvenuti e di rimodulare il concetto stesso di patria su nuovi orizzonti e più vasti confini. Due livelli vanno messi in evidenza: il primo è quello universale del “villaggio globale”, cui tutti apparteniamo». Forte completa la sua risposta in una prospettiva esplicitamente cristiana e teologica. «Si tratta di sviluppare e alimentare — scrive — in ognuno un respiro universale, “cattolico” nel senso originario di questo termine (dal greco kath’ólou: «secondo il tutto», «conforme alla totalità»), e dunque una coscienza alta e profonda di appartenere tutti a un destino comune, in cui nessuno potrà essere indifferente agli altri o irrilevante per loro».
Una conclusione triadica
Dinanzi alla domanda che tormenterà, ancora a lungo e molti, circa la possibilità di fare dell’Europa una patria, non dovrà mai essere chiuso lo spazio della speranza. In concreto questa si articola in pochi tracciati comportamentali.
1. Curare le “radici cristiane”. Forte avverte che parlare di “radici cristiane” dell’Europa potrebbe diventare «un richiamo generico e perfino meramente ideologico, se non si spinge lo sguardo fino alla più originaria novità cristiana, che è quella dell’inaudito avvento di Dio nella storia degli uomini, come inizio e fondamento di una speranza capace di cambiare il mondo e la vita». Evidentemente questo è un richiamo valevole prevalentemente per i cristiani, la cui testimonianza, però, potrà avere influenze anche fuori della comunità credente.
2. Non perdere il centro. Il centro del discorso societario, politico, giuridico e di quello sulla Patria europea è la persona. «L’idea di “persona”, che è alla base di ogni affermazione del valore assoluto dell’essere umano unico e singolare, la concezione della storia come aperta verso un progresso possibile e orientata verso una meta sperata, la fondazione dell’etica in una rete di relazioni di reciprocità, che partono da quella col Dio personale, sono senza dubbio frutto dell’ingresso del Vangelo nel tessuto vitale dei popoli europei, valori che hanno così permeato l’ethos dell’Occidente da caratterizzarlo inconfondibilmente».
Come Forte, anche un altro teologo conchiude il suo discorso sull’Europa con un approdo al Vangelo, anzi col riferirsi a una delle sue pagine più alte: «Se (…) dovessimo scegliere una delle Beatitudini, quella più adatta al lavoro per un’Europa riconciliata e dinamica, sceglierei volentieri la beatitudine della mitezza: “Beati i miti perché erediteranno la terra”. La mitezza, in effetti, viene da una lotta determinata e tranquilla contro tutte le violenze. (…) Il Vangelo ci annuncia che questa determinazione dolce ci garantirà il possesso per eredità della terra: non un possesso sul quale mettere le mani ma una signoria che mette tutto a disposizione di tutti. Una Europa vera sarebbe, dunque, una Europa della mitezza» (Ghislain Lafont, Il futuro è nelle nostre radici. La novità del Vangelo nell’Europa del terzo millennio, 2005).
3. Aprirsi alla “Tenda planetaria”. L’Europa è una patria, ma non l’unica né la più grande. Dall’Europa si va alla Tenda planetaria: «Ritrovare l’amore alla “casa comune” europea e avvertirne il fascino e il conseguente compito non solo verso i cittadini europei, ma anche verso l’umanità intera, cui l’Europa ha offerto concetti e valori fondamentali come quelli di “persona” o di “progresso”, è urgenza che deve vederci impegnati tutti, nessuno escluso. La “patria” europea ci chiama a un rinnovato impegno al servizio della pace e della giustizia per l’intero pianeta».
Il breve e intenso testo di Bruno Forte (i libri non si valutano a peso di carta), come è ben’apparso, ha suscitato la spinta per un’articolata riflessione, per così dire ha portato lontano, facendo riflettere anche su una lontananza amara: è apparso chiaro che negli ultimi decenni ci si è allontanati dalle matrici umanistiche e cristiane (storicamente innegabili), perdendo, così, una fonte sapienziale importantissima nel pensare, nel decidere, nell’operare di un’Europa che avrebbe avuto più fortuna e dignità se avesse cercato d’impegnarsi in qualcosa di più alto e promettente che non fosse soltanto un set minimo di valori universali (cfr. Joseph H. Weiler, Un’Europa cristiana. Un saggio esplorativo, 2003).
Ma non c’è da scorarsi. Quello che non è stato, può accadere ancora, magari in forme diverse e in quelle possibili per il tempo presente. Questo l’insegna la storia e l’intuisce la speranza.
L’Osservatore Romano, 14-15 agosto 2019
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Per la festa dell’Assunzione di Maria

L’Osservatore Romano
(Carolina Blázquez Casado) Il mistero della Glorificazione di Maria in anima e corpo in cielo è stato l’ultimo dogma mariano proclamato solennemente — nella data relativamente recente del primo novembre 1950, per opera di Pio XII — ma la certezza che il corpo di Maria, la Madre di Gesù, non sperimentò la corruzione e perciò gode in pienezza, come prima creatura e anticipo del nostro destino, dei frutti della Risurrezione di suo Figlio nella totalità della sua umanità, è antichissima e risale agli inizi del cristianesimo.
Il primo scritto cristiano che affronta questo tema è datato tra IV e V secolo, ma contiene esso stesso materiale più antico, elaborato, secondo alcuni studiosi, già nel II secolo. Stiamo parlando dell’apocrifo intitolato il Transito di Maria e attribuito per secoli a Melitone di Sardi per la sua forte impronta teologica della tradizione antiochena. Questa scuola patristica era caratterizzata da un pensiero profondamente semitico, lontano dai paradigmi filosofici greci, e in aperta polemica con le tesi gnostiche, al punto tale da elaborare un’interessantissima teologia della carne, ovvero quella che oggi chiameremmo un’antropologia “a partire dal corpo”, sottolineando come, in virtù del Mistero della creazione in Cristo e dell’Incarnazione del Verbo, la materia — e in concreto la carne dell’uomo — sia stata scelta da Dio come spazio teologico per eccellenza, in cui depositare e irradiare la grazia della salvezza.
Un altro dato da osservare in relazione all’importanza di questa festa è la sua celebrazione liturgica nella data del 15 agosto. Nelle Chiese Orientali abbiamo notizia di questa celebrazione già a partire dal IV secolo, col nome di “Memoriale di Maria”; in Occidente, dal Medioevo in poi essa è citata con formulari specifici. Nel settimo secolo essa viene istituita nella liturgia romana e in seguito anche negli altri riti occidentali: per esempio nella liturgia ispano-mozarabica nel nono secolo essa si celebra ufficialmente, ma già dal settimo secolo si allude al tema dell’Assunzione di Maria nella liturgia dell’apostolo Giovanni, in cui verginità e incorruzione della carne appaiono connessi in modo interessante.
Questa festa pertanto è stata sempre celebrata dopo la chiusura del ciclo pasquale che introduce il cristiano nella pienezza della rivelazione grazie all’effusione dello Spirito Santo nella Pentecoste. Dio ha riversato il Mistero della sua Vita su questo mondo fino all’estremo, in un lungo e paziente gesto di “svuotamento” — lungo quanto la storia della salvezza — il cui frutto è quello che i Padri della Chiesa chiamano lo “scambio felice”: poiché Dio ha assunto la carne dell’uomo fino alle ultime conseguenze, questa carne si apre ad accogliere lo Spirito; poiché Dio ha “rotto” la sua trascendenza per avvicinarsi all’uomo, si è aperta la via attraverso la quale l’uomo può entrare nella vita divina. Questo disegno di salvezza si è realizzato in Maria, superando la costante tentazione gnostica o razionalista, e si è compiuto nella fragilità della sua carne, perché è proprio nel corpo di Maria che si è consumata definitivamente l’unione tra Dio e l’uomo.
Non esiste un’altra festa cattolica in cui la natura della Tradizione, vero canale della rivelazione divina, e il senso della fede proprio del popolo di Dio, salvaguardia della verità rivelata, si manifesta con maggiore chiarezza; in cui la stima e il rispetto della fede cristiana per la carne, il corpo e il creato siano più esaltati e vi si esprima con più limpida bellezza la relazione intima tra il principio apostolico e il principio mariano su cui si costruisce la Chiesa.
In un paese della Spagna orientale già sono cominciati i preparativi per l’imminente rappresentazione dell’unico auto sacramental — una forma di dramma religioso tipica del teatro spagnolo a partire dal Seicento — che per un privilegio speciale di Urbano VIII si continua a rappresentare all’interno di una chiesa, la basilica minore di Santa Maria di Elche. Quest’opera s’intitola il Mistero di Elche: in valenciano, la lingua in cui è scritta la quasi totalità dei versi, I Misteri d’Elx. Di origine medievale, riprende la tradizione teologica, liturgica e spirituale sull’Assunzione di Maria comune a tutto il bacino del Mediterraneo. Se i versi sono straordinari per profondità teologica e bellezza poetica, il canto che li accompagna è meraviglioso e commovente. Le melodie di ispirazione orientale, con una grande influenza corsa, introducono in profondità nel mistero.
L’opera — che viene messa in scena ogni 15 agosto e, negli anni pari, anche nella data di proclamazione del dogma dell’Assunta — si sviluppa in due atti. Nel primo, Maria riceve, come in una nuova Annunciazione, la notizia della sua prossima morte e per questo motivo, mossi da una spinta o da una forza interiore che non sanno spiegarsi, tutti gli apostoli si mettono in cammino dai confini della terra in cui si erano dispersi per annunciare la buona notizia del Vangelo. Si tornano a incontrare con stupore e sorpresa quando si accorgono di essere stati tutti misteriosamente chiamati a Gerusalemme, convocati intorno al letto di Maria per accompagnare il suo transito ed essere testimoni della sua glorificazione in Cielo. È un punto di straordinaria tenerezza e bellezza perché Maria per loro è l’ultimo segno, la memoria viva della presenza di Gesù sulla terra. La rappresentazione è una vera espressione credente della relazione intima che esiste tra Maria e la Chiesa, tra il principio mariano e il principio petrino: e della primazia del primo sul secondo. Maria infatti ci precede, perché grazie all’accoglienza fedele della Parola nella buona terra della sua umanità, il seme del Verbo ha portato frutto in tutto il suo essere Donna, fino a fare di Lei la «Terra del Cielo».
L’Osservatore Romano, 14-15 agosto 2019
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