C’è bisogno di tornare a custodire la parola, per farla volare alta, verticale, senza dimenticare l’uomo. Come ci ricorda una poesia di Mario Luzi

Misuriamo spesso l’insufficienza delle nostre parole per descrivere quello che viviamo, quello che proviamo, quello che desideriamo.
Soprattutto misuriamo la distanza che separa il nostro ristretto parlare del Mistero di Dio e l’insondabilità di quel Mistero. La nostra parola è così limitata e circoscritta, perché insufficiente è anche la nostra comprensione del Mistero; infatti, sappiamo bene che la parola subisce lo scacco della sua debolezza nel momento in cui prova a “dire Dio”: forse è per questo che la testimonianza concreta è ben più efficace e credibile.

Ma, ci assicura il Vangelo di oggi, c’è un momento in cui la nostra parola non sarà più nostra, un momento in cui essa non sarà più incerta, zoppicante, ma autentica, vera, salda. E quando ciò accadrà, non sarà per merito nostro, ma solo per grazia: perché nell’istante della ricapitolazione, avremo «lingua e sapienza», senza bisogna di allestire prima ragionamenti di difesa. Là, in quel momento, nudi nella nostra povertà, avremo il soffio dello Spirito, perché lo Spirito parla dove l’uomo diminuisce, e diminuendo sa fare posto al Verbo.

Forse, nelle nostre giornate, senza arrivare alle estreme situazioni, dovremmo tenerlo presente con più convinzione: se vogliamo far parlare lo Spirito, dovremmo imparare a silenziare i nostri ‘arguti ragionamenti’, le nostre ‘spiegazioni efficaci’, i nostri ‘imprescindibili discorsi’. Umiltà e sapienza, silenzio e profezia sono coppie di antica data.
E così la parola acquista forza, torna a volare alto, senza perdere il contatto con il concreto e senza diventare banale chiacchiericcio; una parola che conserva le sue potenzialità, che sprigiona forza e luce.

Ce lo ricorda Mario Luzi in Vola alta parola, un testo verticale e intenso, tratto da Per il battesimo dei nostri frammenti:

Vola alta, parola, cresci in profondità, 
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza …

La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?

È richiesta una parola «alta», che richiama il latino altus, cioè una parola che sia “profonda” e al tempo stesso “alta”; una parola che sappia toccare “nadir” e “zenit”, ossia i due poli del verticale. È una parola, quella a cui si rivolge il poeta, che sappia percorrere la vetta o l’abisso, una parola che abbia il coraggio di essere veramente verticale, e non solo quietamente orizzontale. 
Ma ecco la preghiera dell’uomo: «Non arrivare / ti prego, a quel celestiale appuntamento / da sola, senza il caldo di me”. 
È una richiesta che oggi mi sembra molto attuale: la parola non deve dimenticare l’uomo, non può dimenticare l’uomo. Essa ha senso se abbraccia e solleva quell’uomo, non se lo dimentica. 
La parola deve essere luce e realtà, verità e umanità. Solo così potrà volare alta, solo così potrà diventare spazio di autenticità.

C’è bisogno di tornare a custodire le parole; c’è bisogno di ricordare che esse sono insufficienti, mancanti, incerte. 
C’è bisogno di ricordare che, per noi cristiani, la Parola vera è una, ed è incarnata, e non è la nostra: “Et Verbum caro factum est” (Gv 1, 14).

vinonuovo.it

La Bibbia e le sue teologie

Settimana News

di: Roberto Mela

Da un incontro tra le Edizioni Dehoniane, il gesuita p. Ignace de la Potterie – docente di Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico – e don Alberto Panimolle, benedettino e anch’egli docente di Sacra Scrittura, nacque l’idea di proporre a un vasto pubblico di lettori i frutti che la lectio divinamonastica aveva dato nei secoli.

Il concilio Vaticano II aveva incoraggiato la lettura della parola di Dio tramite questo prezioso metodo che unisce serietà nell’approccio al testo biblico e unzione spirituale per applicare al proprio mondo vitale e al vissuto ecclesiale gli spunti ritrovati nel testo. La parola di Dio va infatti letta nello stesso Spirito nella quale è stata composta. Una lettura spirituale ed ecclesialeinsieme.

L’idea fu condivisa dalle comunità dei monasteri di San Paolo fuori le Mura, San Pietro di Sorres e Camaldoli. In seguito, essi sarebbero diventati punti di riferimento sicuro per accompagnare con solidi appoggi organizzativi e pratici il cammino intravisto.

Nel 1980 iniziò per i tipi delle EDB di Bologna la pubblicazione della rivista biblica Parola Spirito e Vita (= PSV), che festeggia quest’anno i quarant’anni di vita e gli 80 quaderni pubblicati con cadenza semestrale.

Frutto derivato della PSV sono stati i convegni organizzati annualmente a Camaldoli fino dal 1981, dedicati alla lettura di un singolo libro bilico. In questi anni si è potuto quindi passare in rassegna la Bibbia intera e più volte i blocchi letterari più importanti.

Ogni numero di PSV è organizzato attorno a un tema biblico importante, con ricadute che possano incidere sul vissuto ecclesiale contemporaneo. I quindici articoli sono dedicati normalmente in parti uguali all’Antico Testamento, al Nuovo Testamento e alla vita della Chiesa.

È evidente che il variare delle voci dei singoli autori comporta anche una diversità di metodi e di approcci biblici, con scelta privilegiata per il metodo storico-critico e quello narratologico, sempre più apprezzato negli ultimi quindici anni.

La sensibilità diversa degli autori non deve però mai derogare dai criteri di fondo fissati dalla redazione:

1) analisi approfondita del testo (notazioni filologiche, approccio storico-critico sul quale poggiare l’eventuale approccio narratologico);

2) l’esame del testo non deve avere un taglio asettico e accademico, ma tendere a porre in luce chiaramente il messaggio globale;

3) il taglio adottato deve far trasparire l’apertura al vissuto ecclesiale.

Ogni autore sa che il tema generale viene accostato nei tre ambiti citati sopra (AT, NT, vita della Chiesa).

Gli ottanta quaderni di PSV pubblicati finora hanno messo in grado i lettori di apprezzare i gangli vitali della/e teologia/e dell’AT e del NT e della loro declinazione nella storia della Chiesa (padri della Chiesa, autori medievali, autori e problematiche della Chiesa contemporanea).

Il quaderno n. 80 di PSV si presenta come un numero di “sosta”, che permetta uno sguardo complessivo sul cammino fatto e sugli esiti riscontrati da un lettura della Bibbia che unisca serietà scientifica, approccio “spirituale” e animo ecclesiale. Questo è stato favorito dalla felice decisione di pubblicare gli atti del convegno “Dire Dio, teologie bibliche a confronto”, organizzato nel novembre 2017 a Napoli dalla rivista Parole di vita, emanazione e proprietà dell’Associazione Biblica Italiana (ABI), e sorella della rivista ufficiale Rivista Biblica Italiana (pubblicata da EDB).

Dopo la Presentazione curata dalla direttrice di Parole di vita Donatella Scaiola (pp. 7-11), il curatore Guido Benzi introduce la sezione “Fondamenti” (pp. 15-76) riflettendo sul dilemma trateologie bibliche e teologia biblica. Benedetta Rossi studia il rapporto tra esegesi e teologia biblica, Massimo Grilli la modalità di attuazione della teologia biblica e Serena Noceti il pensare Dio a partire dalla Scrittura.

La seconda sezione, “La Bibbia e le sue teologie” (pp. 77-148), vede i contributi di Donatella Scaiola su un Dio del sacrificio, di Carlo Broccardo sul Dio silente, di Laura Invernizzi su un Dio antagonista e lo studio di Dionisio Candido sulla verità o meno della presenza di un Dio nascosto nel libro ebraico. Annalisa Guida riflette su un Dio narrabile, mentre Davide Arcangeli delinea l’evidenza dei vangeli come via narrativa verso l’umanità del Figlio.

La terza sezione, “Bibbia, teologia e arte” (pp. 149-193), vede i contributi di Valentino Bulgarelli sull’incontro tra la Bibbia e la musica, lo studio di Marco Tibaldi sul rapporto tra Bibbia e letteratura e la riflessione di Marcello Panzanini sul difficile rapporto tra arte e cristianesimo nei primi secoli. Il quaderno si chiude con l’esame compiuto da Valeria Poletti su come nel cinema il Dio nascosto sia raccontato.

Un quaderno biblico molto ricco di spunti e di bilanci esegetici, teologici, spirituali e artistici.

Ottanta candeline ben meritate per un compleanno maturo e fruttuoso.

Guido Benzi (a cura), La Bibbia e le sue teologie. Parola Spirito e Vita n. 80, EDB, Bologna 2019, pp. 200, € 24,60, ISBN 9788810903803

Come leggere Abramo

di: Roberto Mela

Una guida di lettura

André Wénin, il narratologo docente di Greco, Ebraico biblico ed Esegesi dell’AT a Louvain-la-Neuve e alla Gregoriana, torna sulla figura centrale di Abramo sulla quale si era già soffermato nel suo commentario al libro della Genesi (3 voll., in attesa del quarto).

In cinque capitoletti egli esamina il complesso letterario di Gen 11,27–25,11. In esso Wénin non vede tanto lo sviluppo di una trama, quale si può seguire per la storia di Giacobbe e di Giuseppe, quanto l’evoluzione del rapporto del patriarca con Dio. YHWH intraprende con Abramo un percorso pedagogico di rinuncia progressiva alla cupidigia, tramite la quale, proprio mentre il patriarca rinuncia al passato (la casa natale in Ur dei Caldei) e al futuro (nel dono di Isacco, figlio della promessa), ritrova una vita che sboccia verso una fecondità piena, diventando fonte di benedizione per tutte le genti. In Abramo, infatti, dopo la confusione delle lingue (prima benedizione a dire il vero), tutte le genti cominciano a trovare la benedizione quando rinunciano al possesso e all’ingordigia per giungere alla comunione e al rispetto dell’alterità (ad esempio, nel apporto con la moglie Sara, per quanto riguarda Abramo).

In un contesto di morte, Abramo è chiamato alla vita (Gen 11,27–12,4) e muove i primi passi di rinuncia al cupido possesso (12,5–15,21), separando la propria strada da quella del nipote Lot, lasciando a lui la scelta della terra migliore. Nella tormenta della guerra contro i quattro re, riceve la benedizione di Melkìsedek e assume impegni solenni di accoglienza dell’alleanza (in Gen 15, in verità, essa assume l’aspetto quasi unilaterale di promessa da parte di YHWH).

Abramo si muove tra passi falsi e progressi significativi (16,1–19,38).

La pedagogia di YHWH comprende sostegno e incoraggiamento ai passi di Abramo, ma anche scosse e impulsi di correzione allorché il patriarca si avvia su strade sbagliate, come quello accettato con Agar e il suo rinvio, dovuto alla fretta di Sara di realizzare la promessa e al conseguente dissidio tra la serva e la padrona.

YHWH opera un correttivo che consiste in un’alleanza più accentuatamente bilaterale, in quanto comprende il sigillo dell’entrata nell’alleanza costituito dalla circoncisione.

YHWH entrerà in fitto dialogo col suo amico Abramo nel contesto dell’apparizione a Mamre e nella preghiera d’intercessione connotata dalla giustizia di Abramo, che termina però con la distruzione di Sodoma e Gomorra, dalla quale scampano solo Lot con i familiari (mentre la moglie diventa una statua di sale per aver guardato indietro invece che verso il futuro).

Abramo si avvia verso la maturità del suo cammino fede (20,1–22,24). Riceve una lezione di delicata pedagogia da parte del re di Gerar Abamelek, grazie alla quale Abramo ritrova un rapporto più vero con la moglie Sara.

Le conseguenze di un aggiustamento decisivo del rapporto tra YHWH e Abramo vedono la nascita di Isacco (“Egli sorride”), la promessa di un futuro più che dignitoso e fecondo anche per Ismaele, la stipula dell’alleanza a Bersabea e il drammatico episodio della slegatura di Isacco sul monte Moria. YHWH accetta la disponibilità piena di fede di Abramo a rinunciare anche al futuro, rappresentato dal figlio della promessa (Isacco) e non quello della carne (Ismaele) – direbbe Paolo – e non accetta sacrifici umani. Nel contempo, si fornisce l’eziologia popolare del nome Monte Moria (“Il monte sul quale YHWH si fa vedere”).

Ad Abramo verrà assicurato l’avvenire (23,1–25,11): una semplice proprietà sepolcrale pagata a caro prezzo e la nuora Rebecca. Abramo potrà così morire sazio di anni, fedele a YHWH che lo ha guidato in un processo di progressivo spossessamento da sé per ritrovare la vita non nel cupido possesso ma nello slancio del dono totale che riconosce l’alterità come spazio di fecondità inedita e gioiosa.

All’Introduzione (pp. 5-12) e ai cinque capitoli del libro (pp. 13-68) seguono la conclusione (pp. 69-72), una breve bibliografia (pp. 73-74) e l’indice degli otto interessanti fuori testo (p. 75), dedicati a problematiche storiche, letterarie, filologiche.

Come sempre, Wénin affascina per la stringata profondità di vedute e di intuizioni filologiche, narrative e teologiche che aiutano a scorgere il filo rosso che evidenzia lo sviluppo del rapporto tra YHWH e Abramo.

André WéninAbramo. Una guida di lettura (Studi biblici 90), EDB, Bologna 2019, pp. 80, € 9,50, ISBN 978-88-10-41042-4

Chiesa-abusi: una restituzione

Settimana News

di: Lorenzo Prezzi

Francesco protezione minori Internet

Dopo la drammatica stagione delle denunce degli abusi sui minori nella Chiesa se ne va aprendo una seconda, più propositiva. L’avvio di una sorta di restituzione: la Chiesa come parte attiva e propositiva nella difesa dei bambini. Parlando ai convegnisti di Promoting Digital Child Dignity  (Roma, 14-15 novembre), papa Francesco ha ricordato come il dramma delle denunce “subite” e delle sofferenze provocate obblighi la Chiesa «a guardare in avanti con speranza». In particolare partecipando a garantire l’accesso sicuro dei minori alle tecnologie.

Non si tratta solo di contrastare gli abbietti abusi su minori a distanza (i “fruitori” telematici danno ordini agli “operatori” nei paesi asiatici o africani), ma anzitutto di percepire la crescita vertiginosa della pornografia nel mondo digitale. «Il fenomeno è ancora più drammatico per il fatto che tale materiale è largamente accessibile anche ai minori via Internet e soprattutto tramite i dispositivi mobili», con conseguenze psichiche e comportamentali «che dureranno per tutta la loro vita, con fenomeni di grave dipendenza, propensioni a comportamenti violenti, relazioni emotive e sessuali profondamente turbate».

Uno tsunami improvviso e imprevisto, la cui gravità è ancora largamente incompresa. P. Lombardi, in un articolo su Civiltà Cattolica (16 febbraio 2019, pp. 329 ss.) ricordava come un solo, seppur il più grande, sito pornografico (PornHub) vantasse 24,5 miliardi di visite, 81 milioni di visitatori al giorno, e che, secondo gli esperti, i minori di 18 anni vedono pornografia per il 90% sui loro dispositivi mobili. «Nessuna generazione prima dell’attuale ha mai avuto un così facile accesso alla pornografia, tramite il pulsante di uno strumento che tiene in tasca». Dati che il papa ha preso nel suo discorso al termine del convegno mondiale del 21-24 febbraio scorso (Roma, “La protezione dei minori nella Chiesa”, cf. SettimanaNews).

La lunga nota 3 ricorda che gli abusi sessuali riguarderebbero 120 milioni di bambine e che un miliardo di minori avrebbe subito violenze fisiche, emotive o sessuali. Secondo le ONG in difesa dei bambini, sarebbero 270.000 le immagini di abusi sessuali su minori caricate su Internet ogni giorno.

D’improvviso: il porno per tutti

Il convegno del 14-15 novembre 2019 ha dei precedenti importanti: quello svolto presso l’Università gregoriana nell’ottobre 2017 concluso con una impegnativa Dichiarazione di Roma sulla dignità del minore nel mondo digitale e quello interreligioso di Abu Dhabi del novembre 2018 che ha approvato la dichiarazione Alleanza tra le fedi in favore di comunità più sicure per la dignità dei minori nel mondo digitale.

Tornando al discorso più recente del papa, è possibile indicare tre punti decisivi: il rapporto libertà-privacy e bene comune, la responsabilità delle autorità civili e quella delle grandi compagnie del settore digitale. «Uno snodo cruciale del problema riguarda la tensione – che alla fine diventa una contraddizione – fra l’idea del mondo digitale come spazio di illimitata libertà di espressione e comunicazione, e quella dell’uso responsabile delle tecnologie e quindi dei suoi limiti». «Bisogna quindi trovare un bilanciamento adeguato fra l’esercizio legittimo della libertà di espressione e l’interesse sociale ad assicurare che i mezzi digitali non siano utilizzati per commettere attività criminose a danno dei minori». Le società che forniscono i servizi web non possono considerarsi mere fornitrici di piattaforme tecnologiche. «Il potenziale degli strumenti digitali è enorme, ma le eventuali conseguenze negative del loro abuso nel campo del traffico degli esseri umani, nell’organizzazione del terrorismo, nella diffusione dell’odio e dell’estremismo, nella manipolazione dell’informazione e – dobbiamo insistere – anche nell’ambito dell’abuso sui minori possono essere ugualmente notevoli».

Stato – multinazionali – religioni

Nasce quindi un’esigenza precisa per le autorità amministrative. La libertà e la tutela dellaprivacy devono fare i conti con il bene comune della società. «Le autorità devono poter agire efficacemente, avvalendosi di strumenti legislativi e operativi appropriati, nel pieno rispetto dello stato di diritto e del giusto processo, per contrastare le attività criminali che ledono la vita e la dignità dei minori».

Le grandi multinazionali del settore, i cui rappresentanti erano presenti al convegno, non possono esimersi dalla loro responsabilità, «non possono considerarsi completamente estranee all’uso degli strumenti che mettono in mano dei loro clienti. È ad esse quindi che rivolgo oggi il più impellente appello alla responsabilità nei confronti dei minori, della loro integrità e del loro futuro». Senza il coinvolgimento delle grandi compagnie del settore, ogni sforzo rimarrebbe  parziale e non decisivo. «Esse sono non solo tenute a rispettare le leggi, ma anche a preoccuparsi delle direzioni in cui si muove lo sviluppo tecnologico e sociale da loro promosso e provocato».

Qualche timido passo si sta facendo. Il governo australiano attraverso una commissione ha chiesto all’industria digitale di assumere un approccio proattivo e coerente con la sicurezza del cliente. Nel Regno Unito il Parlamento ha approvato l’avvio di una prassi che, rispettando laprivacy, comporti l’identificazione dell’età degli utilizzatori dei dispositivi mobili con la possibilità di bloccare la navigazione nel caso dei minori.

Vi è l’esigenza di affiancare ai potenti algoritmi anche una algor-etica del mondo digitale che coinvolge enormi interessi economici. Come avviene nella sensibilità pubblica nel campo ambientale e nel rispetto della dignità del lavoro, così è necessario provocare un movimento globale in ordine alla protezione dei minori e alla lotta alla pornografia. Un compito che la Chiesa condivide con tutto il cristianesimo e con le altre religioni.

Prendersi cura dei morti

di: Ivo Muser

Lettera pastorale del vescovo di Bolzano-Bressanone, mons. Ivo Muser, alle comunità cristiane della sua diocesi sull’importanza di una cultura delle esequie nel contesto culturale e sociale contemporaneo.

Solennità di Ognissanti, 1 novembre 2019

Care sorelle, cari fratelli nella nostra diocesi di Bolzano-Bressanone!

«Credo la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna». Queste parole tratte dalla professione di fede apostolica hanno un suono molto particolare nei giorni significativi di Ognissanti e della commemorazione dei defunti.

Con questa lettera pastorale rifletto su un tema per me molto importante e che merita tutto il nostro impegno congiunto: la cultura cristiana delle esequie. Queste mie osservazioni vogliono essere un invito alla riflessione: a livello personale, nei gruppi ecclesiali, nei consigli pastorali parrocchiali, sul piano delle nostre unità pastorali e nelle conferenze dei decanati. E importante è anche il colloquio con le imprese di pompe funebri.

Lettera pastorale Ivo Muser

Dare sepoltura ai morti è un atto di misericordia. Il funerale cristiano è un servizio della Chiesa alle persone defunte e a coloro che restano. La liturgia interpreta la morte come un passaggio, come dies natalis, come il «compleanno per la vita eterna». Il lutto umano per la perdita di una persona amata non è in contraddizione con la fiducia che i nostri defunti siano al sicuro nell’amore di Dio. I riti della sepoltura sono un momento di conforto per tutti coloro che partecipano al commiato con i familiari.

Congedarsi

Della cultura del commiato fanno parte l’ultimo colloquio, l’ultimo bacio, la vestizione del defunto, la carezza amorevole della salma, il raccoglimento davanti ad essa, la chiusura della bara, la condivisione del lutto con altre persone, il prendere congedo davanti al feretro, la vista della tomba aperta, la calata della bara nella terra.

Per l’elaborazione del lutto, dare forma a queste esperienze può essere salutare. Il lutto ha bisogno di spazio, protezione e tempo. Da questa convinzione emergono importanti punti di vista che si possono qui solo accennare.

In quanto luoghi pubblici di funerale e sepoltura, per noi cristiani i cimiteri sono importanti e sacri. Sono luoghi del ricordo, del lutto, della riconciliazione, della commemorazione e della preghiera. Per questo le tombe e i luoghi di tumulazione delle urne cinerarie devono riportare sempre il nome del defunto ed essere accompagnate da un segno cristiano, ad esempio la croce.

La cura delle tombe, la visita al cimitero, l’accensione delle candele, la preghiera personale e comunitaria per i nostri defunti, la celebrazione dell’anniversario e della santa messa in loro memoria sono espressione di un rapporto da credente con il mistero della morte e con le persone che sono passate dall’altra parte della vita.

La cultura cristiana delle esequie vive della convinzione che Dio abbia «chiamato per nome» ogni persona (cf. Is 43,1); questi nomi «sono nel libro della vita» (Fil 4,3). Il nome appartiene all’identità di una persona, con esso viene chiamata, identificata e distinta da altri. Il nome è anche espressione dell’unicità e dell’eccezionalità con cui Dio contraddistingue ogni persona. Perciò siamo persuasi che funerali anonimi, senza la partecipazione di familiari e senza la possibilità di partecipare per amici e conoscenti, perdano il loro senso.

Celebrare insieme

La celebrazione delle esequie «nella stretta cerchia dei familiari» o il funerale «in forma privata» dimentica che ogni persona ha vissuto in un contesto sociale fatto di altre persone, che hanno anche un certo diritto di dare l’ultimo saluto. Questo commiato può essere anche un atto di riconciliazione. La liturgia cattolica dei funerali ha un carattere pubblico, annuncia la speranza della vita eterna e interpreta la preghiera per i defunti come un ultimo gesto d’amore della comunità cristiana.

Lettera pastorale Ivo Muser

L’esposizione del feretro e la veglia funebre prima della sepoltura sono elementi importanti di una cultura delle esequie di ispirazione cristiana e meritano proprio oggi una particolare attenzione. Sono momenti che rendono possibile un addio dignitoso e aiutano a rendere più intensi i giorni del commiato. Il periodo fra il sopraggiungere della morte e il funerale offre la possibilità di fare spazio ai ricordi, ai gesti di amore e riconciliazione, alla preghiera.

Non devono prevalere l’impressione e la mentalità che la salma sia semplicemente smaltita. Quel corpo ha la sua dignità, perché rappresenta in modo molto diretto e simbolico la persona deceduta. L’assemblea che si raduna nella preghiera comunitaria per il defunto ha un significato religioso ma anche sociale.

Con stima e gratitudine penso a tutti coloro che nelle nostre comunità parrocchiali si impegnano nella celebrazione dignitosa del funerale: sacerdoti, diaconi, in futuro anche le guide della celebrazione della Parola nel rito delle esequie, lettrici e lettori, sacriste e sacristi, chierichette e chierichetti, cori, organiste e organisti, cantori. Celebrare le esequie è un importante servizio pastorale e sociale, che ancora raggiunge tante persone e ci mette in rapporto con la speranza cristiana della risurrezione.

Il rito funebre religioso va preparato in modo tale da trasmettere questo messaggio: noi non celebriamo i nostri defunti, bensì la morte e risurrezione di Cristo – come preghiera per i morti e speranza pasquale per noi, che siamo ancora in cammino verso il grande traguardo. Allo stesso tempo possiamo esprimere anche il nostro grazie per quanto Dio ha voluto agire su una persona. Canti, testi e segni vanno scelti con accuratezza e delicatezza e devono corrispondere allo spirito della celebrazione liturgica.

Momento culminante e nucleo centrale della liturgia funebre è la celebrazione eucaristica, nella quale i cristiani professano: nella morte è la vita! In questa celebrazione della fede la comunità cristiana si riunisce con i defunti alla tavola del Signore, la tavola della parola e del pane.

Anche se in futuro non potrà più essere celebrata una santa messa a ogni funerale, dopo la celebrazione della Parola nel giorno delle esequie si dovrebbe pregare per i defunti in una celebrazione eucaristica – anche in quella comunitaria della domenica. Siamo sempre convinti di pregare per e con i defunti. La definizione di “messa di risurrezione“ per la celebrazione delle esequie può dar luogo a fraintendimenti e quindi non è adatta.

Sepoltura e tomba

Del funerale cristiano fa parte anche l’interramento della bara. Questo rito di inumazione dà il nome alla celebrazione. È molto deplorevole che nella maggior parte dei casi questo rito significativo ed espressivo del calare la bara nella fossa non venga più praticato. La sepoltura rientra espressamente nell’ultimo tratto di strada compiuto con la persona defunta.

Noi affidiamo la salma alla terra e quindi la accompagniamo fino alla fine. Anche la separazione definitiva, che questo atto rende evidente, e il conseguente dolore fanno parte dell’elaborazione del lutto. Poiché in molti cimiteri sono entrate in uso modalità diverse, invito espressamente a riflettere su come poter restituire un significato a questo significativo momento del funerale.

Sin dagli inizi la Chiesa si decise, sull’esempio biblico, per la sepoltura. Accanto al profondo rispetto per il corpo umano, tempio dello Spirito Santo (cf. 1 Cor 3,16; 6,19), giocò un grande ruolo l’esempio della deposizione di Gesù nel sepolcro e l’immagine del chicco di grano: il corpo senza vita, posto nella terra come un chicco di grano, si dovrà trasformare e risorgere a nuova vita.

La sepoltura esprime questa immagine in modo molto evidente, e per questo la Chiesa cattolica continua a privilegiarla e raccomandarla. La cremazione è ammessa, a patto che non sia scelta per ragioni che mettano in dubbio la fede nella resurrezione e nella vita eterna.

Lettera pastorale Ivo Muser
Cenere tornerai

Nei casi in cui sia desiderata la cremazione, si troveranno riferimenti adeguati nei testi della liturgia. La processione al cimitero, senza la sepoltura della salma, perde il suo significato. Dopo la celebrazione liturgica e il commiato dentro o davanti alla chiesa (cappella), la salma viene portata alla cremazione. L’urna viene poi tumulata in una piccola cerchia nel luogo previsto. Lo spargimento anonimo delle ceneri di una persona deceduta non corrisponde alla cultura cristiana delle esequie.

Il rapporto con la morte e con i nostri defunti dice molto sul nostro atteggiamento verso la vita. La cultura cristiana delle esequie è espressione della fede pasquale cristiana in Dio, che è un Dio dei vivi e non dei morti, e che in suo figlio Gesù Cristo ha mostrato che la morte non ha l’ultima parola.

In conclusione ancora un invito: non lasciamo sole le persone morenti! Hanno bisogno di vicinanza e accompagnamento. Ma ne hanno bisogno anche i familiari, che devono prepararsi alla perdita di una persona o che sono colpiti da una disgrazia.

Vi sono vicino di cuore nella grande comunità dei santi e nella fede pasquale in Gesù Cristo, crocifisso e risorto: “Egli è la salvezza del mondo, la vita senza fine e la risurrezione dei morti“ (prefazio dei defunti).

Il vostro vescovo, + Ivo Muser

Settimananews

L’anafora

Settimana News

di: Elide Siviero

Anafora preghiera eucaristica

Don Ubaldo conosce molto bene la sua gente: è parroco da molti anni in quel paese. E proprio quella gente, che lui ama e serve, spesso è fonte di distrazione durante la messa: quando predica guarda i loro volti e gli riemergono le storie personali, i lutti, i dispiaceri, le difficoltà, le speranze di quel popolo di Dio che attende una sua parola. A volte si sente travolto, schiacciato dal peso di tutta questa gente e gli pare di essere come Mosè che gridava: «L’ho forse concepito io tutto questo popolo? O l’ho forse messo al mondo io perché tu mi dica: Pòrtatelo in grembo?» (Nm 11, 12) e, proprio mentre pensa questo, si ricorda che Dio rispose a Mosè con il dono delle quaglie, della carne che scendeva dal cielo per tutto il popolo. Allora lentamente ritrova pace, mentre si rifugia nella Preghiera eucaristica che recita lentamente per tutto il suo popolo, perché Cristo sia la carne che lo nutre.

Se la liturgia della Parola è una sorta di circolarità attorno al sepolcro vuoto di Cristo (rappresentato dall’ambone), dove non c’è lezzo di cadavere, ma profumo di vita, la liturgia eucaristica, invece, ha una dinamica completamente diversa: potremmo chiamarla anaforica, cioè elevante, “che porta su…”. Per mezzo del dialogo e del Prefazio noi siamo presi e portati davanti al trono di Dio, della sua santità, e lì, davanti, vediamo l’invisibile, che è Dio, e lo vediamo guardando il volto del Figlio suo Gesù Cristo. E, di fronte a questo mistero, con la Chiesa del Cielo, con gli angeli e i beati, cantiamo la santità di Dio.

Le prime testimonianze cristiane che ci parlano di questa preghiera di azione di grazie, la chiamano semplicemente “eucharistia”, ringraziamento, ed è per questo che anche il pane e il calice saranno chiamati “eucharistia”. Successivamente, questo termine sarà utilizzato in modo specialistico solo per il pane e per il vino: sarà dunque necessario che nasca un’altra terminologia per indicare la Preghiera eucaristica.

In Oriente abbiamo il termine “anafora” che deriva dal verbo greco “ana-phero” che significa innalzare, mandare verso l’alto, offrire. Il prefisso “ana-” sottolinea fortemente che la preghiera viene inviata in alto, ossia elevata a Dio.

Subito dopo il concilio Vaticano II, con il Messale di Paolo VI, si è prodotto un nuovo corso della liturgia eucaristica nella Chiesa romana, caratterizzato fino ad allora dalla pluralità di testi anaforici, mentre, almeno a partire dal terzo secolo, la tradizione era stata caratterizzata da un’unica preghiera eucaristica: il Canone romano.

Il centro del cambiamento avvenne con la promulgazione della costituzione liturgicaSacrosanctum concilium che prevede che «i riti splendano per nobile semplicità; siano chiari nella loro brevità e senza inutili ripetizioni; siano adatti alla capacità di comprensione dei fedeli né abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni» (SC 34).

Oggi i testi in vigore in Italia sono dieci, con l’eccezione della liturgia ambrosiana che conosce alcuni testi ricavati dalla sua propria tradizione. Esistono anche le Preghiere eucaristiche dei fanciulli I – II – III, che sono delle proposte propedeutiche alla celebrazione domenicale (quindi non si dovrebbero mai usare di domenica, nemmeno nella messa di prima comunione).

Proprio perché i testi del Messale di Paolo VI hanno preso come modello alcuni testi orientali, sia per il contenuto sia per la struttura, è ormai invalso l’uso del termine “anafora” per designare le nuove preghiere eucaristiche della Chiesa di Roma.

La Preghiera eucaristica è l’elemento originario della messa. Senza la preghiera eucaristica la messa sarebbe come un corpo senza cuore. Tutto ciò che precede, liturgia della Parola e riti offertoriali, e tutto ciò che segue è rispettivamente preparazione e conseguenza della Preghiera eucaristica, «momento centrale e culminante dell’intera celebrazione» (OGMR 78).

La Preghiera eucaristica ha per matrice la grande benedizione che il padre di famiglia ebreo pronuncia durante il pasto delle feste. Questa benedizione si compone di tre grandi sequenze: una lode al Dio creatore; un’azione di grazie per gli interventi di Dio nella storia di Israele; una supplica in favore di Gerusalemme. Nell’Ultima Cena, Gesù ha pronunciato questa preghiera introducendovi però delle parole nuove per mezzo delle quali egli ha istituito l’eucaristia. Nella messa, la Chiesa riprende la traccia della preghiera ebraica, ma la cristianizza:

a) Una lode al Padre per le sue meraviglie, soprattutto per averci inviato suo Figlio;

b) Un’azione di grazie per tutti gli interventi di Dio nella storia della salvezza – soprattutto in Gesù – la quale, ripetendo in mezzo a noi ciò che egli ha fatto la notte in cui fu tradito, rende presente l’offerta del suo corpo e del suo sangue donati in sacrificio per noi;

c) Una supplica per la Chiesa, per quelli che la guidano e per «noi qui presenti», affinché si compia questo annuncio e venga il mondo nuovo. «Il significato di questa preghiera è che tutta l’assemblea si unisca con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio e nell’offrire il sacrificio» (OGMR 78).

La preghiera è, quindi, di tutti, cioè della Chiesa, e infatti i testi sono con il “noi”, ma viene pronunciata solamente dal sacerdote, dato che rappresenta Cristo che presiede il pasto della Cena.

La Preghiera eucaristica, però, non è solo il testo eucologico di maggiore importanza di tutta la messa, ma è anche e soprattutto la sintesi più alta ed espressiva della preghiera cristiana. La Preghiera eucaristica, per la sua struttura, la sua dinamica e il suo contenuto, rappresenta il microcosmo della preghiera cristiana.

Fai bene, caro don Ubaldo, a rifugiarti in questa preghiera quando vedi le necessità della tua gente!

In essa è Cristo che prega per noi, prega in noi, è pregato da noi.

Formazione. A Bergamo, la prima laurea in apprendistato

Irene Poloni, 22 anni, domani conclude il percorso triennale, ma già lavora a tempo indeterminato con la qualifica che sarà acquisita attraverso il titolo

Irene Poloni, 22 anni, studentessa lavoratrice in apprendistato

Irene Poloni, 22 anni, studentessa lavoratrice in apprendistato

Irene è una studentessa-lavoratrice come tante, ma la sua storia è unica perché è tra le prime in Italia a laurearsi al termine di un percorso diapprendistato di terzo livello. In pratica, Irene Poloni, 22 anni, domani si laurea in Scienze dell’educazione ma, grazie a un accordo tra l’Università di Bergamo, dove studia e Confcooperative, è già stata assunta come apprendista nel nido d’infanzia “Pinocchio” di Leffe, con la qualifica professionale che acquisirà con il titolo. Per concludere il percorso di studi triennale, la giovane bergamasca ha seguito un piano personalizzato, concordato con la tutor aziendale e la tutor accademica, sperimentando una modalità innovativa di ambientamento al nido, nata in Svezia e caratterizzata dal ruolo dei genitori, che devono diventare protagonisti dell’inserimento del figlio nella struttura.

Il ruolo del territorio

«Attualmente abbiamo attivi dieci percorsi di laurea triennale in apprendistato nel corso di laurea in Scienze dell’educazione del Dipartimento di scienze umane e sociali e uno nel corso di laurea in Economia aziendale del Dipartimento di Scienze aziendali, economiche e metodi quantitativi – commenta il rettore dell’Università di Bergamo, Remo Morzenti Pellegrini -. Il percorso in apprendistato è un ulteriore orizzonte aperto dall’ateneo grazie a un rapporto costruttivo con il territorio, in questo caso con Confcooperative e le sue realtà aziendali.Questi percorsi arricchiscono le esperienze all’interno dell’università e allo stesso tempo garantiscono alle aziende del territorio le competenze di cui hanno bisogno, grazie a un confronto costante».

Un ponte tra università e mondo del lavoro

L’importanza del percorso di apprendistato, è sottolineata dalla stessa studentessa, iscritta al corso di Laurea magistrale in Scienze pedagogiche. «Il percorso in apprendistato – racconta Irene Poloni – mi ha dato la grande occasione di approfondire al meglio le caratteristiche e le complessità del mondo del lavoro in cui ho deciso di inserirmi e di raggiungere un livello di competenze adeguato per affrontarlo al meglio».

Apprendista al centro del progetto

La specificità del percorso seguito da Irene, ricorda il direttore del dipartimento di Scienze umane e sociali, Marco Lazzari, sta nel fatto che «gli studenti possono integrare studio e lavoro seguendo un piano formativo personalizzato nel quale sono indicate le attività didattiche da svolgere in Università e i compiti da affrontare nel contesto lavorativo al fine di maturare le competenze attese al termine del percorso. I percorsi sono caratterizzati da un’elevata personalizzazione – prosegue il docente – che consente di porre al centro gli interessi e le potenzialità dell’apprendista. Si crea così la possibilità di conseguire un titolo di studio di alta formazione anticipando i tempi di ingresso nel mercato del lavoro, sviluppando competenze professionali per svolgere una professione specifica».

Spiritualità. Il teologo Clément e il cristianesimo «dei volti e della bellezza»

Raccolti in volume gli interventi del teologo ortodosso francese pubblicati su “Avvenire” dal 1990 al 2008 Spaziando dall’aldilà ai conflitti politico-religiosi

L'icona della Trinità di Andrej Rublëv (particolare)

L’icona della Trinità di Andrej Rublëv (particolare)

avvenire

“Da Oriente” di Olivier Clément (pagine 198, euro 15,00) è il nuovo volume della collana “Pagine prime”, realizzata da Vita e Pensiero in collaborazione con Avvenire. Apparsi originariamente sul nostro quotidiano, gli scritti su «ecumenismo, Europa, spiritualità» vengono raccolti per la prima volta in volume a dieci anni dalla morte di Clèment (nato ad Aniane, il 17 novembre 1921, morì a Parigi il 15 gennaio 2009). Oltre a “Da Oriente” è in libreria un altro titolo della collana, “L’adesso di Dio” di Sergio Massironi e Alessandra Smerilli, sul rapporto tra Chiesa e giovani.

Che la nostra società ipertecnologica e smarrita si dimostri propensa a credere a tutto l’aveva già mirabilmente preconizzato Chesterton. A sua volta il cardinale Biffi la definì sazia e disperata. Descrizioni della civiltà occidentale che si ritrovano nelle riflessioni di Olivier Clément, il teologo ortodosso francese di cui ora Vita e Pensiero, nella collana “Prime pagine” edita in collaborazione con “Avvenire”, manda in libreria il volumetto Da Oriente. Ecumenismo, Europa, spiritualità (pagine 198, euro 15). Si tratta della raccolta di una cinquantina di articoli che il pensatore ha scritto dal 1990 al 2008 e che dimostrano la sua capacità di spaziare da questioni proprie della teologia come l’aldilà e il “Filioque” a vicende terrene quali i conflitti politico-religiosi o la polemica sul chador. 

Noi adoratori dei cani si intitolava un suo intervento del 1996 in cui con parole sferzanti fissava lo sguardo, passeggiando un giorno sulla riva destra della Senna, sulla «vera divinità di questa fine secolo». Frotte di dame e signori portavano a spasso i loro barboncini per fermarsi ogni tanto, osservandoli mentre soddisfacevano i loro bisogni. E gli venne spontaneo chiedersi a cosa pensassero quelle persone: «Rivivono l’intenerimento dei loro genitori quando li onoravano di simili oboli? Dicono a se stessi: i cani sono come noi, siamo come loro, almeno sulla riva del niente restano queste radici animali dell’essere?». Lo constatiamo ancor oggi: una società è malata quando conta più cani che bambini. Clément nel suo giudizio non era spietato, cosciente che spesso, quando le persone sono sole, il cane fa compagnia. Ma la sua analisi andava in profondità: «Per certi cittadini frustrati, la relazione con il cane ha qualcosa di erotico o di materno (ascoltate i loro balbettii di tenerezza). E il cane, a differenza del bambino, presenta il vantaggio immenso di non parlare. Così non ti contesta, ti adora in silenzio. È anche questa una maniera di sentirsi dio». 

Ma il nostro tempo segue tanti culti strampalati, come quando in occasione del cambio di millennio si diffuse la moda del New Age, o tornò in voga la devozione per il Sole o gli Angeli. Per Clément si trattava di espressioni di una razionalità pseudo-mistica i cui adepti «scavano fino al nulla – confuso col Nirvana buddista – nel narcisismo dell’individuo occidentale». 

Forme di un nuovo nichilismo che finisce per estromettere il Dio vivente e che confermano la sentenza di Pascal: «Chi vuole far l’angelo fa la bestia». Nel suo sguardo critico, come accennato, il teologo non s’impanca mai nella posizione del moralista fustigatore dei costumi, anzi cerca di capirli per orientare il cristianesimo del XXI secolo affinché sia in grado di offrire vere risposte. E capace di opporsi alla barbarie dilagante, che abbia il volto del fanatismo che ha fatto strage di sette monaci a Tibhirine o del prometeismo che ci minaccia «di mostruosità genetiche e di un suicidio collettivo, nucleare o ecologico»; nonché di presentare con parole nuove la possibilità di una redenzione dinanzi al caos. 

Quello che Clément ha in mente, lo ripeto, è un cristianesimo della libertà che prenda il posto del cristianesimo che nei secoli del moralismo, quelli della cristianità, era fondato sulla paura dell’inferno, sulla rivendicazione del potere e sull’ossessione della sessualità. Egli crede nello sviluppo di un cristianesimo rinnovato, che non separi più il sacramento dell’altare e il sacramento del fratello, «un cristianesimo che non cesserà di oscillare, fino alla Parusìa, tra le forme più sottili del martirio e i segni più eclatanti di un divino-umanesimo».

Poeti e profeti fu il titolo di una tavola rotonda che promuovemmo come Avvenire nel 1996 al Salone del Libro di Torino. Si cercava, con l’aiuto di scrittori e pensatori (oltre a Clément intervennero Grytzko Mascioni, David Meghnagi, Ruggero Pierantoni e Franco Loi) di cercare le “parole per un nuovo millennio”. Nel volume è riportato il testo che pronunciò Clément, il quale, sottolineò come «tra le prerogative del poeta (perciò indubbiamente egli profetizza) c’è la capacità di suscitare il risveglio. Gli antichi asceti dicevano che il più gran peccato è l’oblio: quando l’uomo diventa opaco, insensibile, talvolta indaffarato, tal’altra poveramente sensuale, incapace di fermarsi un istante nel silenzio, di stupirsi, di vacillare davanti all’abisso, sia per orrore oppure per giubilo. Incapace di ribellarsi, di amare, di ammirare, di accogliere l’inconsueto degli altri e delle cose. Insensibile alle sollecitazioni segrete, pur così frequenti, di Dio. Interviene allora il poeta». 

Anche oggi urge una poetica dei volti e delle cose. 

Olivier Clément sulle pagine di Agorà fra il 1995 e il 1996 tenne per un anno una rubrica denominata “Ecumene”, intervallandosi col pastore valdese Paolo Ricca. Entrambi offrivano ai lettori del quotidiano cattolico parole illuminanti: erano gli anni memorabili dell’apertura del pontificato di Giovanni Paolo II verso le altre confessioni e religioni, apertura che aveva trovato uno dei segni più forti nell’Incontro di preghiera interreligiosa per la pace di Assisi del 1986, così come nei vari mea culpa per i fatti incresciosi della storia, dalle Crociate all’Inquisizione alle guerre di religione. Marxista convertito al cristianesimo a 27 anni dal filosofo russo Berdjaev, Clément nelle pagine di questo libro costantemente rammenta come il cristianesimo sia «la religione dei volti e della bellezza». 

Lo coglie bene Enzo Bianchi nell’introduzione: «Il Vangelo e i Padri d’Oriente e d’Occidente – scrive – sono le bussole che hanno orientato il cammino di questo autentico “visionario” cristiano. Di questo inesauribile patrimonio Clément ha saputo diventare un appassionato divulgatore capace di parlare il linguaggio delle donne e degli uomini del nostro tempo, vi ha trasposto una sapienza che viene dallo Spirito, un afflato evangelico che chiunque lo abbia incontrato ha potuto constatare da subito». 

Una sapienza che si spingeva a valorizzare protagonisti del ’900 apparentemente lontani dalla fede cristiana, come il pittore Pablo Picasso e lo scrittore e filosofo Jean-Paul Sartre. In un lucidissimo intervento incentrato soprattutto su Guernica, Clément osserva come Picasso sia stato l’artista delle due guerre mondiali e abbia raffigurato la scomposizione dei volti e l’agonia dell’Europa, aprendo però sentieri di resurrezione. E a proposito dell’autore di L’essere e il nulla egli rileva come la sua opera sia stata un sfida per i credenti e che pur fra mille contraddizioni, come l’esaltazione dell’Urss e persino delle Brigate Rosse, egli alla fine abbia ritrovato «il cammino sia della vera alterità sia della vera trascendenza».

Bellissime sono infine le pagine dedicate alla teologia dell’icona. Oltre alle più note, come la Trinità di Andrej Rublëv, Clément amava moltissimo un dipinto sulla discesa agli inferi, conservato in una chiesetta alla periferia di Istanbul, ora trasformata in museo, San Salvatore in Chora: Cristo danza sulle porte dell’inferno, avvolto da una mandorla, afferra Adamo ed Eva e, dietro di loro, i santi e i profeti che rappresentano tutti gli uomini delle generazioni precedenti. «Da allora – conclude il teologo – nella Chiesa e dappertutto nel mondo (ma in realtà è la Chiesa che sostiene il mondo), quella mano continua a squarciare le tenebre. Dio s’incarna e scende fin nella morte e nell’inferno per aprirci, attraverso la sua umanità risuscitata, la via della vita viva, la forza stessa dello Spirito. Il fondamento dell’icona è l’Incarnazione. Il Dio inaccessibile, propriamente in-immaginabile dell’Antico Testamento, è diventato volto in Cristo. Volto dello Sfigurato-Trasfigurato, del Servo che avendo vinto la morte con la morte risplende della bellezza più sconvolgente, quella dell’amore folle di Dio per l’uomo». 

Intervista. La moglie Laura: «La lezione di Mango? Avere coraggio»

Il ricordo del cantante vivrà a Milano in due appuntamenti martedì 19 prossimo. E sta per uscire una raccolta molto ricca delle sue canzoni.

Pino Mango è scomparso l’8 dicembre del 2014, colpito da un infarto durante un concerto a Policoro

Pino Mango è scomparso l’8 dicembre del 2014, colpito da un infarto durante un concerto a Policoro

Pino ha lasciato il suo profumo nelle persone che ha incontrato. Ed è bello che così tanti, ne ricordino passione, dignità, spessore umano ed artistico». Quando parla del marito Pino Mango, uno dei talenti più alti di sempre della nostra musica d’autore (per tacer della voce), la moglie Laura Valente ancora un poco si commuove. Per poi però illustrare fiera, con un cipiglio etico evidentemente affar di famiglia, come Mango verrà finalmente celebrato cinque anni dopo l’infarto che lo uccise su un palco del Materano a sessant’anni appena compiuti: nell’ampio progetto «Tutto l’amore che conta davvero» il cui titolo, va da sé, è stato scelto fra i tanti ricchi di senso nel magnifico repertorio di canzoni e poesie dell’artista di Lagonegro. 

Il ricordo di Mango vivrà in due momenti distinti: il 19 mattina a Milano si terrà un incontro sulla sua arte all’Università degli Studi, mentre la sera al Teatro dell’Arte gli verrà dedicato un tributo non ovvio fra parole, musica e la messinscena di una sua favola inedita; il 22 poi uscirà nei negozi il cofanetto Tutto l’amore che conta davvero, composto di quattro dischi contenenti rispettivamente 16 successi, 16 sue collaborazioni importanti, 17 gemme da riscoprire (un disco questo terzo che sbalordisce per bellezza) e 13 brani dal vivo. L’opera sarà edita in forma deluxe con ampio booklet, in forma snella senza la parte live e su vinile unico invece solo con i live: ambito nel quale la bravura spesso d’avanguardia di Mango si esprimeva al meglio esaltandone insieme voce, scrittura, capacità d’orchestrazione, modernità delle idee e carisma di palco. Il tutto corroborato da un’umanità verace, profonda, ironica. Intanto il singolo scelto per lanciare il tutto (Forse che sì, forse che no con Dalla) l’ha riportato ai vertici delle hit: dove peraltro Mango albergò meritatamente molti anni.

Di solito la morte di un artista è seguita subito da celebrazioni discografiche: al di là del tempo del dolore, pare che lei abbia scelto una strada etica…
Sì: e oggi è anche un freno. Quando pensavo di fare qualcosa per Pino mi rispondevano che senza inediti non interessava. Ma gli inediti che ha lasciato erano solo faccende che non volle usare, non aveva senso riprenderli: tanto più che era negativo sulle opere postume. Però creda, il tempo del dolore in realtà non è finito: solo si impara a conviverci. Alla fine sono stati amici come l’autore Alberto Salerno e i discografici Razzini e Senardi a spingermi a ricordare Pino mirando a riscoprirne il patrimonio indicizzandolo e dandogli nuovo aspetto: ma partendo da sue scelte e coinvolgendo il suo entourage.

Qual è il centro del Mango artista e uomo, per lei?
Si vede guardando com’è morto… In quel filmato di Youtube, che alla fine non ho fatto rimuovere perché passasse proprio un messaggio forte, c’è tutto.

Pino ebbe l’infarto suonando Oro e la prima cosa che disse, nonché l’ultima, fu «scusate» al pubblico.
Esatto, si comportò com’era. Un uomo di dignità, passione, spessore. E sono contenta che di recente il rapper Willie Peyote abbia scritto il branoMango sottolineando l’eroismo umano di quel gesto e il buon esempio che può derivarne a leggerlo correttamente.

Era sereno negli ultimi tempi? Incontrandolo pareva molto amareggiato, non si sentiva riconosciuto…
Aveva avuto molte aspettative disattese, puro e schietto com’era, fra discografici e colleghi. E stava subendo l’inizio del crollo del mercato.

Nonché, crediamo, il fatto che se fosse stato inglese o americano avrebbe avuto un successo mondiale: o no?
Era il suo cruccio, però incolpava sé stesso. Aveva avuto occasioni per l’estero ma Pino non lo toglievi da Lagonegro, stare al paese gli era indispensabile.

Non stava lavorando proprio a niente, di nuovo?
Pensava a un musical, aveva mille sogni di brani nuovi ma non ha lasciato canzoni inedite, no. C’è il romanzo, invece: ci ha lavorato cinque anni giorno e notte, manca solo il finale. E non resterà certo nel cassetto. Però bisogna raggiungere l’unanimità in famiglia tra me e i ragazzi, per pubblicarlo…

Filippo e Angelina seguono ancora le orme del papà?
Non hanno mai smesso e penso abbiano talento; io credo, in loro. Ma sono piccoli e giungerà l’ora.

Cosa insegnerà di suo marito il 19 a mille studenti?
Le pieghe della sua vocalità, come vi sperimentava.

E cosa insegnerebbe di lui a giovani artisti?
Il coraggio. Pino partì da Lagonegro portando la sua musica a Roma e Milano e combattendo per anni, dai primi ’70 fino all’affermazione con Lei verrà nell’86. Per un artista il coraggio è irrinunciabile, l’unica strada per un successo vero che poi significa… farsi ascoltare, null’altro.

Intanto varie scuole italiane già omaggiano Mango.
L’Istituto Primario Marconi di Veglie nel Leccese di recente ha adottato le sue poesie a libro di testo: e pure altre, hanno organizzato eventi per ricordarlo.

La sera del 19 a Milano cosa metterete in scena?
Un tributo non l’avrebbe gradito. Sarà un mix di testimoni come Mogol, spettacolo coi Tarantolati di Tricarico per la Basilicata e una sua fiaba inedita, metafora della sua storia d’artista, che s’intitola Da bambino mi piaceva lanciare sassi nel fiume. Un attore la narrerà introducendo i passi della sua carriera, Giorgia ed Eugenio Finardi canteranno La rosa dell’inverno e Oro col suo chitarrista Carlo De Bei e, al basso, l’amico Saturnino.

Poi lei tornerà nel silenzio, per etica del ricordo?
In realtà spero che il movimento d’amore per Pino si amplifichi dopo questi progetti: ora sono pronta.

Ma in questi anni ha mai sentito qualcosa d’inatteso, dai tanti che l’hanno fermata commossi per Mango?
No. E sa perché? Perché aveva una faccia sola, non otto. Quindi della sua arte ho solo buone conferme e l’uomo lo ritrovo com’era. Ha lasciato sempre il suo profumo, Pino: almeno, sa, a Lagonegro si dice così.

Letteratura. Amitav Ghosh: «Viviamo nel mondo delle crisi multiple»

da Avvenire

Per lo scrittore indiano «parlare solo di “cambiamento climatico” è perfino troppo restrittivo»

Amitav Ghosh: «Viviamo nel mondo delle crisi multiple»

«Siamo alle prese con una straordinaria crisi planetaria». Parola dello scrittore indiano Amitav Ghosh, laddove straordinario non ha il significato di eccezionale e positivo, ma di allarmante e fuori dall’ordinario: «Questa crisi – continua Ghosh, in Italia per presentare il suo ultimo libro L’isola dei fucili (Neri Pozza, pagine 320, euro 18), domani a Milano in occasione di BookCity e lunedì a Torino per Aspettando il Salone – ha già fatto deragliare i sistemi politici di tutto il mondo, e ha creato una situazione senza precedenti. È chiaro che i giovani ora hanno capito le vere dimensioni della crisi, e stanno rispondendo con un senso di crescente urgenza, come è evidente da movimenti quali Extinction Rebellion e Fridays for Future». Dopo La grande cecità, saggio in cui affrontò – tra i primi a scriverne in modo significativo – il tema del cambiamento climatico e dei suoi effetti, interrogandosi anche sull’assenza di una narrativa a riguardo, Ghosh “rimedia” con questo romanzo, che però, come sottolinea, sarebbe riduttivo pensarlo solo come un romanzo sul clima: «Penso che parlare di “cambiamento climatico” sia troppo restrittivo. Ciò che stiamo affrontando ora è una convergenza di crisi multiple. Ora siamo in un momento, come dice Margaret Atwood, di “tutto cambia”. Ecco perché preferisco parlare di “crisi planetaria”. Spero che il mio libro rifletta questo». Il romanzo di Ghosh racconta la storia di Deen Datta, commerciante di libri rari a Brooklyn, nato nel Bengala, e di ritorno a Calcutta, dove si imbatte in Kanai Dutt, un parente che gli narra di Bonduki Sadagar, il cui significato in bangla vuol dire “mercante di fucili”. Secondo la leggenda, il mercante fece infuriare Manasa Devi, la dea dei serpenti, e il mercante tormentato fuggì sull’Isola dei fucili, ma raggiunto da Manasa Devi, fu poi costretto a erigere un tempio in suo onore. A partire da questa leggenda, per Deen inizia una sorta di migrazione, un viaggio che lo porta dall’India a Los Angeles, passando per Venezia (oggi più che mai al centro dell’attualità per via dell’allagamento che l’ha colpita), e fino a dove natura e profitto si incontrano e scontrano. Tra le varie tappe di Deen c’è appunto anche l’Italia, che è parte della genesi del libro di Ghosh: «Il libro è profondamente collegato a Venezia. Penso che il tempo che ho trascorso lì abbia molto a che fare con questa storia. Sono andato a Venezia per la prima volta nel 1981, per cui è un collegamento che c’è davvero da molto tempo».

La narrazione del viaggio di Deen potrebbe poi essere anche un pretesto per raccontare i migranti climatici: «Ho parlato con molti migranti e rifugiati in Italia – spiega Ghosh – e nessuno di loro poteva essere descritto semplicemente come un “migrante climatico”. Ogni migrante con cui ho parlato in Italia ha insistito sul fatto che il suo viaggio fosse il risultato di molteplici fattori che si intersecavano: povertà, politica, razza, classe, tecnologia delle comunicazioni e molto altro. Nel considerare questi fattori è importante non essere riduttivi». L’importanza di non essere riduttivi, tira necessariamente in ballo un altro tema collegato ai cambiamenti climatici, ovvero il ruolo della politica: «Non è possibile sfuggire a questa realtà. In questo momento è chiaro che non fare nulla è un atto fortemente politico. Stando così le cose, è impossibile per gli scrittori e gli intellettuali non rispondere in qualche modo, altrimenti chiuderebbero semplicemente gli occhi ». Scrittori e intellettuali che nell’ultimo anno hanno affrontato anche altri grossi temi: Ian McEwan ha scritto un romanzo per parlare di Intelligenza Artificiale. Valeria Luiselli ne ha scritto uno per parlare di migrazioni. Ghosh per parlare di cambiamenti climatici. Ma perché la forma romanzo e non un saggio? «Sono un romanziere innanzitutto, per cui le mie preoccupazioni si manifestano naturalmente nei miei scritti. Ma devo insistere, L’isola dei fucili non è un “romanzo sui cambiamenti climatici”. Si tratta di molto più di questo: riguarda un mondo che viene ribaltato in molti modi diversi». Modi (e sforzi) che possono essere individuali o collettivi, come si evince anche dall’ultimo libro di Jonathan Safran Foer, ma qual è la reale differenza tra questi due impegni verso la crisi planetaria?

«Le dimensioni della nostra attuale crisi – continua Ghosh – sono tali da non poter essere affrontate attraverso azioni individuali. In una situazione di guerra, ad esempio, sarebbe assurdo provare a rispondere apportando cambiamenti negli stili di vita individuali. Ciò che stiamo affrontando oggi è di portata ancora maggiore, quindi è inutile pensare di rispondere a questa situazione individualmente. Sono un grande fan di Greta Thunberg. È incredibile che differenza abbia fatto in brevissimo tempo. Ha ispirato i giovani di tutto il mondo. La cosa più notevole è che non sminuisce le sue parole, sta semplicemente dicendo la verità in un modo molto diretto». Una verità diversa da quella relativa i cambiamenti climatici di trecento anni fa, ma in qualche modo in continuità con quella attuale: «La cosiddetta “Piccola era glaciale” del XVI e XVII secolo fu l’ultima grande anomalia climatica. E in quel caso ciò che è accaduto è stato un calo delle temperature medie globali, non un aumento, come sta accadendo ora. Tuttavia quell’anomalia ha portato a risultati catastrofici in tutto il mondo. Ciò che possiamo imparare da quel periodo è che le società umane sono molto più vulnerabili alle anomalie climatiche di quanto si pensi generalmente ». Nonostante ciò, il libro di Ghosh parla anche di speranza nel futuro: «Per me è stato molto stimolante leggere l’enciclica Laudato si’di papa Francesco. Penso che non ci sia una migliore introduzione alla nostra crisi planetaria, soprattutto per la semplicità e l’umiltà con cui è scritta».

Filosofia. Da Pascal a Simone Weil: il dilemma della giustizia tra pena e diritto

Dal mondo greco a oggi, passando dalla lettura cristiana della società, lo storico Curi indaga sul dramma filosofico del far coincidere il diritto con la giusta pena

Antonio Canova, "Allegoria della Giustizia", particolare (Fondazione Cariplo / CC 3.0)

Antonio Canova, “Allegoria della Giustizia”, particolare (Fondazione Cariplo / CC 3.0)

Avvenire

È nota la posizione di Pascal, che possiamo definire pessimista o realista, sulla relazione tra forza e giustizia. In alcuni dei suoi Pensieri, il grande filosofo che volle morire in un ospizio dei poveri sostiene che l’ideale sarebbe che i due poli potessero convivere per il bene dell’uomo. Ma poiché in questo mondo la giustizia non ha possibilità di affermarsi e di utilizzare la forza per questo scopo, è inevitabile che la forza abbia la preponderanza.«La giustizia senza la forza è impotente, la forza senza la giustizia è tirannica», sentenzia il pensatore che inventò la prima macchina calcolatrice, ammettendo alfine con desolazione: «La giustizia è soggetta a discussione, la forza è molto riconosciuta e indiscussa. Così non si è potuto dare la forza alla giustizia perché la forza ha contraddetto la giustizia e ha affermato che solo lei era giusta. E così, non potendo ottenere che ciò che è giusto sia forte, si è fatto sì che ciò che è forte sia giusto».

Il Seicento era ancora un secolo dell’assolutismo e solo successivamente si è imposta una concezione della giustizia meno disfattista, quella che è arrivata sino a noi con lo Stato di diritto e la moderna democrazia. Eppure anche nel XXI secolo qualcosa non torna quando si parla di colpa, pena, legge, diritto, giustizia. Lo rileva Umberto Curi, professore emerito di Storia della filosofia all’Università di Padova, nel suo ultimo saggio, Il colore dell’inferno, La pena tra vendetta e giustizia (Bollati Borlinghieri) che prende l’avvio da una citazione folgorante di Simone Weil: «A causa dell’assenza di Cristo, la mendicità in senso lato e l’atto penale sono forse le due cose più atroci di questa terra, due cose quasi infernali. Hanno il colore stesso dell’inferno».

Secondo la pensatrice francese che rimase sempre sulla soglia della conversione, nel dare il castigo al colpevole la giustizia si comporta come nel gesto dell’elemosina: presta attenzione allo sventurato «considerandolo un essere umano e non una cosa». Ma non può fare questo se prescinde da un’impostazione religiosa: senza un riferimento a Dio, la prospettiva che si delinea non può che essere infernale.

Si sa che Simone Weil aveva un culto particolare per la civiltà greca, che considerava premessa al cristianesimo, e forse non è un caso che anche Curi nella sua analisi prenda spunto dal mondo della poesia e della tragedia antica, a partire proprio dalla domanda cruciale: che cos’è una pena? Ragionando sull’etimologia, egli chiarisce come il termine poiné (da cui il latino poena, l’italiano e lo spagnolo pena, il francese peine e l’inglese penalty) abbia il significato di “riparare” e “compensare” da una parte, e di “punire” dall’altra. È ciò che viene dato “in compenso” di qualcos’altro e indica la riparazione e il castigo. Non solo, essa riveste un significato sacrale ed è un corrispettivo della colpa commessa solo se provoca sofferenza, in un modo che sia proporzionale fra colpa e pena.

C’è insomma nella logica della pena l’affermarsi di un’espiazione in senso religioso, che sarà via via accentuata dal cristianesimo con il concetto di contrappasso, mirabilmente esemplificato da Dante. Ma cosa succede se una persona viene punita, ma non ha colpa? La vicenda di Edipo in questo senso è paradigmatica: egli paga il fio delle sue azioni senza esserne fino in fondo responsabile. È un eroe tragico che ben raffigura la visione greca dell’uomo e del mondo illustrata da un frammento del giovane Aristotele pervenutoci tramite Giamblico: «Siamo stati costituiti per natura» come se «fossimo tutti destinati a una punizione».

Per i Greci c’è un’infelicità di fondo nella condizione umana che accomuna tutti i mortali e che sarà risolta solo dal cristianesimo che ha reso possibile la redenzione. Come Edipo, anche Oreste si macchia del sangue dei genitori e a differenza del re di Tebe egli è ben consapevole di dare la morte alla madre Clitennestra, ma poiché commette il matricidio per vendicare l’assassinio del padre viene prosciolto al termine del processo che si svolge davanti al tribunale dell’Areopago. In questo senso egli assomiglia più ad Amleto che a Edipo.

Giustamente in un altro passo Curi richiama alla memoria un frammento di Pindaro, considerato il testo fondativo del diritto occidentale: «La legge è re di tutte le cose, mortali e immortali. Essa le guida con la sua mano sovrana e rende giusta la cosa più violenta». Versi che in realtà testimoniano, come avrebbe scritto Pascal, l’irriducibilità totale fra giustizia e diritto. Anzi, l’esistenza stessa del diritto sembra essere prova dell’impossibilità per l’uomo di realizzare la giustizia.

L’incapacità della nostra cultura, giuridica ma non solo, di fare i conti con questi temi fondativi è testimoniata dalla sfasatura evidente fra le risposte insufficienti che vengono date allo statuto della pena e l’attività giurisdizionale, che procede come se tutto fosse già stabilito.

Il modello correzionalista e quello preventivo sono in scacco, in balia di quella che Nietzsche definì l’origine economica e contrattualista della legge e della pena, da ricercarsi nel rapporto fra creditore e debitore e nella promessa della restituzione. Una ricostruzione genealogica che alla fine si basa sul piacere della sofferenza dell’altro, nel momento in cui chi contrae il debito offre come pegno il proprio corpo, la propria donna o la propria libertà e finanche la propria vita.

Un’idea assai materiale e non etica del debito e perciò della colpa e della pena, che certo ha il suo fascino ma che per Curi può essere ribaltata solo da un’altra logica, quella della sovrabbondanza. È la logica del surplus e dell’eccesso contenuta nell’Epistola ai Romani, ove Paolo supera l’economia della corrispondenza proporzionale fra colpa e pena.

Sulla scia di pensatori contemporanei come Jankélévitch, Derrida e Girard, si affaccia la chance del perdono, che talora è stata applicata alla giustizia in anni recenti, come nella Commissione Verità e riconciliazione in Sudafrica o nei processi sul genocidio del Ruanda. In entrambi i casi si è infatti constatato che la sola punizione può alimentare la sete di vendetta. Chance che si ripresenta pure nella formula della cosiddetta “giustizia riparativa”, un modello che coinvolge i colpevoli, le vittime e la comunità intera alla ricerca non solo di una riparazione del danno ma di una soluzione ai conflitti e di una riconciliazione.

Televisione. Renzo Arbore: «La mia musica in Vaticano per i bambini malati»

Da oltre trent’anni volto in tv dell’aiuto all’infanzia svantaggiata, Arbore il 20 novembre si esibirà per i 150 anni dell’ospedale Bambino Gesù. Diretta su Rai Uno

Renzo Arbore sarà tra i protagonisti della serata evento del 20 novembre su Rai 1 in favore dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma

Renzo Arbore sarà tra i protagonisti della serata evento del 20 novembre su Rai 1 in favore dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma

da Avvenire

«Vidi la sofferenza nel volto di un mio cugino disabile e un viaggio della solidarietà in Sudan mi cambiò la vita». Dall’iniziale colore giallo della birra a quello aureo della Lega del Filo d’oro. Così Renzo Arbore, che esortava la gente a meditare, ci ha messo poco a dare il buon esempio.

Non gli bastava certo entrare via etere nelle case degli italiani con la voce e con il volto in veste di showman e testimonial radiotelevisivo. Per lui, testimonial mondiale per antonomasia del Belpaese (in primis con la sua Orchestra italiana), il luccicante mondo dello spettacolo, per quanto totalizzante nella sua vita, non era sufficiente a saziargli l’anima. Perché Arbore, quando era Renzo Swing a Foggia con il suo clarinetto e quel viscerale amore per il jazz, il volto quotidiano della sofferenza e della disabilità fisica e psichica lo vedeva e viveva nel suo stesso palazzo, nella sua famiglia. In quegli occhi da bambino di suo cugino Carlo, che bambino è rimasto anche quando di anni ne aveva 75.

Così ci sarà anche Renzo Arbore la sera del 20 novembre, in diretta su Rai 1 dall’Aula Paolo VI in Vaticano, a festeggiare i 150 anni di fondazione dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Ci sarà con il suo swing e con il suo volto di testimone credibile e autentico di un incondizionato pluridecennale impegno personale a fianco dei bambini, da quelli della “sua” Lega del Filo d’oro alle migliaia di pazienti dello storico ospedale pediatrico romano appartenente alla Santa Sede.

Arbore, da dove viene questa sua sensibilità verso il mondo dell’infanzia disagiata?

«Anzitutto dalla consapevolezza di essere stato fortunatissimo nella mia vita. Fin da bambino. A differenza del mio caro cugino Carletto, che proprio due mesi fa se ne è andato, a 75 anni. Era rimasto praticamente fermo a livello cognitivo e anche motorio dall’età di sei anni. Abitava nel mio stesso palazzo a Foggia e anche quando me ne sono andato a Napoli e poi a Roma ogni volta che tornavo nella mia città lo andavo sempre a trovare con tanto affetto. Quando gli parlavo era come se parlassi con lui come quando eravamo bambini. Fino alla fine dei suoi giorni. Questo fatto, la sua disabilità, mi ha colpito molto. Tutta la nostra famiglia è sempre rimasta segnata dall’assistenza a Carletto, una persona peraltro davvero amabile. Era sempre sorridente, proprio come i bambini».

Quelli assistiti e seguiti dalla Lega del Filo d’oro, di cui lei è lo storico testimonial da più di trent’anni…

«Sì, da quando nel 1986 ho iniziato a prestare il mio volto in televisione e in altre circostanze a questa straordinaria realtà che cerca di lenire una drammatica forma di sofferenza infantile. La Lega del Filo d’oro si occupa di persone che non vedono, non sentono e non parlano. Li ho tutti nel cuore, ma con alcuni ho davvero condiviso un percorso di crescita. Come Andrea o come Alberto, che mi considera un suo grande amico. Molti li ho conosciuti da bambini e sono diventati grandi. Devo dire che la vita vince su tutto e sorprende ogni giorno. Quando ho detto di sì alla collaborazione con la Lega del Filo d’oro venivo da una esperienza talmente forte da avermi quasi sconvolto la vita».

Di cosa si era trattato?

«All’inizio del 1986, poco prima di andare al Festival di Sanremo con Il clarinetto, feci un viaggio in Sudan con una organizzazione statunitense che si chiama Care. Trascorsi in Africa quindici giorni visitando alcuni ospedali per bambini. Là mi sono davvero reso conto di quello che di straordinario facevano e fanno centinaia di giovani volontari che arrivano da tutte le parti del mondo. Provo poi una grande ammirazione verso gli operatori dei campi profughi di una guerra infinita che era già in corso allora. È stata una esperienza molto toccante a contatto con la povertà e la fame. Un posto dove ovviamente non si incontrava neanche un turista, ma solo missionari, volontari e al massimo qualche diplomatico. Purtroppo non ci sono immagini di quei giorni perché andai con un operatore che poi è morto e tutte le registrazioni sono rimaste da lui. Dopo un’esperienza così profonda e dolorosa in quell’Africa senza luce artificiale che si addormentava appena calava il sole, considerai persino una sorta di premio andare a Sanremo e tornare alla leggerezza».

E che segno le lasciò quell’Africa sofferente e così lontana dal nostro benessere?

«Be’, il destino volle che proprio dopo il Festival mi arrivò la proposta della Lega del Filo d’oro e naturalmente ho subito accettato di mettermi in gioco per dei bambini che non avevano nemmeno il dono della vista, dell’udito e della parola. Adesso abbiamo otto sedi per cercare di aiutare gli ospiti a godere la vita almeno attraverso il tatto e l’odorato. Due sensi residui che possono aiutare ad ampliare le facoltà delle persone nell’approccio alla vita. Poi c’è qualcuno che vede anche un po’ di luce e altri che sentono qualche impulso musicale attraverso delle speciali cuffie».

Tra qualche giorno si esibirà invece per il Bambino Gesù a favore della raccolta fondi per le cure oncologiche e per i trapianti.

«Ne sono fiero, felice e grato. In Vaticano canterò con i Sugarpie and the Candymen, un gruppo swing di Piacenza. Rifaremo il mio pezzoEsattamente come tu, un brano scherzoso e ironico che eseguii due anni fa, ma poi non suonai più perché venni ricoverato in ospedale per una complicazione all’anca. È quasi un brano inedito che mi fa piacere presentare nell’Aula Paolo VI per questa grande occasione».

Vaticano. Papa Francesco riceve l’imam al-Tayyeb di al-Azhar: siate messaggeri di pace

da Avvenire

Al-Tayeb gli ha presentato il progetto che si sta realizzando ad Abu Dhabi: una “casa dei monoteismi” con moschea, sinagoga e chiesa intitolata a San Francesco

(Ansa)

(Ansa)

In prossimità di un nuovo viaggio papale in Oriente all’insegna del dialogo interreligioso e della pace, un grazie e il dono della scultura dell’ulivo hanno concluso ieri in Vaticano l’udienza di papa Francesco con l’imam sunnita Ahmad al-Tayyeb dell’Università di Al Azhar, al suo quarto appuntamento con il successore di Pietro. «Questa è una allegoria, la pianta dell’ulivo e la colomba sono un simbolo di pace.
Il messaggio è: “Siate messaggeri di pace”». «Bisogna lavorare» ha aggiunto papa Francesco, mostrando l’edizione del “Documento sulla Fratellanza umana” firmato ad Abu Dhabi e indicando la copertina del testo che li ritraeva insieme. Il dialogo interreligioso e la spinta per la pace in un mondo frammentato dall’odio e dagli estremismi religiosi sono stati i temi affrontati anche nei quindici minuti di udienza a porte chiuse ricordando la trasferta papale negli Emirati. 

Durante i «cordiali colloqui» ha riferito la Sala Stampa vaticana, è stato fatto anche un cenno al «tema della protezione dei minori nel mondo digitale» e alle iniziative messe in atto dal Comitato Superiore per la Fraternità Umana dalla sua fondazione ad agosto. Al Papa è stato presentato anche il progetto di una casa interreligiosa ad Abu Dhabi che al suo interno accoglierà una moschea, una sinagoga e una chiesa dedicata a san Francesco d’Assisi.
Quello di ieri è stato il primo incontro tra Francesco con il leader sunnita, dopo lo storico viaggio papale del febbraio scorso negli Emirati Arabi Uniti suggellato dalla firma ad Abu Dhabi della “Dichiarazione sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la fratellanza”, la dichiarazione d’intenti congiunta concepita come un invito rivolto a tutti i credenti affinché collaborino a una cultura del rispetto e della pace. 

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(Ansa)Tra Ahmad al-Tayyeb l’imam di Al-Azhar autorevole centro teologico sunnita del Cairo, e papa Francesco si è instaurato da tempo un rapporto personale amichevole. Lo si era già visto con la visita di Al Tayeb in Vaticano il 23 maggio 2016 dove l’imam aveva rilevato il grande significato di quel nuovo incontro dopo anni di crisi, nel quadro del dialogo fra la Chiesa cattolica e l’islam. Si erano intrattenuti sul tema del comune impegno delle autorità e dei fedeli delle grandi religioni per la pace nel mondo, il rifiuto della violenza e del terrorismo, la situazione dei cristiani nel contesto dei conflitti e delle tensioni nel Medio Oriente e la loro protezione. 

Nuovamente si erano poi incontrati nella visita del Papa al Cairo il 29 aprile 2017 dove il Papa è intervenuto accanto ad Al Tayeb alla Conferenza internazionale per la pace organizzata dal centro accademico sunnita di Al Azhar che ha messo a tema il ruolo dei leader religiosi nel contrasto al terrorismo e nell’opera di consolidamento dei principi di cittadinanza e integrazione richiedendo un’urgenza educativa da considerare per la formazione. 

(Ansa)

(Ansa)
La Dichiarazione di Abu Dhabi sulla Fratellanza umana, co-firmata da Papa Francesco e dal grande imam è quindi scaturita dal dialogo personale tra i due leader e ha segnato certamente un tentativo importante per riannodare cammini di condivisione e prossimità tra i battezzati e i membri dell’Umma di Muhammad, nella concretezza dei contesti storici, a vantaggio dell’intera famiglia umana. Ne sembrano consapevoli gli stessi due co-firmatari, a giudicare dalla sollecitudine con cui sia il Vescovo di Roma che lo sheikh Ahmed al Tayyeb invitano a studiare il documento nelle scuole, nelle università e nei circoli politici. 

Sul volo di ritorno da Abu Dhabi papa Francesco interrogato su questo aveva risposto: «Il Documento è stato preparato con tanta riflessione e anche pregando. Sia il grande imam con la sua équipe, sia io con la mia, abbiamo pregato tanto per riuscire a fare questo Documento. Perché per me c’è un solo pericolo grande in questo momento: la distruzione, la guerra, l’odio fra noi. E se noi credenti non siamo capaci di darci la mano, abbracciarci, baciarci e anche pregare, la nostra fede sarà sconfitta. Questo Documento nasce dalla fede in Dio che è Padre di tutti e Padre della pace e condanna ogni distruzione, ogni terrorismo».

Vita e Cav. Accompagnare alla nascita: uno sguardo sulla persona, la mamma e il figlio

Al convegno volontari che sanno guardare negli occhi chi incontrano e si prendono cura delle ferite e delle angosce di madri. Il piccolo miracolo del Progetto Gemma e i numeri dei Cav

Anche un piccolo, con la sua mamma, al convegno del Movimento per la Vita e i Cav

Anche un piccolo, con la sua mamma, al convegno del Movimento per la Vita e i Cav

Avvenire

C’è molto da imparare stando insieme ai 400 volontari che mandano avantil’avventura quarantennale del Movimento per la vita e dei Centri di aiuto alla vita. La loro è un’umanità sorridenteallenata ad accogliere l’altro chiunque sia e comunque la pensi. L’azione alla quale si formano, anche in questi giorni di convegno nazionale in riva al mare d’Abruzzo, è orientata all’efficacia: sanno, tutti, che dal loro impegno dipende la vita di bambini

E per accompagnarli alla nascita occorre prendersi cura delle ferite e delle angosce di madri spesso impreparate, oppresse, nel mezzo di pressioni insostenibili. Se lo Stato si facesse carico di un servizio così – un laicissimo sostegno alla vita – il saldo demografico registrerebbe cifre ben diverse. 

Non è infatti solo una questione di bambini “salvati dall’aborto” ma, prima ancora, di sguardo sulla persona, quella della mamma come del figlio. Una scelta di campo in grado di cambiare un’intera società. Prendete Maria La Rosa: «Volevo andare in missione, adesso ho il mondo in casa. E sono felice». Medico di famiglia a Castelvetrano, nel Trapanese, da operatrice del Cav locale si occupa di ragazze italiane, certo, ma anche di molte immigrate dal Nord Africa. «Le ascolto, dialogo, mi prendo cura dei loro diritti. È bello occuparsi di chi non può ricambiare». Anche perché non ha prezzo la gioia di vedere poi nascere i figli che hanno deciso di tenere grazie al supporto del Centro, diretto da Anna Gulotta e sostenuto da una combattiva équipe tutta al femminile.

Da Torino a Cesena, da Trieste a Pescara, sono tutte storie così. Ascoltandole ci si commuove, sentendo però anche sorgere la domanda: perché su quest’opera generosa e socialmente rilevantissima invece pesa un pregiudizio culturale, come si trattasse della fissa di un manipolo di esagerati? «Adesso registriamo qualche difficoltà non solo a entrare nelle scuole e negli ospedali ma anche in qualche parrocchia…»spiega mesto il volontario di un Cav del nord. E se con studenti e medici si riesce poi a dialogare su progetti educativi e sociali mirati, sorprende che la tutela della vita più fragile altrove venga considerata un tema superato o divisivo. «Ma il presidente della Cei Bassetti ci ha chiesto di evangelizzare le parrocchie alla vita», ricorda la presidente nazionale Marina Casini Bandini.

Certo, il mondo è tutto diverso da quello del 1978, anno della legge 194. E la formazione di questi giorni – allargata ad esempio alle questioni di fine vita, con Assuntina Morresi, e della genetica, con Giandomenico Palka – mostra come il Movimento s’impegni per sintonizzarsi con le nuove domande. «Anche perché i nostri coetanei pensano che l’aborto sia ormai un fatto acquisitomentre di eutanasia parlano più volentieri», spiega Giuseppe Maria Forni, coordinatore nazionale giovani del Mpv. Ma c’è un altro fenomeno che sta stravolgendo silenziosamente la percezione (e i numeri) dell’aborto: l’alluvione di pillole “dei giorni dopo”,consumate con leggerezza, nella convinzione che siano solo contraccettivi in extremis mentre per la diffusione ormai massiccia e l’effetto antinidatorio si stima che siano causa di oltre 60mila aborti precocissimi e non conteggiabili.

«È con le consumatrici di questi prodotti che avviamo le nostre conversazioni sulla chat di Sos Vita – spiega Maria Maddalena Savini, giovane volontaria online –. Le più giovani hanno paura, cercano informazioni sul Web, non sanno di chi fidarsi, spesso ignorano persino le nozioni più elementari sul loro corpo. Noi cerchiamo di metterci al fianco della loro solitudine, e dire che per aiutarle ci siamo». 

Chi cerca risposte su Internet e sceglie le pillole sta sparendo dai radar dei Centri, ma quando la domanda si fa insostenibile può ancora contare sull’esperienza di persone come Bruna Rigoni, che ha formato generazioni di volontarie ed è vicepresidente nazionale nonché riferimento dei Cav veneti: «È ancora decisivo il colloquio personale, guardarsi negli occhi – dice –. A una ragazza, indecisa sulla sua maternità, ho detto di recente: sei già mamma, e in grembo hai già un figlio. Se gli permetterai di nascere, volerai per la felicità. Ed è nato».

Progetto Gemma. Ecco un piccolo miracolo

Gemma come gioiello. Un tesoro di luce che ha permesso di sostenere la nascita e il primo anno di vita di 23mila bambini in 25 anni. È come un muro maestro dell’impegno nel quale il Movimento per la vita si prodiga: il “Progetto Gemma” raccoglie donazioni private (singoli, famiglie, scuole, aziende, persino condomìni) da destinare alle mamme in attesa e poi dopo la nascita, in porzioni da 160 euro al mese lungo un anno e mezzo, per un totale di 2.880 euro. «I casi ci vengono segnalati dai Cav locali dopo una prima selezione – spiega Antonella Mugonolo, responsabile nazionale dal 2013 –. La nostra équipe centrale, a Milano, compie poi una sua istruttoria per mirare al meglio ogni singolo contributo. Il bonus bebè l’hanno copiato da noi…». Nato dall’intuizione di Francesco Migliore, Giuseppe Garrone e Silvio Ghielmi, il “Progetto Gemma” è un piccolo miracolo che nel 2018 ha sostenuto 513 bambini con le loro mamme. «Ogni mese la consegna diventa occasione per rivedersi, parlare della maternità – racconta Antonella –. È un legame educativo, e di grande affetto». 

Tre targhe speciali e una storia

Tre targhe speciali sono state consegnate ieri sera a Carlo Casini, tramite la figlia Marina, e alla memoria di Roberto Bennati e Paola Bonzi. Una coppia di personaggi televisivi, Beatrice Bocci e Alessandro Greco, ha raccontano la sua storia nel libro “Ho scelto Gesù” (Rai Libri), e poi ha incrociato i passi del Mpv prendendo parte al convegno di Montesilvano. Consegnati anche i riconoscimenti ai Cav di Udine, Pesaro, Busto Arsizio, Cernusco sul Naviglio e Asti.

Tutti i numeri dei Centri di aiuto alla vita

243
Le sedi del movimento attive in tutta Italia fino al 31 dicembre del 2018 

770mila
Le donne assistite dal 1975 ad oggi; 35 i bimbi nati in ogni Cav in un anno

80% 
La quota di mamme che dopo il colloquio al Cav scelgono la vita

50% 
L’aumento dei “Centri di aiuto alla vita” in Italia dal 1999 fino al 2018

La preghiera. Dal carcere l’invocazione al Padre Nostro: «Sto pagando il mio debito»

In carcere l’invito a pregare per il Papa nella giornata mondiale dei poveri. Padre Giunti fa conoscere l’invocazione di un detenuto: “Sto pagando il mio debito, rimetto a te la parola interdetta”

«Il Papa ha sempre avuto una particolare attenzione alle persone detenute, i poveri dei poveri perché sono privi della libertà»: l'invito a pregare per Francesco dalle carceri di tutta Italia

«Il Papa ha sempre avuto una particolare attenzione alle persone detenute, i poveri dei poveri perché sono privi della libertà»: l’invito a pregare per Francesco dalle carceri di tutta Italia

Avvenire

“Padre Nostro che sei nei cieli, sia sempre rispettato il tuo nome…ho attraversato l’inferno invocando il tuo aiuto, la tua guida mi è stata molto cara affinché non mi perdessi del tutto in questa vita strana…Sto pagando il mio debito, rimetto a te la parola interdetta, così sia ora e per sempre nei secoli“.

È il Padre nostro scritto dietro le sbarre da un detenuto del carcere di Alessandria che padre Beppe Giunti, francescano dei minori conventuali, ha conosciuto durante la sue visite “in galera”. Teologo, formatore della cooperativa sociale “Coompany & C” che si occupa di reinserimento sociale dei ristretti nel penitenziario alessandrino, padre Beppe vive a Torino nel Convento Madonna della Guardia: è autore del libro “Padre nostro che sei in galera” (Edizioni Messaggero di Padova) scritto con i “fratelli briganti”, come san Francesco chiamava le persone che erano cadute nelle maglie del crimine.

La sua invocazione suona tanto più attuale alla luce dell’iniziativa lanciata da don Raffaele Grimaldi, ispettore generale delle carceri italiane, diinvitare tutti i reclusi italiani, in occasione della terza Giornata mondiale dei poveri, a pregare per papa Francesco. “Fin dall’inizio del suo pontificato – la sua prima visita l’ha riservata ai giovani ristretti nel carcere minorile di Casal del Marmo – il Papa ha sempre avuto una particolare attenzione alle persone detenute, i poveri dei poveri perché sono privi della libertà, considerati gli scarti della società, quelli per cui qualcuno vorrebbe gettare la chiave e far marcire nelle celle” dice padre Giunti. “Sono briganti, come dice san Francesco ma nostri fratelli: chi ha commesso un reato è chiamato a pagare il proprio debito con la giustizia ma rimane un uomo, per noi cristiani rimane un figlio di Dio.


Padre Giunti: «I detenuti si sentono abbracciati, hanno capito che il Papa li accoglie: domenica la loro preghiera per Francesco, la preghiera dei poveri dietro le sbarre, sarà una restituzione a quell’abbraccio di padre misericordioso che non giudica»


Per quest’attenzione particolare che questo Papa riserva al mondo carcerario, mentre la Chiesa dedica una giornata ai poveri, i poveri dietro le sbarre pregheranno per lui: per ringraziarlo perché non dimentica mai chi vive la detenzione e con le sue parole anche di denuncia – come è accaduto per l’ergastolo che il Papa ha più volte definito ‘un problema da risolvere’ – invita tutti a non dimenticare chi vive nelle prigioni”. Il francescano parla spesso durante le sue visite nel carcere di Alessandria, in particolare con i collaboratori di giustizia che nel suo libro ha invitato a rileggere il Padre Nostro, della parabola del padre misericordioso.

Padre Beppe Giunti, francescano dei minori conventuali, ha fatto conoscere l'invocazione al Padre Nostro di un detenuto di Alessandria conosciuto durante la sue visite in carcere.

Padre Beppe Giunti, francescano dei minori conventuali, ha fatto conoscere l’invocazione al Padre Nostro di un detenuto di Alessandria conosciuto durante la sue visite in carcere.

“È un padre che attende il figlio scrutando l’orizzonte. Appena lo vede gli corre incontro. Il figlio ha preparato un discorso ma il padre non lo ascolta, lo abbraccia. Ecco il gesto di papa Francesco con i detenuti: li abbraccia perché come Dio Padre non condanna nessuno alla sua pena. E i carcerati, che nella maggior parte sono persone semplici e hanno bisogno di gesti ‘forti’ si sentono abbracciati, hanno capito che il Papa li accoglie: domenica la loro preghiera per Francesco, la preghiera dei poveri dietro le sbarre, sarà una restituzione a quell’abbraccio di padre misericordioso che non giudica“.

Padre Giunti richiama le parole di Francesco pronunciate nei giorni scorsi al congresso dell’Associazione internazionale di diritto penale in cui sottolineava “l’uso improprio della custodia cautelare per cui il numero di detenuti senza condanna già supera ampiamente il 50% per cento della popolazione carceraria” o la necessità di mettere in atto le misure alternative alla detenzione in modo che il periodo dello sconto della pena “sia come prevede la nostra Costituzione all’art.27 un tempo per la rieducazione e il reinserimento nella società: solo facendo in modo, come dice il Papa che nelle celle non venga chiusa la speranza, che le carceri non diventino ‘polveriere di rabbia ma luoghi di recupero’ si può abbattere la recidiva e far voltare pagina chi ha sbagliato.

Il Papa indica la strada per uscire dalle sbarre e i detenuti gli sono grati e, come chiede spesso Francesco, pregano per lui”. 

Giornata mondiale. La speranza dei poveri è in Dio

Questo appuntamento è stato voluto da papa Francesco alla fine del Giubileo del 2016. La Messa in San Pietro e il pranzo con 1.500 indigenti in Aula Paolo VI. Tante iniziative in Italia

Papa Francesco a pranzo pranzo con i poveri (foto d'archivio Ansa)

Papa Francesco a pranzo pranzo con i poveri (foto d’archivio Ansa)

Avvenire

Si celebra questa domenica oggi nell’orbe cattolico una Giornata che porta l’impronta molto chiara di Bergoglio. La sua genesi l’ha raccontata lui stesso nella Lettera apostolica Misericordia et misera. «Alla luce del Giubileo delle persone socialmente escluse, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII domenica del tempo ordinario, la Giornata mondiale dei poveri». L’Anno Santo straordinario, com’è noto, si chiuse domenica 20 novembre 2016. L’evento richiamato da Francesco avvenne il fine settimana precedente, quando si radunarono in Vaticano circa seimila senzatetto, poveri ed emarginati in varie forme provenienti da dodici Paesi.

«La speranza dei poveri non sarà mai delusa» (Sal 9,19) è il tema che il Papa ha scelto per la Giornata di oggi. «Il Signore non abbandona chi lo cerca e quanti lo invocano» scrive sempre il Papa nel suo messaggio ufficiale, «la condizione dei poveri obbliga a non prendere alcuna distanza dal Corpo del Signore che soffre in loro».

Francesco sarà impegnato con la Messa alle 10 nella Basilica di San Pietro poi con il pranzo nell’Aula Paolo VI insieme a 1.500 indigenti provenienti da Roma, dalle diocesi del Lazio e oltre. Nel corso dell’ultima settimana sul lato sinistro del Colonnato di piazza San Pietro è stato allestito un presidio sanitario che offre visite mediche specialistiche ai più bisognosi. Si tratta di una struttura polifunzionale di 300 metri quadri che Francesco ha visitato venerdì assieme al nuovo centro di accoglienza notturna e diurna di Palazzo Migliori, a pochi metri dal Colonnato, una dimora dell’800 di quattro piani e duemila metri quadri affidata all’Elemosineria apostolica e ora gestita dalla Comunità di Sant’Egidio.

Ma sono tante le iniziative oggi anche nel resto della penisola, con Messe, pranzi con i poveri e altro. A Rimini, per esempio, ieri sera si è tenuta una veglia di preghiera, mentre oggi al termine della Messa il vescovo Francesco Lambiasi consegnerà alcuni oggetti simbolici: coperte alla Protezione Civile, farmaci ai volontari dell’opera Sant’Antonio, un vassoio con alimenti alla Caritas diocesana, alcuni indumenti alla Comunità Papa Giovanni XXIII e ad un assessore comunale la mappa dei servizi presenti sul territorio per i poveri. Ad Andria il vescovo Luigi Mansi darà alla comunità diocesana e in particolare agli operatori della carità le «prospettive pastorali», un’appendice alla lettera pastorale incentrata sulla parabola del Buon Samaritano. 

A Carbonia ieri si è tenuta una grande raccolta alimentare e di prodotti per l’igiene, mentre la Caritas diocesana ha organizzato una visita guidata al Centro unico di distribuzione e al Centro di ascolto, due strutture cruciali nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale. La diocesi di Cassano all’Jonio ha organizzato una serie di incontri, iniziati lo scorso 31 ottobre, con economisti e sociologi, e ha chiesto a ogni parrocchia e associazione di impegnarsi nel mese di novembre per vivere al meglio la Giornata per i poveri.

Domani domenica 17 novembre Terza Giornata Mondiale dei poveri. Il Messaggio di Papa Francesco

Vatican.va
La speranza dei poveri non sarà mai delusa
«La speranza dei poveri non sarà mai delusa» (Sal 9,19). Le parole del Salmo manifestano una incredibile attualità. Esprimono una verità profonda che la fede riesce a imprimere soprattutto nel cuore dei più poveri: restituire la speranza perduta dinanzi alle ingiustizie, sofferenze e precarietà della vita.
Il Salmista descrive la condizione del povero e l’arroganza di chi lo opprime (cfr 10, 1-10). Invoca il giudizio di Dio perché sia restituita giustizia e superata l’iniquità (cfr 10, 14-15). Sembra che nelle sue parole ritorni la domanda che si rincorre nel corso dei secoli fino ai nostri giorni: come può Dio tollerare questa disparità? Come può permettere che il povero venga umiliato, senza intervenire in suo aiuto? Perché consente che chi opprime abbia vita felice mentre il suo comportamento andrebbe condannato proprio dinanzi alla sofferenza del povero?
Nel momento della composizione di questo Salmo si era in presenza di un grande sviluppo economico che, come spesso accade, giunse anche a produrre forti squilibri sociali. La sperequazione generò un numeroso gruppo di indigenti, la cui condizione appariva ancor più drammatica se confrontata con la ricchezza raggiunta da pochi privilegiati. L’autore sacro, osservando questa situazione, dipinge un quadro tanto realistico quanto veritiero.

Papa Francesco vede rigurgiti nazisti: “Alcuni governanti parlano come Hitler”

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Il Pontefice all’incontro coi penalisti, fa un discorso molto garantista, condannando l’abuso del carcere preventivo e chiedendo di ripensare l’ergastolo. Occorre “vigilare” sulla “cultura dell’odio” che vede il riapparire di simboli nazisti: lo ha detto il Papa nell’incontro con i penalisti. “Si riscontrano episodi purtroppo non isolati – ha fatto presente Papa Francesco -, certamente bisognosi di un’analisi complessa, nei quali trovano sfogo i disagi sociali sia dei giovani sia degli adulti. Non è un caso che a volte ricompaiano emblemi e azioni tipiche del nazismo. Io vi confesso che quando sento qualche discorso di qualche responsabile del governo mi vengono in mente i discorsi di Hitler nel ’34 e nel ’36.