Facciamo un presepe vivente

Quest’anno accanto alla grotta c’è un nuovo popolo di “scartati”, che cerca riparo ai bordi delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente. Riprendiamo l’editoriale firmato qualche giorno fa dal direttore di “Avvenire”: ci è sembrato particolarmente significativo anche per il nostro “Tema del mese”

Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe (Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del “sì” che tutto accoglie e tutti salva e dei “no” che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce.

Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di “scartati”, che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente. Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un “luogo” che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I “rifugiati” sì, i “protetti” no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà.

Si può essere certi che il ministro dell’Interno, come i parlamentari che hanno votato e convertito in legge il suo decreto su sicurezza e immigrazione, non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla “la Legge della strada”. Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina. È un fatto: la nuova “Legge della strada” già comanda sulla vita di centinaia di persone che diverranno migliaia e poi decine di migliaia. Proprio come avevamo avvertito che sarebbe accaduto, passando – ça va sans dire – per buonisti e allarmisti.

Eccolo, allora, davanti ai nostri occhi il presepe vivente del Natale 2018. Allestito in una fabbrica dell’illegalità costruita a suon di norme e di commi. Campane senza gioia, fatte suonare per persone, e famiglie, alle quali resta per tetto e per letto un misero foglio di carta, che ironicamente e ormai vuotamente le definisce meritevoli di «protezione umanitaria». Ma quelle campane tristi suonano anche per noi.

P.S. Per favore, chi ha votato la “Legge della strada” ci risparmi almeno parole al vento e ai social sullo spirito del Natale, sul presepe e sul nome di Gesù. Prima di nominarlo, Lui, bisogna riconoscerlo.

in vinonuovo.it

Nutrire la speranza / Avvento

Preparate la via del Signore – proclama il Battista – e, nella prospettiva che stiamo seguendo in queste riflessioni, potremmo tradurre questo invito così: «Seminate segni di speranza»!

Preparare la via al Signore

Il messaggio dei profeti ha sempre due facce: denunciare ciò che ammala il mondo e incoraggiare con la promessa di un cambiamento che, se ci dà fiducia e sicurezza in Dio, perché è lui il Bene che tende a diffondersi per guarire i guasti intervenuti nel creato, chiede però anche di materializzarsi in azioni nostre mirate a curare le ferite dell’umanità che producono dolore e sconforto.

La fiducia in Dio si rigenera di continuo nella preghiera, che è insieme lode e supplica, con la prima come fonte e traguardo della seconda; la fiducia nell’umanità si nutre e si sostiene con tutti quei gesti di benevolenza e gratuità, dati e ricevuti, che regalano consolazione e gioia.

Nella segmentazione seguita dal Lezionario, il passo che invita a «preparare la via del Signore» è collocato nella seconda domenica, ma è meglio leggerlo insieme e come premessa a quanto è previsto per la terza, che continua il messaggio in figure, letto domenica scorsa, con tre indicazioni estremamente pratiche.

Il messaggio in figure, ripreso da Is 40,3-5, si dispiega così: burroni che vanno riempiti e monti che devono essere abbassati, vie tortuose da rendere diritte, e quelle impervie da spianare. Se poi si vuole sperimentare in concreto la stupenda intensità emotiva di queste figure, si ascolti l’aria “Every valley” con cui Handel apre il suoMessia (se ne veda un’analisi in D. Pezzini, Cantate Domino, p. 66-68).

Sono quattro indicazioni che si possono facilmente tradurre in comportamenti morali: sollevare dalla depressione chi è scoraggiato e langue sul fondo, abbattere l’orgoglio di chi si sente padrone delle alture, superare nella rettitudine ogni tortuosità, ipocrisia e ambiguità e, infine, facilitare il cammino di chi intende seriamente muoversi verso il Signore, per esempio, non caricandolo con pesi insopportabili (cf. Mt 23,4; Lc 11,46), che è poi una versione del «non scandalizzare i piccoli» (Mt 18,6), che vuol dire ben di più di quanto solitamente si intende, perché indica l’attenzione a non rendere difficile la fede a chi è già fragile di per sé! Un bel programma, che altro non è se non un invito a riprodurre nella nostra vita l’immagine stessa di Dio, resa visibile nel volto di Gesù (cf. Gv 1,18; Rm 8,29; 2Cor 3,18; Col 1,15).

E, alla fine, lo splendido dilatarsi della promessa, rilevato solo da Luca: e ogni carne vedrà la salvezza di Dio! Il termine carne dice tutta la fragilità della creatura, che sarebbe meglio sottolineare invece che sostituirlo, come fa il messale, con il più generico uomo.

In Luca 3,10-18, letto in questa terza domenica di Avvento, le figure si concretizzano in tre comportamenti pratici che formano una sorta di schema catechetico facile da ricordare, e che soprattutto rispondono alla domanda che di solito viene spontanea quando si sente illustrare un bel progetto, diciamo un bell’ideale: «Cosa dobbiamo fare?». Sono scelte tre categorie di interlocutori, a loro modo emblematiche: le folle, i pubblicani, i soldati.

La cupidigia

La prima è la più generale, e rappresenta chiunque, per cui la risposta diventa tanto più significativa.

Il primo grande segno di speranza da seminare per guarire un mondo malato è dunque il più importante: dice che contro l’istinto padronale e la cupidigia che da esso deriva, e che genera desideri che – come si è visto – sono quasi sempre illusori e fallaci, c’è solo una risposta efficace e convincente: la condivisione! Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto.

Dietro questa disponibilità a dare sta un sentimento profondo che ha una base antropologica: niente è davvero “nostro”, e dunque questo istinto radicato di possesso/proprietà, che nasce certo dalla nostra “nudità” primigenia mirabilmente sintetizzata da Giobbe 1,21, va governato e trasfigurato in disponibilità al dono.

Ricordiamo il già citato radix omnium malorum cupiditas (1Tm 6,10), e la cupidigia, poi diventata nella lista dei sette vizi capitali «avarizia», è non solo il più radicato, ma il più resistente dei vizi. Lo ricorda un bel dramma inglese medievale, il Castello di perseveranza (XV sec.) in cui l’uomo, assediato dai vizi/diavoli nella rocca dove vive difeso dalle virtù, riesce a sconfiggerli tutti tranne uno, la cupidigia, appunto, che, alla fine, rischia di sconfiggere lui!

Era letteratura per la borghesia di città, con in testa i mercanti, e la dura condanna del pericolo delle ricchezze non è un caso: si ricordi Francesco d’Assisi.

La poetessa inglese Elizabeth Jennings (1926-2001) inizia così una bella poesia dal titolo Oltre il possesso: «Le immagini recedono, la rosa ritorna / a ciò che era prima che la guardassimo. / Togliamo lo sguardo da dove l’acqua scorre / ed è di nuovo un puro fiume, non scriviamo / nessun segno sugli alberi. Un modo di vivere nuovo / comincia dove non c’è bisogno di schiacciare / i petali per avere il profumo della rosa / o di marcare i nostri lineamenti là dove l’acqua scorre» (La danza nel cuore delle cose, Àncora, Milano 2007, p. 37).

La disponibilità a donare e a condividere mi pare sia il corrispettivo pratico di ciò che il card. Martini ha qualificato come «la dimensione contemplativa della vita», dove per “contemplazione” si intende non solo, o non tanto, una forma di preghiera, ma un atteggiamento del cuore non aggressivo, traducibile nel saper “guardare” senza il bisogno di “rapire” o di “possedere”, ma godendo semmai con gratitudine della bellezza che ci si offre gratuitamente. È questo il lato affascinante della “povertà”!

L’ingordigia

La seconda risposta rivolta agli esattori delle tasse ha ancora a che fare con i beni, e intende battere in breccia quell’aspetto della cupidigia che è l’ingordigia: Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato. Viene subito in mente quell’invito alla moderazione e alla sobrietà espresso in 1Tm 6,7-8: Non abbiamo portato nulla nel mondo, e nulla possiamo portare via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci.

Credo che su questo i cristiani abbiano grosse responsabilità nel mondo d’oggi, dove l’istinto dell’accumulo di beni e la dilagante corruzione che ne deriva sono ormai una parte rilevante di tanti discorsi fatti da giornali e TV, che nutrono tanti egoismi, magari aizzati da certi comportamenti della politica (si pensi a come sono giudicati e trattati i migranti), contro i quali vanno sostenute e rafforzate quelle iniziative, piccole ma coraggiose, che sono una vera seminagione fruttuosa di segni di speranza che accendono un po’ di luce in un mondo che pare declinare irrimediabilmente verso una notte (Vergente mundi vespere, canta l’inno d’Avvento) che farà male a tutti. Fa parte della medesima responsabilità testimoniare un atteggiamento mentale e pratico verso il creato che non sia predatorio, ma risponda invece al comando di coltivare e custodire il giardino di Eden (Gen 2,15) nel quale Dio ha collocato l’uomo fin dalle origini.

La prepotenza

La terza e ultima risposta data ai soldati intende battere un’altra radice perversa, la prepotenza, che è una forma che prende il potere in chi lo gestisce come dote di cui non deve rendere conto a nessuno, spingendo chi si trova in una situazione di privilegio ad approfittarne per rifarsi su chi è più debole: Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe.

Il male è diffuso, dalle mazzette negli appalti ai giochi sporchi delle banche, dalle mille furbizie usate per ingannare e derubare fino alle forme odiose di un imperversante bullismo. Qui la luce che guarisce il mondo è la mitezza e il rispetto, oltre alla sobrietà, che, in qualche modo, riprende quanto già detto nella seconda risposta.

È il caso di ricordare, quando il cielo della società in cui viviamo si fa troppo grigio, e la speranza va in cristi, almeno l’esempio, di cui si parla sempre troppo poco, delle tante forme di volontariato che spuntano un po’ dovunque, dove significativamente sono numerosi i giovani, credenti e non, e che sono un potente incoraggiamento a sperare nel futuro.

Mi sono spesso chiesto perché – come si sente spesso ripetere – il bene non fa notizia, e sia invece più spesso il male a stuzzicare la curiosità. Forse proprio anche questo è un segno della nostra radicale proclività a muoverci verso il “nulla” di cui parlava Aelredo nel passo riportato. In ogni caso, se vogliamo collaborare a “guarire” il mondo malato, mostrando nei fatti che cosa comporta la “venuta” e la presenza di Cristo che siamo chiamati a preparare, rimane compito imprescindibile del discepolo il gettare ovunque semi di speranza, il tenere aperte lefessure in tutti i muri che si alzano, lo spargere su una terra inaridita un po’ di rugiada che scende dal cielo, perché anche dalla terra, e sulla terra, germogli il Salvatore.

settimananews

Sinodalità e coinvolgimento

Tra i cattolici meno informati sulle questioni teologiche si può diffondere la convinzione che il tema della sinodalità, fortemente rilanciato da papa Francesco, sia qualcosa di molto recente, lontano dalla prassi secolare della Chiesa cattolica, nella quale invece le decisioni sarebbero state assunte autonomamente dall’autorità ecclesiastica.

In realtà, anche se il termine “sinodale” è stato effettivamente rilanciato solo negli ultimi decenni, a seguito del rinnovamento conciliare, la pratica ecclesiale che esso indica, cioè la necessità di consultare tutti membri di una comunità prima di arrivare ad una decisione importante che la riguarda, affonda le sue radici nell’ecclesiologia neotestamentaria e patristica.

Una prassi antica

In modo particolare, poi, questo stile ha assunto un profilo giuridico nel medioevo, quando la sinodalità è stata interpretata da un principio del diritto romano. A questo riguardo, così si esprime il documento della Commissione teologica internazionale La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa: «Il rinnovamento della vita sinodale della Chiesa richiede di attivare processi di consultazione dell’intero popolo di Dio». «La pratica di consultare i fedeli non è nuova nella vita della Chiesa. Nella Chiesa del Medioevo si utilizzava un principio del diritto romano: Quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet (ciò che riguarda tutti dev’essere trattato e approvato da tutti). Nei tre campi della vita della Chiesa (fede, sacramenti, governo), la tradizione univa a una struttura gerarchica un regime concreto di associazione e di accordo, e si riteneva che fosse una prassi apostolica o una tradizione apostolica» (Commissione teologica internazionale, Il “sensus fidei” nella vita della Chiesa, 2014, n. 122). Questo assioma non va inteso nel senso del conciliarismo a livello ecclesiologico né del parlamentarismo a livello politico. Aiuta piuttosto a pensare e ad esercitare la sinodalità «nel seno della comunione ecclesiale» (n. 65).

Secondo questo passaggio, l’attivazione di processi di consultazione dell’intero popolo di Dio non è ancora avvenuta in modo soddisfacente, dal momento che essa viene indicata come la condizione auspicata per rinnovare la sinodalità all’interno della Chiesa. Soprattutto, però, si afferma che, nella Chiesa medievale, proprio questa sinodalità era una prassi ben attestata e, in un certo qual modo, normata giuridicamente. In questo periodo non si è avuto timore di rifarsi al diritto romano – dunque, ad un sapere “laico” – per interpretare e vivere un aspetto caratteristico dell’identità ecclesiale come quello sinodale.

In effetti, l’affermare che «ciò che riguarda tutti deve essere trattato e approvato da tutti» è un modo chiaro per declinare in concreto il fatto che nella Chiesa, che non è una democrazia ma una comunione, ciascuno ha il dono dello Spirito Santo e il senso di fede, e quindi può e deve contribuire attivamente al discernimento della verità dottrinale e delle scelte pastorali.

Portavoce di differenti opinioni

Questo principio ha un valore molto importante anche per noi. Esso potrebbe aiutarci ad evitare un’esperienza molto sgradevole che non di rado si può subire ancora oggi nelle comunità cristiane, ovvero quella di venire a conoscenza di decisioni importanti che riguardano tutti, ma che sono state prese da qualcuno “a porte chiuse”, talora addirittura da figure non ben identificabili.

In alcuni casi, poi, questa situazione può essere motivata da un presunto consenso della comunità (“si è deciso, tutti d’accordo…”), anche se non si riesce a capire quando e come questo consenso sia stato rilevato.

In tali circostanze non solo si può legittimamente restare perplessi davanti alla scelta fatta e alla modalità del percorso decisionale, ma si può anche pensare di disporre di argomentazioni molto convincenti che, se si fossero potute presentate a chi di dovere, avrebbero probabilmente orientato verso soluzioni migliori.

Il principio in questione, però, non si limita solamente a richiedere che avvenga una consultazione effettiva di coloro che sono toccati da una decisione, ma anche che tutti possano esprimere il loro parere. Anche se normalmente non è possibile consultare ogni membro di una comunità, per cui bisogna procedere attraverso organismi di rappresentanza (come i consigli pastorali), è comunque necessario che ciascuno veda la sua opinione correttamente capita e rappresentata nel dibattito. Per questo non è sufficiente radunare una commissione o un consiglio per dire di aver attivato uno stile sinodale, ma occorre pure che i suoi componenti, oltre che competenti sulle questioni da trattare, siano effettivamente capaci di essere portavoce delle differenti opinioni della comunità, incluse quelle meno popolari. In caso contrario, ciò che riguarda tutti sarebbe comunque trattato e approvato solo da pochi.

Una corretta applicazione della prassi sinodale

Inoltre, se occorre superare una visione monarchica del pastore, che gli riconosce il diritto di prendere le decisioni in modo autoreferenziale, non deve neppure capitare che i membri di un organismo di rappresentanza si pensino come un’oligarchia elitaria che può esercitare un potere autonomo e indiscusso.

A volte, però, nel momento in cui un pastore mostra di fidarsi delle conclusioni di un consiglio o di gruppo di lavoro, può succedere che gli altri membri della comunità guardino con apprensione all’esito di questo percorso, come se avvertissero il pericolo di dover subire decisioni calate dall’alto da parte di questo organismo. In realtà, l’ultima istanza deve sempre restare il discernimento personale del pastore.

Da questo punto di vista, è evidente che la sinodalità non può mai essere una via d’uscita praticabile per ministri fortemente indecisi, che cercano volentieri di far stabilire da altri ciò che essi non riescono a scegliere.

La condizione per verificare la qualità di un processo sinodale mi pare essere la trasparenza, secondo lo stile che papa Francesco ha cercato di imprimere ai recenti sinodi dei vescovi. Quando questo processo si è concluso, tutti i membri della comunità dovrebbero aver capito bene il problema esaminato, aver riconosciuto il proprio punto di vista tra le soluzioni che sono state oggetto di ampia e serena discussione, ed essere stati informati in modo comprensibile delle motivazioni per le quali il pastore ha preso personalmente, sotto la sua ineludibile responsabilità, determinate decisioni.

settimananews

Natale. Il presepe è avanguardia per tradizione, ed è sempre più popolare

Il presepe è avanguardia per tradizione, ed è sempre più popolare

Non c’è niente di più tradizionale del presepe? No: non c’è nulla che sia più d’avanguardia. Pensiamoci: fu azione di novità assoluta il primo presepe, quando Francesco a Greccio fece crollare il diaframma tra uomo e storia sacra. Il presepe poi, in virtù di questo “dna del presente”, ha saputo vestirsi con i panni di ogni epoca e terra che ha attraversato. Lo abbiamo visto realizzato con ogni tecnica, anche sperimentali o solo bizzarre, e in tutte le ambientazioni possibili: le più azzardate, le più drammatiche. E la scena della Natività non solo non si scompone mai ma è disponibile a inglobare ogni novità: flessibile, malleabile e resistentissima resta sempre, inequivocabilmente “presepe”.

Vogliamo andare fino in fondo sul presepe come avanguardia? I presepi viventi sono performance collettive, in cui spesso arte e vita si sovrappongono. È gioco serissimo per grandi e bambini, che usa medium in- soliti: la stagnola è senza dubbio acqua e un la farina è neve. È uno spazio in cui ogni norma proporzionale collassa mentre il tempo esce dal suoi perni tra simultaneità di epoche e immobilità metafisica. E nessuno alza il dito per contestare. Il presepe è il paradigma di “opera aperta”: dati gli stessi elementi a ogni giro è diverso; oppure: ogni anno si amplia di un pezzetto. Un’espansione virtualmente infinita.

È così anche il presepe di Francesco Londonio, recentemente donato al Museo diocesano Carlo Maria Martini di Milano e che da oggi e fino al 10 gennaio è presentato (per la prima volta in pubblico) al Palazzo Pirelli. Gioiello di un Settecento intimo e famigliare, è costituito da sessanta figure dipinte e ritagliate su carta: da comporre e ricomporre a piacimento. Maria con il Bimbo, i Magi, i pastori, madri contadine con i figli, paggi, zampognari, vacche e capre, quinte sceniche. Gli elementi esotici sono solo la spruzzata necessaria per dare un aroma più speziato al dolce tono dell’Arcadia: tutto il resto è purissimo mondo lombardo, anzi brianzolo. Londonio, specializzato in scene campestri e in presepi, realizzò l’opera (anzi, le opere: perché qui si riconoscono almeno tre nuclei presepiali) negli anni 70 e 80 del Settecento per il conte Giacomo Mellerio e la sua villa del Gernetto a Lesmo. Non è un fatto isolato.

Nelle ricche dimore dalla Milano dei Lumi era prassi comune allestire presepi di carta nel tempo di Natale (anche Appiani, attestano le fonti, ne dipinse uno). Tra Londonio e Mellerio correva rapporto saldo di stima e amicizia e l’artista, anche con il contributo della bottega, dovette implementare le silhouette nel corso degli anni. Figure fragili, furono usate fino ai primi decenni del Novecento e quindi appese in alle pareti. Forma di devozione privata, con la donazione al Diocesano di Anna Maria Bagatti Valsecchi, diventano patrimonio della comunità: di cui il presepe, dopo tutto, è sempre stato uno specchio. Sempre se stesso perché sempre nuovo: ecco, questa è davvero tradizione.

Avvenire

I ragazzi di oggi pregano anche online

La conferenza stampa di presentazione dell'iniziativa a Padova (Boato)

La conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa a Padova (Boato)

«Signore, insegnaci a pregare ». La richiesta dei discepoli di Gesù tocca gli animi di tutte le generazioni e i giovani della diocesi di Padova, che hanno vissuto lo scorso anno il «Sinodo dei Giovani», hanno espresso la loro «sete di Dio» a chiare lettere nel testo finale consegnato al vescovo Claudio Cipolla e alla diocesi. Nella «Lettera dei giovani alla Chiesa di Padova» infatti si legge: «Sentiamo che il Signore ci chiama a una relazione forte e significativa con Lui, ma ci manca un’adeguata educazione alla preghiera personale e – nonostante alcune proposte che troviamo nei percorsi esistenti – in tanti ci sentiamo lasciati soli per un cammino spirituale che possa farci incontrare il Signore e nutrirci nel quotidiano».

Da questa richiesta-provocazione origina la nuova proposta dell’Ufficio diocesano di pastorale dei giovani: una scuola di preghiera online. «I giovani hanno sete di spiritualità – commenta il direttore dell’ufficio diocesano, don Paolo Zaramella, che ha coordinato anche il Sinodo dei giovani – c’è una domanda e noi ci siamo chiesti come poter rispondere nel quotidiano». «È una proposta pensata per chi non ha tempo» sottolinea don Federico Giacomin, che oltre a essere vicedirettore dell’Ufficio, da dieci anni dirige Villa Immacolata, la Casa di spiritualità diocesana di Torreglia, e di spiritualità declinata in tutte le età e in diversi linguaggi, se ne intende. «La Scuola online è per chi non sa come incastrare un momento di spiritualità nella propria giornata». Pillole di preghiera? Non proprio. Qualcosa di più: un percorso in 12 puntate a cadenza settimanale, a partire da lunedì 17 dicembre, che verrà proposto sul canale youtube della Pastorale dei giovani e diffusa sui social più utilizzati (Instragram, Facebook, Telegram). Un itinerario che dura tre mesi e che si può iniziare quando si vuole, l’importante è mantenere la continuità e la sequenza proposta. Ogni puntata dura poco più di tre minuti: un tempo breve in cui don Paolo e don Federico individuano di volta in volta un ‘tratto’ e un ‘movimento’. Ogni tratto aiuta a capire cosa è la preghiera e come Gesù ha insegnato a pregare, mentre il movimento propone un esercizio quotidiano. «È un piccolo esercizio dentro la confusione di ogni giorno» sottolinea don Giacomin. La Scuola di preghiera online è ‘libera’, non chiede impegno o iscrizione, semplicemente si propone: «Non c’è vincolo, desideriamo che il legame diventi strettamente personale. ‘Sarà dura’ all’inizio, ma è un allenamento, che permetterà di esercitarsi su ‘cose grandi’. La Scuola di preghiera online diventa allora un patto che ciascuno farà con se stesso, il patto di esercitarsi settimana dopo settimana».

La proposta sarà lì, a portata di click, pronta a dare strumenti e possibilità a chi desidera entrare personalmente in un dialogo con il Signore, sapendo che «come un bambino è nel grembo della madre, così la preghiera è dentro di noi, sta a noi dedicare del tempo per imparare a ‘tirarla fuori’». La Scuola di preghiera online è stata presentata nei giorni scorsi ai giovani della diocesi di Padova, ma è naturalmente senza confini di sorta, durante la Veglia di preghiera dei giovani guidata dal vescovo Claudio Cipolla.

Una scuola nella scuola, la Veglia, infatti, rappresenta una delle tappe della Scuola di preghiera che il Seminario maggiore porta avanti da vent’anni e vede la partecipazione mensile di circa 500 giovani e ragazzi, che ora, assieme ad altri coetanei possono contare anche su un supplemento quotidiano, facilmente raggiungibile sui canali social del sito www.giovanipadova.it

Reggio Emilia. Da medico a sacerdote: Alberto e quella «chiamata» avvertita in corsia

Don Alberto Debbi (G.M. Codazzi)

Don Alberto Debbi (G.M. Codazzi)

Oggi la Chiesa di Reggio Emilia- Guastalla gioirà per l’ordinazione sacerdotale di Alberto Debbi che avrà luogo nella Cattedrale di Santa Maria Assunta durante la Messa delle 18 per l’imposizione delle mani e la preghiera del vescovo Massimo Camisasca. Storia di vocazione avvincente, la sua. Debbi ha abbracciato la via del sacerdozio lasciando progetti concreti di matrimonio e una carriera medica brillantemente avviata. Per lui è stata una risposta di pienezza a Dio, che l’ha chiamato a prendere il largo oltre i confini di una casa, di un ospedale e di un paese, Salvaterra, dove Alberto è nato il 12 marzo 1976, quarto dei sei figli di Enzo Debbi e Anna Rompianesi. Scuole elementari a Salvaterra, medie a Casalgrande, liceo scientifico a Reggio Emilia. «Fin da ragazzo – racconta – la mia idea era di fare qualcosa per mettere i doni del Signore a servizio del prossimo».

Una prima svolta viene dalla grave malattia di papà Enzo che muore due giorni dopo il 18° compleanno di Alberto. Il desiderio di spendere la vita per gli altri, in quel momento, s’identifica con l’aiuto ai sofferenti. Debbi studia medicina al Policlinico di Modena, si laurea nel 2001, si iscrive all’Ordine dei medici nel 2002, poi sempre a Modena si specializza in malattie dell’apparato respiratorio nel 2005. Dopodiché lavora per sei mesi in medicina all’ospedale di Scandiano, quindi al pronto soccorso di Castelnovo Monti, infine approda in pneumologia a Sassuolo (Modena) dove resta per quasi sette anni. Nel frattempo il giovane Debbi, che sente l’aspirazione a formare una famiglia, sta avvicinandosi al matrimonio, ma nel momento decisivo ha l’onestà di ammettere che dal punto di vista umano quella scelta non lo rende completamente felice. E ha anche la fortuna di avere al fianco una ragazza che lo capisce, accettando il successivo periodo di discernimento e la rottura del fidanzamento a fine 2011. Può sembrare paradossale, ma «il passaggio fondamentale – confida – è stato realizzare attraverso l’amore della mia fidanzata che c’era un amore più grande al quale ero chiamato».

Sicché nel 2012 Alberto frequenta l’anno di propedeutica in Seminario continuando a lavorare, poi nel settembre 2013 si licenzia definitivamente dall’ospedale. Il diacono, oggi in forza all’unità pastorale di Correggio, mostra un forte orientamento alla carità e ai giovani. «Desidero soprattutto – conclude Debbi – essere un uomo di speranza. Una speranza che non si ferma con la malattia e con la morte». Parola di medico e sacerdote.

Avvenire

Muore in casa il parroco di Vezzano don Pietro Pattacini

Era atteso alla messa prefestiva di sabato 15 dicembre don Pietro Pattaccini. Ma non vi è mai arrivato essendo deceduto per un malore in casa a La Vecchia. Si spegne così lo stimato religioso, malato da tempo, ritrovato nella sua casa di via IV novembre a La Vecchia dopo l’allerta al 118 da parte degli stessi parrocchiani che lo avevano atteso invano in chiesa alle 18.30.Il sacerdote era nato a La Vecchia il 29 maggio 1941 e fu ordinato l’11 giugno del 1967. Prima, però, si era laureato in Sociologia all’Università di Trento. Insegnate di religione all’istituto Geometri Secchi è stato anche docente di sociologia all’istituto superiore di scienze religiose di Reggio Emilia-Guastalla. Fu vice cooperatore alla parrocchia Preziosissimo Sangue a Reggio Emilia e a San Maurizio, parroco a Pecorile Casola Canossa dal 1978 al 2010 quando è stato nominato parroco di Vezzano e in seguito di tutta l’unità di Vezzano, La Vecchia, Montalto, Paderna Pecorile.

La salma è stata ricomposta nella parrocchiale di La Vecchia dove i funerali verranno celebrati lunedì 17 dicembre alle 10,30.

Celebrazioni ed eventi Domenica 16 Dicembre 2018 in S. Stefano

GIORNATA PER LA CARITAS DIOCESANA

S. Messa ore 10

III Domenica di Avvento.

(le offerte saranno destinate al nostro Centro di Ascolto “Giovanni Paolo II)

  • Prove dei canti dopo la S. Messa delle 10
  • sotto al Portico Bancarella Natalizia di Reggio Terzo Mondo per sostenere il progetto”Insieme per i minori vulnerabili di Antananarivo”
  • Pranzo insieme dei bambini e ragazzi del Catechismo, catechisti e Parroco ore 12,30

IN RICORDO DI DON BRUNO MORINI A 20 ANNI DALLA MORTE

La lapide commemorativa in Santo Stefano Reggio Emilia

Per ben ventidue anni, dal 1951 al 1973, don Bruno Morini (foto 1) guidò la parrocchia cittadina di Santo Stefano. Il ventesimo anniversario della sua morte, avvenuta a Montecchio il 15 dicembre 1998, sarà ricordato domenica 23 dicembre nella sua chiesa parrocchiale di Santo Stefano nella celebrazione eucaristica che mons. Emilio Landini presiederà alle ore 10.00.

Nato a Montecchio il 2 ottobre 1920, don Bruno fu ordinato sacerdote il 27 giugno 1943 dal vescovo Brettoni. Curato dapprima a Pianzo e poi a Minozzo dal 1943 al ’45, fu anche vicario sostituto e poi economo spirituale dal 1944 al 1945 a Poiano, di cui fu poi rettore fino al 1951.

In quell’anno fu nominato priore di Santo Stefano città, dove si distinse per numerose iniziative: dal ritrovo parrocchiale, all’istituzione del FAC – Fraterno Aiuto Cristiano – per l’aiuto alle famiglie in difficoltà, alla valorizzazione del Consiglio Pastorale, all’applicazione della riforma liturgica voluta dal Con cilio (foto 2).

Dopo ventidue anni di generoso servizio alla comunità parrocchiale di Santo Stefano, nel 1973 si era ritirato a, di cui divenne rettore; dal 1976 al 1993 è stato è stato  economo spirituale a Canossa; nel 1987 è stato nominato amministratore parrocchiale a Grassano. Nel 1998 venne nominato canonico onorario della Cattedrale.

Don Bruno ha rivestito un ruolo fondamentale nel Sinodo diocesano convocato dal Vescovo Gilberto Baroni; infatti dal 1978 al 1987 ne è stato l’infaticabile e propositivo segretario.

Don Morini aveva notevoli interessi culturali; è stato tra i soci fondatori della Società Reggiana di Archeologia e durante io suo parroccato  ha promosso accurate indagini sull’architettura di Santo Stefano, riscoprendo preziosi tracce dell’antica chiesa.

Il 16 dicembre 2007, i parrocchiani hanno voluto legare ad una targa marmorea la testimonianza della loro gratitudine e del loro affetto verso il parroco che ha fatto della fraternità una delle linee cardine del suo ministero. Si legge, infatti: Rese la parrocchia una famiglia fondata sull’amore, la solidarietà, la condivisione. (foto 3)

Ha scritte poesie raccolte in due pubblicazioni: “Voglio svegliare l’aurora” e Svegliatevi arpa e cetra”; e due libri di meditazioni su brani del Vangelo: “Se lo vedessi” e “Se lo sentissi”, titoli di chiara ispirazione manzoniana.

Profonda spiritualità, intensa vita di preghiera, lettura e meditazione costante della Parola di Dio, attenzione all’ascolto e al dialogo, contatto continuo con i parrocchiani soprattutto con i giovani, accoglienza e sorriso, capacità di consigliare, senso dell’amicizia sono state le doti che hanno sempre contraddistinto don Bruno, a cui tanti gli sono ancora debitori per la loro formazione umana e cristiana.

 

Giuseppe Adriano Rossi

 

 

 

Foto 1: don Bruno Morini

Foto 2: don Bruno con i chierichetti “storici” di Santo Stefano