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Gran Sasso, convivere (bene) coi lupi senza doppiette

ISOLA DEL GRAN SASSO (TERAMO) – “Qui a Campo Imperatore ci viviamo fra i lupi. Io ho 2.000 pecore, eppure in due anni non ne ho persa neanche una. La salvezza nostra è l”arma bianca’, i cani pastori abruzzesi. Io ne ho 20″.

Giulio Petronio è uno dei 15 allevatori del Consorzio del Canestrato di Castel del Monte, saporito formaggio tipico di questo piccolo comune, alle pendici del Gran Sasso, in provincia dell’Aquila. Con le pecore Giulio ci vive, e i lupi per lui sono un problema. Ma è un problema che a suo avviso si può risolvere senza abbattere questi predatori, come prevede (pur come estrema ratio) il contestato Piano lupo del Ministero dell’Ambiente.
Basta ricorrere ai sistemi collaudati da millenni, che negli ultimi decenni erano caduti in disuso per la quasi estinzione di questi animali: recinti per le pecore, e soprattutto robusti cani da guardia. Gli splendidi pastori abruzzesi, grandi animali dal pelo folto e candido. Mansueti con gli uomini e le pecore, implacabili coi lupi. Questi ultimi sanno con chi hanno a che fare, e girano alla larga.
Campo Imperatore, la grande piana a 1.800 metri di quota nell’Aquilano (nota per la prigionia di Mussolini dopo il 25 luglio), fa parte del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Un parco che ha investito molto non solo sulla tutela del lupo, ma anche sulla sua convivenza con le attività umane. E i risultati si vedono.
“Dei 12 progetti finanziati dalla Ue nel Parco – spiega Federico Striglioni, responsabile scientifico dell’ente – sei riguardavano la coesistenza dell’uomo coi predatori, dalla costruzione degli stazzi elettrici all’addestramento di cani da guardiania. Abbiamo lavorato per stabilire un rapporto di fiducia con gli allevatori, abbiamo concordato con loro il regolamento per gli indennizzi. Se non si affronta il problema con chi lavora negli allevamenti, non si risolve nulla”.
Nel territorio del Parco, 150.000 ettari, vivono oggi dai 70 ai 100 lupi. Gli animali domestici sono 85.000, dei quali 66.500 sono pecore. I residenti nel Parco sono 15.000, le aziende zootecniche 400. Il Parco rimborsa rapidamente gli allevatori per il bestiame predato, ma manda i veterinari, in veste di medici legali, ad accertare se le bestie sono state davvero uccise dai lupi. In questo modo si evitano truffe e non si sprecano i fondi disponibili.
Tra i risultati di questo lavoro, c’è che sul Gran Sasso non si trovano i bocconi avvelenati che in altri territori vengono messi dagli allevatori per sterminare i predatori. L’ultimo progetto del Parco, Mircolupo, prevede la cattura e la sterilizzazione degli ibridi cane-lupo, per salvare l’identità genetica di questi predatori.
“Gli abbattimenti controllati non hanno nessuna base tecnica – spiega Striglioni -. Se uccidi un lupo, il giorno dopo torneranno gli altri, e dopo un po’ l’esemplare abbattuto sarà sostituito da un giovane proveniente da un altro branco. E’ più facile dire ‘togliamo i lupi’ che educare gli allevatori”.

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Alle Missionarie di San Carlo Borromeo il saluto e il ringraziamento della Diocesi

Venerdì 16 giugno, nella sala della biblioteca del vescovado, alla presenza del vescovo Massimo, il personale tutto della Curia ha voluto esprimere un corale ringraziamento alle tre Missionarie di San Carlo Borromeo, in partenza da Reggio, suor Ester, suor Marilù e la novizia Valeska.
Le Missionarie di San Carlo, ramo femminile della Fraternità di San Carlo – avviata da don Massimo Camisasca nel 1986 -, hanno appena festeggiato il 10° anniversario del riconoscimento come “associazione di fedeli” (25 marzo 2007), comunità che ha avuto inizio con suor Rachele Paiusco, originaria di Legnano e attuale superiora, la quale ha voluto comunicare con una lettera personale a tutti i collaboratori della Curia la decisione sofferta di “chiudere” la casa aperta a Reggio nel dicembre 2012, pochi giorni prima dell’ingresso di monsignor Camisasca nella nostra Diocesi. Nella lettera veniva motivato il ritiro delle suore, in questo anno di ridistribuzione delle vocazioni nelle due case a Roma, in via Aurelia Antica (casa madre) e alla Magliana, e, appunto, nelle due case in missione: una a Nairobi (Kenya) e una a Denver (Colorado, Usa).

In questi quasi cinque anni a Reggio, le Missionarie sono state per il vescovo Massimo come le sorelle Marta e Maria di Betania, circondandolo di attenzioni e amicizia, di sostegno nella preghiera e nelle lunghe ore di adorazione nella loro cappellina allestita nell’abitazione di via Toschi 4 (nell’appartamento dei Canonici dove aveva vissuto l’allora Ausiliare Lorenzo Ghizzoni), ma anche tutte evangelicamente “prese dai molti servizi”, in una casa che deve sempre essere accogliente, aperta agli imprevisti, come quella del Vescovo. Mentre il Vicario generale, monsignor Alberto Nicelli, si è fatto portavoce dei sentimenti di gratitudine e di dispiacere per la loro partenza, venivano in mente i volti delle giovani suore che si sono succedute in questi anni velocemente trascorsi, che si sono affiancate ai sacerdoti, al diacono Marco Vezzosi e a Fabiola Fantini, della Segreteria vescovile: suor Patrizia Ameli, suor Maria Anna Sangiorgio, suor Maria Inés Martinez, suor Teresa Zampogna, insieme a suor Ester, punto di riferimento fin dall’inizio, e insieme, per i primi anni, anche a sorella Ana Monedero, consacrata laica, ritornata in Spagna in una comunità di animazione tra giovani studenti.

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A Luglio e Agosto S. Messa Festiva e Domenicale ore 19 sospesa in S. Stefano

A Luglio e Agosto S. Messa Festiva e Domenicale ore 19 sospesa in S. Stefano

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Arriva indicazione di qualità ‘Prodotto di montagna’

La Conferenza Stato-Regioni ha approvato il decreto per l’utilizzo dell’indicazione facoltativa di qualità “prodotto di montagna”. Lo annuncia, in una nota, il Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali nel precisare che l’indicazione facoltativa di qualità “prodotti di montagna” può essere applicata ai prodotti ottenuti da animali allevati nelle zone di montagna e da quelli in transumanza, nonché sui prodotti di origine vegetale e dell’apicoltura.

“Questo decreto – sottolinea il Ministro Martina – è un ulteriore passo avanti nel fondamentale percorso di valorizzazione dei prodotti e dell’attività dei nostri imprenditori. In particolare diamo rilievo alle produzioni montane per il loro valore non solo economico, ma sociale e di tenuta del territorio. Come Ministero – continua – abbiamo puntato con forza in questa direzione, mettendo in campo strumenti inediti per salvaguardare le produzioni certificate, combattere la contraffazione e aumentare le informazioni disponibili in etichetta. Premiare con la trasparenza chi produce qualità è il primo passo per tutelare le scelte dei consumatori e per sostenere l’attività economica virtuosa che l’Italia esprime. Su questa strada siamo decisi a continuare con determinazione”. “Con questo provvedimento – rileva il Vice Ministro Andrea Olivero, con delega all’agricoltura di montagna – intendiamo completare il quadro normativo nazionale sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari. Si concretizza quindi uno strumento efficace per gli operatori delle zone montane, che potranno accrescere la redditività facendo leva sulla riconoscibilità dei prodotti, e allo stesso tempo garantiamo maggiore tutela ai consumatori, che chiedono sempre più trasparenza e informazione”.

“Tale intervento rappresenta una ulteriore leva di marketing – conclude il Sottosegretario Giuseppe Castiglione – oltre che un dovuto riconoscimento agli agricoltori di montagna, che assolvono al fondamentale compito di mantenere l’attività primaria in aree difficili e di tramandare la tradizione agroalimentare locale”.(ANSA).

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I santi del 25 Giugno 2017

 

San MASSIMO DI TORINO   Vescovo
Metà IV secolo – 423 circa
Massimo guidò la diocesi di Torino, di cui è considerato il fondatore, nel travagliato periodo delle invasioni barbariche. Nato verso la metà del IV secolo, fu…
www.santiebeati.it/dettaglio/33400

Santa FEBRONIA   Martire in Persia
www.santiebeati.it/dettaglio/92419

San PROSPERO D’AQUITANIA   Monaco e teologo
Limoges (Francia), fine IV secolo – Roma, dopo il 455
Ha studiato nella nativa Aquitania (Gallia romana) ed è buon letterato e teologo. Ma non sarà prete. Vive per molti anni, dal 426, nei monasteri di Marsiglia e della sua regione, c…
www.santiebeati.it/dettaglio/59400

San PROSPERO DI REGGIO EMILIA   Vescovo
www.santiebeati.it/dettaglio/59450

San SALOMONE   Re di Bretagna
m. 25 giugno 874
San Salomone III, re di Bretagna, nonostante un grave crimine commesso in gioventù fu ricondotto da Dio sulla strada della santità. Dovette combattere contro i franche ed i normann…
www.santiebeati.it/dettaglio/92252

Santa TIGRE (TECLA) DI MAURIENNE   Vergine ed eremita
VI secolo
www.santiebeati.it/dettaglio/92858

Sant’ EUROSIA DI JACA   Martire
m. 714
www.santiebeati.it/dettaglio/59325

San GUGLIELMO DI MONTEVERGINE (DA VERCELLI)   Abate
Vercelli, 1085 – Goleto, Nusco, 24 giugno 1142
Guglielmo di Montevergine era nato a Vercelli nel 1085 da nobile famiglia. Divenuto monaco, decise di recarsi in Palestina. Lungo il cammino si fermò in Irpinia dove fondò la Congr…
www.santiebeati.it/dettaglio/59350

Santi PIETRO (DAVID) E FEBRONIA (EUFROSINA)   Sposi e monaci
† 1228
www.santiebeati.it/dettaglio/55520

San MOLOC (O LUANO)   Venerato in Scozia
m. 592 circa
www.santiebeati.it/dettaglio/59360

Sant’ ADALBERTO DI EGMOND   Diacono ed abate
sec. VIII
www.santiebeati.it/dettaglio/59370

Santi DOMENICO HENARES E FRANCESCO DO MINH CHIEU   Vescovo e laico, martiri
† Nam Dinh, Vietnam, 25 giugno 1838
Francesco Do Minh Chieu, nato da famiglia cristiana in Vietnam, era fedele catechista e collaboratore del suo vescovo, s. Domenico Henares O.R, quando, nel 1838, scoppiò la …
www.santiebeati.it/dettaglio/90875

Beato FULGENZIO DE LARA   Mercedario
† 1287
Inviato più volte in redenzione dall’Ordine Mercenario, il Beato Fulgenzio de Lara, nel 1280 fu in Andalusia (Spagna), poi passò in Africa. In Marocco convertì molti infedeli a Cri…
www.santiebeati.it/dettaglio/94258

Beata MARIA LHUILIER   Vergine e martire
Arquenay, Francia, 18 novembre 1744 – Laval, Francia, 25 giugno 1794
Prestò giuramento con le suore ospitaliere della Misericordia di Gesù. Perseguitata dopo lo scoppio della rivoluzione francese, morì martire per aver rifiutato il giuramento agli i…
www.santiebeati.it/dettaglio/93295

Beato GIOVANNI DI SPAGNA   Monaco
m. 1160
Nato in Spagna, fu fondatore e primo priore della Certosa di Le Reposoir in Svizzera. Su richiesta di Sant’Anselmo, superiore generale, iniziò il ramo femminile.
www.santiebeati.it/dettaglio/90545

Beato PAOLO GIUSTINIANI   Eremita camaldolese
Venezia, 15 Giugno 1476 – Monte Soratte, Roma, 25 giugno 1528
Era figlio della nobile famiglia Giustiniani di Venezia. Vi nacque il 15 Giugno 1476. Dopo essere diventato superiore maggiore nell’eremo di Camaldoli fino al 1520, ottenne da Leon…
www.santiebeati.it/dettaglio/94177

Beata DOROTEA DA MONTAU   Vedova
† 1394
www.santiebeati.it/dettaglio/59380

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Somalia: 3.2 milioni di persone necessitano di aiuti alimentari

Continua l’emergenza umanitaria in Somalia: sono 3,2 milioni le persone che hanno bisogno di aiuti alimentari; il tasso di malnutrizione generale nella regione è del 22%; quella acuta del 5%. “Il tasso di ammissione dei bambini con meno di cinque anni nei nostri programmi di nutrizione e salute è più che raddoppiato rispetto all’inizio dell’anno”: ha dichiarato Aurelie Fèrial, capo delle operazioni regionali di “Azione contro la Fame” dell’Africa orientale. Giorgio Saracino ne ha parlato con Simone Garroni, direttore generale della fondazione

da radio vaticana

R. – La Somalia in questo momento sta vivendo, purtroppo, una crisi gravissima. La siccità che sta subendo sta portando la popolazione ad una situazione veramente di stremo. Stiamo parlando del quarto anno di siccità: quattro stagioni delle piogge consecutive sono state fallimentari, con l’ultima di aprile-giugno. Abbiamo quindi 6,7 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria e più di tre milioni di persone che hanno bisogno di cibo di emergenza. Ci troviamo di fronte a una situazione che è di pre-carestia. La carestia non è un termine generico, ma tecnico: può essere dichiarata solo dall’Onu quando ci sono certi criteri. Quando la malnutrizione generale raggiunge il 30 % della popolazione; una famiglia su cinque – il 20 % quindi – è senza cibo. Ci sono dei tassi di mortalità giornalieri molto elevati. Ci troviamo in una situazione che è molto vicina a queste che ho citato: siamo cioè oltre la soglia di emergenza secondo i criteri stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

D. – In quale stato versa ora la Somalia?

R. – La Somalia è proprio lo Stato in cui è stata dichiarata la carestia. L’ultima volta che è accaduto era il 2011 e in quell’occasione sono morte 260 mila persone. Purtroppo, oggi ci troviamo in una situazione di pre-carestia non soltanto in Somalia, ma anche in Sud Sudan – dove è stata proprio dichiarata a febbraio – e in Yemen. Quindi è una situazione veramente particolare. E la Somalia – a parte questo momento in cui si è aggravata la crisi – si trova in uno stato di povertà e di bisogno da moltissimi anni, sia per le condizioni climatiche sia per quelle politiche e militari.

D. – Come state intervenendo voi di Azione contro la Fame?

R. – Noi siamo in Somalia dal 1992, quindi da moltissimi anni. Abbiamo circa tredici progetti e nel 2016 abbiamo aiutato quasi 300 mila persone. I nostri interventi sono in questo momento molto focalizzati sul fornire acqua, quindi camion d’acqua; e poi un sistema di voucher per assicurare la sua distribuzione equa. Interventi di cibo di emergenza; costruzione di latrine, perché uno degli aspetti fondamentali è quello di garantire condizioni igieniche adeguate. Ci sono purtroppo epidemie di colera che sono in crescita e che devono essere immediatamente contenute e curate per le persone che soffrono: purtroppo i tassi di mortalità per colera sono di circa il 5 %. Gli altri interventi sono ovviamente quelli di cura e prevenzione contro la malnutrizione acuta nel momento in cui si verifica effettivamente sui bambini, e di prevenzione sulle mamme allattanti o incinta.

D. – Qual è il vostro appello?

R. – Il nostro appello è che i fondi crescano notevolmente. Ci troviamo in una situazione in cui purtroppo alcune attività di fornitura di acqua devono essere interrotte. Anche la fornitura di denaro per l’acquisto di cibo è stata interrotta in alcuni distretti. Le esigenze sono di addirittura 14 milioni di dollari per finanziare i progetti: ci troviamo quindi in una situazione in cui le esigenze della popolazione sono molto più significative dei fondi attualmente disponibili.

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Se il vescovo rinuncia al «don» segretario

Giugno è un mese di annunci di avvicendamenti negli incarichi dei preti diocesani. In questo senso rilanciamo la riflessione di «Vita Trentina» che parte da una scelta molto concreta compita dal vescovo Tisi

Giugno è mese di annunci di avvicendamenti nelle parrocchie e nelle curie diocesane. Per questo oggi rilanciamo l’editoriale scritto questa settimana da Diego Andreatta per il settimanale Vita Trentina che prende spunto proprio da questo tema e da una scelta inedita compiuta dal vescovo.

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Tra le non poche riflessioni suggerite dagli ultimi avvicendamenti nel clero trentino, c’interroga l’inedita scelta di mons. Lauro Tisi di “liberare” di tempo ed energie il suo attuale segretario. Non tanto perchè il suo posto sarà ricoperto a tempo pieno da un laico o perchè l’Arcivescovo ritenga di poter girare da solo la diocesi con la sua “Golf”, senza farsi accompagnare o “mediare”, quanto per la motivazione sottolineata anche dal vicario generale : poter così destinare completamente un sacerdote all’essenziale, all’annuncio del Vangelo nel mondo di oggi, in questo caso al servizio dei tanti studenti universitari.

La domanda, allora, potrebbe essere: se il nostro vescovo rinuncia al “don” segretario, a che cosa siamo chiamati a rinunciare noi? O meglio: di che cosa possiamo “alleggerirci” per dedicarci con maggior forza a quanto conta nella Chiesa e nel mondo di oggi?
Un’avvertenza ci viene da Francesco e Luca, i due preti novelli pronti all’ordinazione del 24 giugno, che non nutrono sfiducia di fronte ad un futuro sguarnito di forze, e confessano: “Non abbiamo al momento le soluzioni in tasca, forse siamo chiamati a cercarle, non da soli, ma insieme alle nostre comunità”.

Soltanto con quest’invito a “discernere insieme” s’interpretano a fondo le responsabilità “allargate” di incarichi pastorali altrimenti raggelanti: un prete con 19 parrocchie aiutato da cinque anziani presbiteri, due parroci di un’intera valle che condividono con un giovane cooperatore la vita di canonica, un cappellano ospedaliero dedicato a tempo pieno nelle corsie del dolore.
Queste scelte assumono forza nella misura in cui le comunità – e i cristiani trentini alle soglie del 2020 – vogliono farsene carico: altrimenti, il prete-trottola rischia di saltare, la fraternità sacerdotale resta una formula angelica e anche la pastorale degli ammalati soffoca nella delega all’addetto ai lavori.

Insomma, in queste nomine uscite a pochi giorni dalla festa del patrono Vigilio, si rispecchia il volto della Chiesa trentina di domani chiamata a incarnarsi nel territorio.

I due parroci “santi” che Papa Francesco ha indicato nella sua sosta a Bozzolo e Barbiana del 20 giugno benedicono questo cammino purchè sappia bagnarsi nella storia, anche nelle periferie della terra di San Vigilio. Mentre il riconoscimento di don Milani fa convergere la nostra attenzione coerente sul servizio ai poveri, quello di don Mazzolari aiuta a riconoscere tre possibili mancanze delle nostre comunità.

In primo luogo “quella di chi sta alla finestra a guardare senza sporcare le mani”, il “balconear la vita” di Papa Francesco, e si accontenta di criticare senza invece dare un apporto costruttivo alla soluzione dei problemi.
Un secondo difetto, secondo Francesco, è l’attivismo separatista, che crea sì istituzioni cattoliche ma anche una comunità cristiana elitaria, “favorendo interessi e clientele con un’etichetta cattolica”. “Senza volerlo – commenta il Papa – si costriuiscono barriere che diventano insormontabili all’emergere della domanda di fede. Si tende ad affermare ciò che divide invece che ciò che unisce. È un metodo che non chiude porte e genera diffidenza”. Infine, la terza tentazione da sradicare mentre si progetta il futuro è quello che il Papa chiama lo spiritualismo: “Ci si rifugia nel religioso per aggirare le difficoltà e le delusioni che s’incontrano. Ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni”.

Dalla freschezza dei preti novelli e dalla frizzante lettera pastorale attesa il 26 giugno verranno altri contributi alle domande che non vogliamo evitare.

vinonuovo.it

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Il Sinodo, i giovani e la terra di mezzo

Se neanche Gesù con il suo ‘venite e vedrete’ svela subito ai suoi futuri discepoli dove si andrà, come già fece Dio con Abramo con il suo ‘paese che ti indicherò’, perché dovrebbe dirlo la Chiesa?

Roberto Totaro, Nirvana2, 2001

 

Nella prospettiva del prossimo sinodo, il punto di partenza di una riflessione sui giovani crediamo debba essere ciò che questi pensano della Chiesa – ancora troppo simile ai loro occhi alle altre istituzioni.

Innanzitutto, alla luce del percorso svolto in questo primo mese, vi è la percezione netta, sia in chi è fuori dalla Chiesa sia per chi si sente dentro, che oggi in essa, come nella società, vi sia poco spazio per i giovani. Per quest’ultimi, la Chiesa (e la politica) sembra avere solo due chiavi attraverso cui rapportarsi con loro.

Da un lato il “giovanilismo”: un atteggiamento che a parole riconosce ai giovani la potenzialità del rinnovamento e il futuro della Chiesa e della società, e nei fatti però li scimmiotta o li seduce pensando così di attirarseli. In realtà tale atteggiamento impedisce ai giovani di avere uno spazio ecclesiale (e politico), perché esso è la conseguenza del fallimento di parte delle vecchie generazioni, che però non ammettono tale fallimento e non vogliono lasciare davvero spazio a chi viene dopo di loro – ormai spesso un ex-giovane seppur non ancora anziano. Il momento dei Millenials cattolici, purtroppo, è ancora da venire, anche e soprattutto perché poco spazio è stato – e viene – dato a quei quarantenni/cinquantenni cresciuti agli albori della società di cui oggi vediamo gli esiti e restati esterni ai movimenti ecclesiali (e politici) allora in voga, ma che sarebbero i mediatori ideali di questa generazione.

Dall’altro lato, il percepito “ultraconservatorismo”, spesso camuffato da novità, attraverso cui molti movimenti ecclesiali offrono la Chiesa come bene rifugio per quei giovani che si sentono sbandati e disorientati, in fuga da un mondo in cui non trovano un loro spazio ed una loro identità. Non molto diversamente dall'”autoritarismo” di alcune figure politiche che riscuotono successo tra i giovani di oggi. Offerta religiosa – e politica – che però va di pari passo con un effetto su cui poco si vigila, ossia l’abolizione del pensiero critico e la rinuncia al valore della coscienza individuale, istanze che sono ben accette da una parte del mondo giovanile che così risolve due problemi in un sol colpo: comprendere ‘chi è’ e discernere ‘cosa è bene e cosa è male’, senza però che la struttura di fondo della persona sia davvero consolidata e la fede – in qualsivoglia ideale – sia davvero digerita.

In entrambi i casi, dunque, non una Chiesa che confessa di non sapere ancora tutto della cosa di Dio – la quale passa anche per il come detto dai giovani, ma una Chiesa che dichiara già di “possedere” il cosa di Dio ed alla quale il giovane serve soltanto a dire un po’ meglio il come. Una Chiesa, dunque, che per i giovani interpellati ha bisogno di mettere radicalmente in questione alcune sue ‘tradizioni’.

A cominciare da quell’esperienza della gratuità che, invece, i giovani stessi indicano ancora come un canale privilegiato per un loro accesso nella Chiesa: “come i primi pagani, i giovani post-cristiani non credono alle belle parole ma ai fatti. L’occasione di fare qualcosa di buono è cercata da più ragazzi di quanto non si creda. Noi giovani siamo pieni di energie da sfogare. Siamo una forza da valorizzare”. Per finire con l’esigenza di una formazione culturale teologica solida, vivace e sapienziale – intesa con un’accezione diversa da quella propria dell’epoca wojtyliana-ratzingeriana, ma non ancora ben formalizzata sotto il pontificato di Francesco – che permetta ai giovani di accedere ad un fede matura e vitale e non più solo sentimentale e moralistica, riconoscendo che “la comprensione di ciò che non capiamo sta proprio nell’accettare che non possiamo capire e controllare tutto nella vita, che le nostre certezze sono solo una minima parte delle verità e della bellezza che esistono”.

Sono gli stessi giovani, d’altra parte, a sostenere che questa è un’operazione a cui possono contribuire più gli anziani cresciuti nel post-concilio che i giovani. Paradosso che appare tale solo se non ci rendiamo conto che non pochi di loro hanno imparato a scavare dentro di sé, forti di una grande volontà di combattere per un ideale ma al contempo ormai consapevoli che si innova solo dentro un albero genealogico, che chi vuole insegnare deve prima apprendere da quella nutrita minoranza ecclesiale che cerca di pensare e vivere al di fuori degli schemi usuali. In fondo, Papa Francesco, il primo Papa che non è stato presente al Concilio e che agli occhi dei ragazzi di oggi (a torto o a ragione) rappresenta una forte ventata di rinnovamento, non dà spesso l’impressione di riprendere parte del programma riformatore (ma interrotto? abbandonato? incompiuto?) di Paolo VI?

Perciò, non si tratta di fare del progressismo per “guadagnarsi dei giovani”, ma di capire quanto radicalmente le generazioni attuali siano diverse da quelle precedenti ed esprimano un modo nuovo di cercare il senso della vita.

Certo, ci si potrebbe domandare – come è stato fatto da alcuni nostri commentatori – come mai questi giovani non si ‘prendano’ lo spazio che rivendicano, come fecero ai loro tempi Agostino, Francesco d’Assisi, Ignazio da Loyola, Teresa d’Avila o la futura Madre Teresa di Calcutta.

Probabilmente, si potrebbe rispondere, proprio perché c’è una differenza che appare evidente dalle parole con cui loro stessi si autodefiniscono in rapporto al primo grande tema con cui spesso la Chiesa approccia i giovani: la (loro) ricerca della felicità e la (nostra) proposta della gioia (cristiana).

In realtà i ragazzi si percepiscono confusi, preoccupati, ‘galleggianti’ – né sommersi, né salvati – apatici, insoddisfatti, spesso in fuga ed alla ricerca di intrattenimento-divertimento indotta da una società tecnologica e consumistica che se ne alimenta in un cerchio infernale difficile da spezzare. Tutto ciò per non sentire l’angoscia che li abita, affannati prima e disillusi poi da proposte di felicità caricaturali (soldi, visibilità sociale, affermazione), armati di un’emotività più sviluppata degli adulti ma non educati a gestirla, e soffocati da un dover essere (erroneamente) ‘felici’ che si trasforma da motivo di stress in ansia da prestazione e paura di fallire, per finire, come conseguenza dell’inevitabile delusione, nella pigrizia, svogliatezza, depressione: “stiamo seduti guardando un po’ di qua – assistendo al tramonto di un vecchio mondo duro a morire che cerca disperatamente di vendere ancora dei prefabbricati di personalità – e un po’ di là – interrogandosi sul domani, così incerto e vago”.

Tra questo Scilla e quel Cariddi, in cui è forte l’imbarazzo di mettersi a nudo, di essere ‘vergognosamente’ onesti con se stessi, si apre quello spazio “di mezzo” che così tanto oggi i giovani dentro e fuori della Chiesa abitano. Un terra di mezzo in cui si oscilla tra una felicità depotenziata a serenità, sperata duratura e permanente ma spesso non in grado di fare i conti con il dolore e la morte, e una gioia derubricata a euforia – o meglio ‘estasi’, invocata solo come momentanea pillola di antidoto quotidiano al non senso di ciò che sentono di essere. Tra routine frenetica del lavoro, non ancora visto come luogo di messa in pratica e scoperta dei propri talenti, e ricerca di emozioni dopate, talvolta tralasciando momenti di scambio e di confronto che alleggerirebbero la prima e donerebbero veri contenuti alla seconda.

La conseguenza è che in questa condizione parole come progetto di vita e vocazione non sono sensatamente percepibili. Sono certo comprensibili, ma restano il più delle volte percepite come utopie irrealizzabili. E di questo dovremmo cominciare a tenerne conto come Chiesa. Altrimenti rischieremmo di cadere in un cortocircuito tra la (loro), presunta, ricerca della felicità e la (nostra), poco calibrata, proposta della gioia cristiana.

Se i giovani non sono alla ricerca della felicità o lo sono ma in un modo che si rivelerà illusorio ed erroneo, che senso ha partire da lì, semplicemente mostrandola al giovane, per poi proporgli un accompagnamento e discernimento su ciò che non vive o che vive male? E che quindi la Chiesa dovrebbe poi criticare, eventualmente con un linguaggio non adeguato a queste forme di “autosabotaggio” e “autocorrosione” tipiche dei giovani d’oggi, ricevendone in cambio una reazione negativa che nulla ha a che fare con lo scandalo evangelico? Ma anche ipotizzando che la gioia dell’adulto cristiano riesca ad intercettare la giovanile ricerca della felicità, la prima non sarà comunque un punto di arrivo estremamente diverso dalla seconda, passato per il crogiuolo della fatica e del dolore e che rischierà di non soddisfare mai, per eccesso o difetto, questa ricerca?

Se neanche Gesù con il suo ‘venite e vedrete’ svela subito ai suoi futuri discepoli dove si andrà, come già fece Dio con Abramo con il suo ‘paese che ti indicherò’, perché dovrebbe dirlo la Chiesa con questaouverture sulla gioia come progetto di Dio? Non sarebbe stato più ‘erotico’ – e dunque adeguato ai giovani – evocare la cosa, la novità appunto, lasciandola sospesa, misteriosa? Non è forse un caso che nelle esperienze di gratuità o di contatto profondo con Dio rivendicate dai nostri giovani la gioia venga solamente sfiorata ed evocata, giammai resa pienamente evidente?

vinonuovo.it

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Il vero senso della porpora: mai «carriera» ma vertice di vocazione

Nella tarda primavera del 1999, fece parecchio rumore un’affermazione del cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un’intervista al mensile “30 giorni”, a proposito delle nomine episcopali ebbe a dire: «Soprattutto nella Chiesa non dovrebbe esistere alcun senso di carrierismo. Essere vescovo non deve essere considerato una carriera con diversi gradini, da una sede all’altra, ma un servizio molto umile. (…) Anche una sede umile, con pochi fedeli, è un servizio importante nella Chiesa di Dio. Certo, ci possono essere casi eccezionali: una grandissima sede in cui è necessario avere esperienza del ministero episcopale, in questo caso può darsi… Ma non dovrebbe essere una prassi normale; solo in casi eccezionalissimi. Rimane valida questa visione del rapporto vescovo-diocesi come un matrimonio che implica una fedeltà. Anche il popolo cristiano pensa così: se un vescovo viene nominato in una diocesi, giustamente si vede questo come una promessa di fedeltà. Purtroppo anche io non sono rimasto fedele essendo stato convocato qui… (nella Curia romana, ndr)».
Le parole di Ratzinger prendevano spunto da un auspicio formulato poche settimane prima dal decano del Sacro Collegio cardinalizio, Bernardin Gantin, secondo il quale sarebbe stato salutare un ritorno alla prassi antica che proibiva il trasferimento di un vescovo da una diocesi all’altra. Divenuto nel 2005 papa Benedetto XVI, Ratzinger iniziò ad applicare gradualmente questo principio; e i trasferimenti iniziarono a calare, anche se forse non da subito nella misura che il Papa avrebbe voluto (ma c’è da dire che affrontare di petto la questione degli abusi sui minori nella Chiesa, che in un brevissimo arco di tempo portò alle dimissioni di oltre 100 vescovi colpevoli di aver coperto o comunque non contrastato quel tragico fenomeno con la necessaria forza, rese anche la questione dei non-trasferimenti un po’ più complicata del previsto). Su quella scia ormai comunque tracciata, papa Francesco si è inserito con decisione tanto da potersi dire che oggi i trasferimenti sono diventati l’eccezione piuttosto che la regola. Un modo per rimuovere non solo la tentazione, ma anche l’immagine, o l’occasione, di un carrierismo subdolamente sempre in agguato, e ritrovare «l’amore, la freschezza e l’entusiasmo di un tempo» che «forse a volte anche noi abbiamo abbandonato», come il Papa ha di nuovo sottolineato, aprendo l’ultima Assemblea generale dei vescovi italiani.
All’interno di questa stessa logica Francesco ha fatto tuttavia un’ulteriore passo in avanti. Un passo di cui il concistoro che si terrà la settimana prossima, durante il quale per la prima volta un vescovo ausiliare sarà elevato alla dignità cardinalizia, segnerà un esempio inequivocabile. Con papa Bergoglio, infatti, si può dire che anche i concetti consolidati di sede cardinalizia e di posizione cardinalizia, siano ormai da archiviare. Se infatti fino a pochi anni fa il passare da una diocesi all’altra, fino a raggiungere la guida di una di quelle per tradizione «sede» per un cardinale, oppure l’essere nominati alla guida di un dicastero vaticano, faceva scattare un automatismo che poteva prestarsi a essere interpretato come una «scalata» alla porpora, adesso questo non è più possibile. Ogni vescovo può diventare cardinale, come Francesco ci ha mostrato in questi anni, a prescindere dalla Diocesi di cui è alla guida o dell’incarico a cui è chiamato a ricoprire. Un antidoto al carrierismo. E il ritorno al significato originale della porpora: un colore che non rappresenta un vertice di posizione ma un vertice di vocazione. Servire, in stretta connessione con il Papa, Fino all’effusione del sangue. Soltanto questo, e nient’altro. Perché la Chiesa è missione, e non chiede nulla in cambio.

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Il miracolo dell’amore (video)

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Reportage. In Libano, nell’eremo di Gibran

L’eremo di Mar Sarkis, oggi museo dedicato a Khalil Gibran

L’eremo di Mar Sarkis, oggi museo dedicato a Khalil Gibran

«Se soltanto tu conoscessi l’eremo che ho scelto per te e per me in Libano, […] mi diresti: “Andiamoci subito!” Si tratta di un vero e proprio chiostro, Misha, e non di un’imitazione come questo studio… È un piccolo monastero abbandonato, poco distante da Bisharri, il mio villaggio natale. Il suo nome è Mar Sarkis (San Sergio, ndr).[…]. La sua cappella e alcune celle sono scavate direttamente nel fianco calcareo della montagna. Il terreno terrazzato, che vi si trova di fronte, digrada a precipizio giù per la gola ed è perennemente lussureggiante […]. Perfino in Paradiso si stenterebbe a trovare un luogo più incantevole e tranquillo». Così nel novembre 1922 Kahlil Gibran, l’autore i cui libri passano di mano in mano generazione dopo generazione, confidava all’amico Mikhail Naimy (“Misha”), il suo bisogno di fuggire dal caos di New York, indicando con nostalgia il luogo dove aveva trascorso l’infanzia prima di emigrare dodicenne negli Usa. Dieci anni più tardi, nella biografia del compagno da poco scomparso, Naimy avrebbe commentato: «Parlammo a lungo di Mar Sarkis, ma le Parche, ascoltandoci, devono certamente aver riso di noi, perché sapevano che Gibran non sarebbe mai entrato in quel chiostro, se non da morto». E, di fatto, oggi Mar Sarkis non solo, dopo l’acquisto dai Carmelitani eredi degli eremiti che l’abitarono in secoli lontani (si legga l’altro articolo in pagina), è stato trasformato nel “Gibran Museum”, ma qui, nella cripta scavata nella roccia dell’eremo, il poeta ha trovato la sua agognata dimora (l’epitaffio recita: «Sono vivo, come te, e sono ora al tuo fianco. Se chiudi gli occhi e ti volti, mi vedrai dinanzi a te»).

Una sorta di laico santuario in cima alla gola di Kadisha, nella Valle Sacra, tappa a pieno titolo nei tour del Libano, dopo i lavori che nel 2003 hanno dotato il luogo (già ristrutturato a metà anni ’70 e ampliato a metà anni ’90) di una vera strada e di un parcheggio, ma, soprattutto, dopo che sono diventati un ricordo i combattimenti (nel 2007) fra esercito regolare e miliziani del gruppo palestinese Fatah al-Islam asserragliati nei campi profughi a nord di Beirut. La meta, a un centinaio di chilometri dalla capitale, è appena fuori Bisharri – con le sue case ottomane dai tetti rossi, oggi roccaforte del cristianesimo maronita – dove l’autore de Il Profeta nacque il 6 gennaio del 1883. Ci si arriva seguendo la via principale del paesino accolti dal busto del poeta su una roccia e salendo lungo un sentiero. Ed ecco l’ingresso dell’ex monastero di pietra chiara su cui campeggia, l’iscrizione«’O beata solitudo/ O sola beatitudo», motto che si trova in un poeta la- tino del XVI secolo, Corneille Muys.

L’ingresso dell'eremo

L’ingresso dell’eremo

Qui il visitatore può rileggere i versi del poeta direttamente dai manoscritti esposti, sostare innanzi ai suoi quadri – moltissime opere figurative tra disegni, oli, acquerelli, tempere, con diversi nudi maschili e femminili (recentemente “censurati” nella mostra a Sharjah negli Emirati Arabi), vedere la biblioteca privata, e gli arredi dello studio-appartamento newyorkese spediti quassù. Insomma, un incontro virtuale con lo scrittore nel suo ambiente, respirando la sua capacità di armonizzare le influenze più disparate ricevute: dal Vangelo a Nietzsche, dal Corano agli artisti rivoluzionari di Parigi e New York, da Dante alle Upanishad, da Avicenna a Beethoven, dai Preraffaelliti a Blake. Influenze purtroppo ancora ignorate da chi lo chiude nello stereotipo del “maestro spirituale”, duro a far cadere come cerca di fare, ad esempio, da tempo, il gibranista Francesco Medici. Uno dei pochi a sottolinearne in diversi saggi l’indole vulnerabile nelle sue anime – orientale e occidentale, spirituale e mondana – riflessa nei suoi scritti e nelle opere esposte al Gibran Museum. «Vicino all’Islam e alle grandi religioni d’Oriente – per certi versi anche allo Zarathustra nietzschiano – spiega – Gibran nacque in una famiglia di fede maronita, cristiani di rito orientale. Sviluppò da adulto un personale credo, da alcuni definito gibranismo». Un sincretismo, insomma.

«Si definiva un praticante della “Religione della Vita”», continua Medici, che aggiunge: «Resta tuttavia Gesù, per Gibran, il sommo Maestro di Luce, mito ineguagliabile di bellezza spirituale». Già: solo un mito. Il mito di un autore di testi che ancora si sentono nelle chiese tra battesimi, matrimoni, funerali, spesso come schegge di un esotico breviario di verità consolatorie a buon mercato. Il mito di un autore che pure ha scritto «Gesù, il Figlio dell’Uomo». Un Gesù lontano da quello vero. Sintetizza Medici: «Il suo Gesù è incarnazione dell’Uomo Perfetto (concetto caro ai “sufi”), colui cioè che ha conseguito lo stato più elevato di prossimità a Dio, e insieme prova certa dell’assoluta presenza di Dio nell’uomo». Nel Museo di Mar Sarkis anche un antico arazzo armeno – assai caro a Gibran – dice molte cose. Raffigura una scena di crocifissione. Ma vi appare un Cristo assai sereno. Dalle ferite, a mani, piedi e costato, non una goccia di sangue. Un po’strano. La stessa stranezza di stare nella valle di Kadisha in un tranquillo pomeriggio d’ inizio primavera, dimenticando di essere a trenta kilometri dalla Siria. O di sentir parlare arabo in un posto così pieno di campanili e chiese da far concorrenza a certi angoli di Roma. Un posto da salvaguardare. Come i suoi cedri formidabili, celebrati nei Salmi.

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Biciterapia, così la vita corre sui pedali

Che fare se l’autostima è minima e il proprio lavoro nel sociale non risolve drammi umani, anzi alimenta i sensi di colpa, la sfiducia e la diffidenza? In anni di narcisismo dilagante, Mila Brollo ha deciso di pedalare in controtendenza rispetto alle mode, è partita da Gemona del Friuli per raggiungere Lampedusa, terra di morte e di speranza per chi fugge dalle guerre e dalle povertà. Lungo le tappe ha incontrato i pazienti affetti da disturbo mentale insieme ai i loro famigliari dell’Associazione FareAssieme, che aderisce al coordinamento nazionale di Parole Ritrovate di cui è tra le principali attiviste. Mila Brollo ha 58 anni, sposata con quattro figli, è affetta da diabete di tipo 2 e con un microchip sottopelle ha registrato il suo consumo energetico lungo tutto il percorso, inviando ogni sera i dati alle università di Trieste e Pisa, per valutare il beneficio delle pedalate sui soggetti affetti da tale patologia. «Lavoro in psichiatria e ogni giorno mi rendo conto che dovrei avere più coraggio, mi sento in colpa per quel che avrei potuto fare e non ho fatto, per quel che sarebbe giusto facessi e non faccio. Lavoro ogni giorno con gli ultimi, siano essi folli, migranti, persone con disabilità o in abbandono sociale. Tante volte, il mio sentirmi piccola davanti a queste enormità mi ha paralizzata».

Mila Brollo, impegnata nella riabilitazione psichica a Gemona del Friuli in provincia di Udine, racconta i suoi duemila chilometri in bici fino a Lampedusa nel libro Biciterapia (Ediciclo, pagine 176, euro 15), le cui pagine emozionano a più riprese. Ogni pedalata è una riflessione su sé stessi, sugli altri, sulla bellezza dell’Italia, sociale, artistica, musicale e su quella degradata, sulle persone capaci di inventarsi iniziative di sostegno ai cittadini con disturbo psichico. Il percorso delle tappe è stato pianificato per incontrare persone, raccontare il dolore, ascoltare i protagonisti di esperienze dal basso. Nei primi dieci giorni, ha fatto tappa a Bologna, Ferrara, Crevalcore, Parma, Modena, Prato per incontrare i famigliari dei disagiati psichici delle associazioni locali di FareInsieme: «A Modena ho avuto il primo incontro di Parole Ritrovate, sembrava di essere a casa, tra la mia gente. Ho incontrato un pezzo del mio mondo, fatto di persone vere che hanno sofferto e soffrono senza pudore, ma che mi sanno riconoscere e che io riconosco. Sono stata invitata a una trasmissione di radio LiberaMente, un altro progetto nato da persone con disagio psichico. Questa radio è un progetto di Social Point, una importante realtà che opera in stretto collegamento con il dipartimento di salute mentale di Modena» afferma la coraggiosa ciclista friulana. A Bologna Mila Brollo è stata raggiunta da diciotto persone della sua associazione di Gemona del Friuli, pazienti che in gergo vengono definiti «in crisi», tutti a pranzo alle Cucine Popolari, promosse e organizzate per arginare le povertà diffuse da Roberto Morgantini: «Ha i capelli bianchi, una bella barba e gli occhi vispi di chi dentro è per sempre ragazzo. Ha fondato le Cucine Popolari, un bel luogo di condivisione e di vicinanza dove molte persone in difficoltà o solitudine ogni giorno possono mangiare insieme, tutti quelli che ci lavorano, compreso Roberto, lo fanno a titolo gratuito e il cibo è in gran parte donato. Da quando ho conosciuto questo sognatore è iniziata una bella collaborazione tra la mia associazione e le sue attività».

Belle persone Mila Brollo le ha conosciute anche nel profondo sud, dove è più difficile operare, nella tappa di Napoli ha incontrato gli animatori di “Je so’ pazzo” all’interno dell’ex ospedale psichiatrico, e di “Sfizzicariello” tavola calda gestita da utenti psichiatrici, esperienza all’avanguardia e ci spiega perché: «Una perla come Sfizzicariello, probabilmente impossibile al Nord per via dei vincoli burocratici, sanitari e fiscali, qui è potuta sorgere dalla deprivazione. In qualsiasi realtà la deprivazione sviluppa forme alternative di compensazione, a Napoli questo paragone mi è venuto in mente di continuo. Con l’intelligenza, la creatività e la capacità di adattamento, qui si supplisce a tutto ciò che manca». A Palermo Mila ha conosciuto Anna “dei miracoli” perché ha reso autonomo suo figlio Roberto di trentacinque anni, affetto da un grave disturbo psichico, grazie all’intelligenza quotidiana e all’amore materno che hanno caratterizzato le sue azioni: «Anna osserva ogni cosa, è attentissima. Il lavoro di rete che ha fatto andrebbe studiato molto attentamente perché avremmo tutti da imparare da persone con così tanta esperienza. Intorno a Roberto il mondo si è fatto sicuro, grazie ad Anna, una persona da cui imparare, una miniera di strategie apprese sul campo, di sapere esperienziale, che come operatrice psichiatrica, con estrema umiltà devo tenere in grande considerazione».

Le pedalate di Mila Brollo ci raccontano dei cumuli di spazzatura tra Mondragone e Napoli, del controllo del territorio della criminalità organizzata, del giornalista disabile Franco Bomprezzi, dello psichiatra Franco Basaglia, del Centro Peppino Impastato, dell’ex sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini, della dignità di genitori che sopportano il dolore per il disturbo mentale dei figli. Il primo principio che ha spinto l’autrice ad avventurarsi lungo le strade trafficate della Penisola è stato «si può fare». Il secondo, ispirato a Primo Levi «se non ora quando?» che si può applicare anche ai cittadini con disturbo psichico per farli uscire dall’isolamento. E Lampedusa? «Questa piccola isola prende il cuore, lo prende e non lo lascia più. Chi ha voglia di provare questo sentimento vada a Lampedusa e si lasci catturare… È luogo di rifugio, luogo di incontro per uomini e animali, per fiori e pescatori, per naufraghi e idealisti» scrive l’autrice. Biciterapia è uno di quei pochi libri da tenere sul comodino e rileggere qualche pagina la sera, non per conciliare il sonno, ma per destare le nostre coscienze e ricordarci che si può fare. Insieme.

da Avvenire

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Pastorale familiare. Amoris laetitia e l’Italia. Esplode il rinnovamento

Sui numeri dell’accoglienza di Amoris laetitia, i vescovi della Commissione episcopale per famiglia, vita e giovani – che la scorsa settimana si sono ritrovati in Sicilia per l’incontro di inizio estate – hanno espresso un giudizio unanime. Nessun documento ecclesiale nella storia recente della Chiesa ha prodotto una risposta tanto forte, spontanea, impetuosa. In pochi mesi gli approfondimenti, i convegni, i seminari, i dibattiti dedicati a divulgare, conoscere, promuovere, approfondire le parole di papa Francesco sono diventate un’onda travolgente. Di fronte a tanto entusiasmo, di fronte a una risposta che coinvolge di fatto tutte le diocesi italiane, va comunque registrata anche la perseveranza di chi non vuole rassegnarsi alla svolta pastorale decisa da due sinodi dei vescovi (sinodalità) suggellata da un documento del Papa che è magistero, senza sé e senza (primato petrino) come ribadito dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei .

Nei giorni scorsi è stata diffusa la lettera inviata al Papa dal cardinale Caffarra lo scorso 25 aprile a nome anche degli altri tre colleghi (Brandmüller, Burke e Meisner) che già avevano sollevato gli ormai famosi Dubia sul capitolo VIII di Amoris laetitia. Di fronte alla decisione del Papa di non rispondere su questioni già definite in modo inequivocabile nel dibattito sinodale e poi nell’Esortazione apostolica, i quattro porporati hanno chiesto di essere ricevuti in udienza e poi, vista l’inutilità dello sforzo, hanno deciso divulgare tutto vicenda come già fecero in occasione dei Dubia.

Un episodio spiacevole che non incide naturalmente sull’impegno delle comunità per dare concretezza alle indicazioni contenute nel documento di Francesco. E quanto sia vasto e articolato questo impegno lo prova il Dossier sulla recezione di Amoris laetitia realizzato dall’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia che raccoglie e sintetizza quanto promosso e organizzato non solo nelle regioni ecclesiastiche e nelle diocesi italiane, ma anche nelle facoltà teologiche e negli Istituti superiori di scienze religiose, nelle associazioni, movimenti, forum regionali, ecc. Il primo dato significativo è la mobilitazione pressoché totale delle diocesi italiane. Oltre 130 quelle che hanno già organizzato convegni e dibattiti e ne hanno comunicato i dati, sia per quanto riguarda l’analisi di Amoris laetitia, sia per l’approfondimento del cosiddetto “ponte giuridico pastorale” (71 le diocesi impegnate su questo fronte).

Altri numeri imponenti sono quelli riguardanti gli incontri presieduti dal direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia, don Paolo Gentili, che in poco più di un anno è stato protagonista in oltre 150 località, da Nord a Sud. Numerosi anche gli incontri sostenuti dal suo vice, don Enzo Bottacini. Altri dati degni di nota, tra quelli raccolti nel Dossier, la ristrutturazione di molti uffici pastorali secondo le indicazioni di Amoris laetitia,l’attenzione prevalente (anche se non esclusiva) sul capitolo VIII, l’impegno di numerosi vescovi che hanno dedicato all’Esortazione postsinodale lettere o percorsi pastorali, la nascita di nuovi collegamenti tra uffici pastorali, la ridefinizione di nuove proposte secondo quanto sollecitato dal documento del Papa.

L’impegno più rilevante – almeno per quello che riguarda i documenti ufficiali – risulta per il momento quello messo in campo dalle Conferenze episcopali di Campania e di Sicilia che hanno messo a punto, discusse e approvate altrettante “Linee guida” per la traduzione pastorale del capitolo VIII. Nel dettaglio, tra le nuove strutture sorte sulla scia di Amoris laetitia, appare degno di nota il “Centro interdiocesano di accompagnamento dei fedeli separati” in accordo tra le diocesi del Piemonte Nord-Est (Novara, Vercelli, Biella). Sempre in Piemonte, è nato nell’arcidiocesi di Torino il “Servizio pastorale Amoris laetitia” che opera nei vari ambiti pastorale, giuridico, psico-pedagogico e morale. In Puglia, tra il Natale 2016 e la Pasqua 2017, tutti i vescovi hanno scritto una Lettera o Linee pastorali ispirate all’Esortazione postsinodale. Stesso impegno per la diocesi di Albenga-Imperia, dove il vescovo Guglielmo Borghetti ha deciso di impostare il piano pastorale 2016 2017 sull’Esortazione postsinodale.

Ma Lettere o Piani pastorali sono arrivate anche dai vescovi di Bari. Bergamo, Modena, Otranto, Palermo, Potenza, Tempio Pausanias, Tivoli. In diocesi di Asti i due Uffici diocesani catechesi-evangelizzazione sono stati ripensati alla luce di Amoris laetitia. Tra le tante diocesi che si sono mosse per la promozione dell’Esortazione postsinodale, va segnalato, tra gli altri, l’impegno di Cerignola- Ascoli Satriano con un “Cammino di accompagnamento e condivisione” con separati e divorziati dal titolo “Da soli non c’è storia”. E poi Cosenza- Bisignano, dove la missione triennale “Delle e per le famiglie” è stata rivitalizzata e rilanciata dalla spinta diAmoris laetitia. Ma nelle oltre 100 pagine del Dossier si parla anche dell’arcidiocesi di Ferrara- Comacchio, in cui la revisione dell’Ufficio pastorale per la famiglia è stata realizzata tenendo conto delle indicazioni del documento papale.

E di Fossano, dove l’esperienza dell’“Anello perduto” pensata per i divorziati risposati è diventata a tutti gli effetti un percorso diocesano. E ancora, a Livorno è nato un Centro per la famiglia. A Nicosia la missione popolare delle famiglie (biennale) è stata rivista alla luce di Amoris laetitia. E a Terni-Narni-Amelia è stata costituita l’associazione diocesana “Centro per la famiglia Amoris laetitia” da cui prenderanno vita una Scuola di formazione per consulenti familiari e un Consultorio familiare diocesano.

da Avvenire

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Il segno. Nella festa del Sacro Cuore la Giornata di preghiera per i sacerdoti

Oggi 23 giugno, venerdì della terza settimana dopo Pentecoste, la Chiesa celebra la solennità del Sacro Cuore di Gesù. In quest’occasione ricorre la Giornata di santificazione sacerdotale, occasione per un tempo di preghiera e di comunione tra i preti e, ancor più, per riscoprire e ravvivare il dono del sacerdozio. Ne parla spesso papa Francesco che desidera pastori con il cuore di Cristo, a servizio del popolo di Dio, come sono stati nel secolo scorso i due preti italiani, don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, a cui il 20 giugno scorso ha reso onore a Bozzolo e Barbiana.

Papa Francesco con alcuni sacerdoti (Ansa)

Papa Francesco con alcuni sacerdoti (Ansa)

 

La devizione al Sacro Cuore

La fioritura della devozione al Sacro Cuore di Gesù è legata a santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690), la visitandina francese che ebbe una serie di rivelazioni private e che con san Claude de la Colombière (1641-1682), suo padre spirituale, ne propagò il culto. Scrisse la santa – canonizzata il 13 maggio 1920 da papa Benedetto XV – a un padre gesuita: «I tesori di grazie e di benedizioni che questo sacro Cuore racchiude sono infiniti. Io non so che vi sia nessun altro esercizio di devozione, nella vita spirituale, che sia più efficace, per innalzare, in poco tempo, un’anima alla più alta perfezione e per farle gustare le vere dolcezze, che si trovano nel servizio di Gesù Cristo». E ancora: «In quanto alle persone secolari, troveranno in questa amabile devozione tutti i soccorsi necessari al loro stato, vale a dire, la pace nelle loro famiglie, il sollievo nel loro lavoro, le benedizioni del cielo in tutte le loro imprese, la consolazione nelle loro miserie; è proprio in questo sacro Cuore che troveranno un luogo di rifugio durante tutta la loro vita».

La devozione al Sacro Cuore di Gesù

La devozione al Sacro Cuore di Gesù

 

Il prefazio alla preghiera eucaristica della Messa che viene celebrata oggi spiega che il «Cuore del Salvatore» è «fonte perenne della salvezza». Al centro del mistero del mondo c’è Gesù Cristo. Al centro del mistero di Gesù c’è la sua morte che si schiude nella risurrezione. Al centro del mistero della sua morte c’è il suo amore, il suo cuore. Per questo è possibile dire che la celebrazione della festa del Cuore di Cristo conduce all’essenza del cristianesimo: la persona di Gesù, Figlio di Dio e Salvatore del mondo, svelato fin nel mistero più intimo dei suo essere.

Il cuore ha simbolizzato per gran parte delle culture il centro vivo della persona. Inoltre è simbolo della profondità e dell’autenticità dei sentimenti e delle parole, quindi, della loro sorgente profonda: l’amore. Il Cuore di Cristo ha provato sentimenti di gioia e ammirazione davanti allo splendore della natura, al candore dei bimbi, allo sguardo d’un giovane rimasto puro; sentimenti di misericordia verso tutti i «poveri»: peccatori, malati, vedove in pianto, folle erranti ed affamate; sentimenti di amicizia verso gli apostoli, i discepoli; d’indignazione contro i venditori del tempio e contro i suoi nemici, che volendolo perdere, rovinano se stessi e il popolo; sentimenti di terrore durante l’agonia, di fronte al mistero della morte e del male che sembra trionfare. Il «cuore indica il luogo dove il mistero dell’uomo trascende nel mistero di Dio», ha evidenziato il gesuita e teologo tedesco Karl Rahner. Poi il mistero del cuore di Gesù è il mistero di un uomo trafitto, quello del Signore che si dona e muore sulla Croce.

La Giornata di preghiera per la santificazione dei sacerdoti

Oggi si tiene anche la Giornata di preghiera per la santificazione dei sacerdoti che coincide con la festa del Sacratissimo Cuore di Gesù. In un’intervista all’Osservatore Romano il prefetto della Congregazione per il clero, il cardinale Beniamino Stella, indica tre “fari” che questo appuntamento richiama. «Il primo – afferma il porporato – è la centralità della preghiera; pregando insieme, infatti, i sacerdoti ricordano che il loro ministero non è radicato nelle cose da fare e che, senza la relazione personale con il Signore, si rischia d’immergersi nel lavoro trascurando Gesù. Il secondo aspetto è la riscoperta del valore della diocesanità perché non si è preti da soli, ma come parte della famiglia del presbiterio, e questa giornata invita i sacerdoti a ritrovare la bellezza della fraternità presbiterale intorno al proprio vescovo, rinnovando l’impegno a superare le divergenze che spesso impediscono ai preti di vivere la comunione e di operare insieme in ambito pastorale. Infine, attraverso momenti di riflessione e di verifica, la Giornata vuole aiutare i preti a riscoprire l’essenza della loro identità e il senso del loro servizio al popolo di Dio».

I sacerdoti in piazza San Pietro (La Presse)

I sacerdoti in piazza San Pietro (La Presse)

 

In questa Giornata anche tutte le comunità sono invitate a pregare per i preti. Nella “Preghiera per i sacerdoti”si chiede al Signore di far sì che «le loro parole siano sempre le tue, che i loro gesti siano i tuoi gesti, che la loro vita sia fedele riflesso della tua vita». Inoltre si chiede che «non abbiano paura del dover servire, servendo la Chiesa nel modo in cui essa ha bisogno di essere servita» e di essere «testimoni dell’eterno nel nostro tempo, camminando per le strade della storia e facendo a tutti del bene». E infine si chiede che «siano fedeli ai loro impegni, gelosi della propria vocazione e della propria donazione, specchio luminoso della propria identità e che vivano nella gioia per il dono ricevuto».

Di seguito la “Preghiera del sacerdote” che i preti sono invitati oggi a recitare

Signore, Tu mi hai chiamato al ministero sacerdotale
in un momento concreto della storia nel quale,
come nei primi tempi apostolici,
chiedi che tutti i cristiani,
e in modo speciale i sacerdoti,
siamo testimoni delle meraviglie di Dio
e della potenza del tuo Spirito.

Fa’ che io sia testimone della dignità della vita umana,
della grandezza dell’amore e della potenza del ministero ricevuto:
tutto ciò con la mia vita, totalmente consegnata a Te,
per amore, solo per amore, e per un amore più grande.
Fa’ che il mio celibato sia un “sì” gioioso e lieto,
che nasca dalla mia dedizione a Te
e agli altri, al servizio della Chiesa.
Dammi forza nelle mie debolezze
e fa’ che ti ringrazi delle mie vittorie.

Madre, che hai pronunciato il “sì” più grande e mirabile di tutti i tempi,
che io sappia trasformare la mia vita ogni giorno
in una fonte generosità e di dedizione
e accanto a te, ai piedi delle grandi croci del mondo,
io mi associ al dolore redentore della morte del tuo Figlio
per gioire con Lui nel trionfo della sua resurrezione
per la vita eterna. Amen.

L'ordinazione dei sacerdoti (Fotogramma)

L’ordinazione dei sacerdoti (Fotogramma)

da Avvenire

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Albania. Testa a testa a Tirana: sarà un voto per l’Europa

Uno dei duellanti delle elezioni legislative che si svolgono domenica in Albania, il premier uscente Edi Rama e il leader dell’opposizione Lulzim Basha, sarà il prossimo primo ministro. Il voto è, più in generale, un test sul grado di maturità del Paese balcanico che punta a entrare nell’Ue. Ecco chi sono i due principali contendenti, insieme all’onnipresente ex premier Sali Berisha. Il leader socialista Rama, al potere dal 2013, ha puntato tutto nella sua carriera politica, iniziata dopo il crollo della dittatura comunista di Enver Hoxha, sulla costruzione di “un’Albania europea”, di “uno Stato moderno governato dalla legge”. Quando nel 2009 il suo partito perse le elezioni, Rama arringò i suoi sui brogli e organizzò manifestazioni di piazza per mesi fino a quando nel 2011 tre furono uccisi a colpi di pistola durante le proteste. La battaglia esacerbò la rivalità con i Democratici, guidati allora da Sali Berisha.

Il premier uscente, il soclaista Edi Rama (Ansa)

Il premier uscente, il soclaista Edi Rama (Ansa)

L’ex sindaco di Tirana, Rama, è stato accusato dal centro-destra di essere colluso con il crimine organizzato: come difesa il 52enne ha dichiarato che si dimetterà quando verranno portate le prove. Il premier uscente ha studiato all’istituto d’arte a Parigi e il suo studio è tappezzato di suoi quadri. Ex giocatore di basket, Rama auspica di vincere le elezioni con una larga maggioranza per evitare di dover scendere a compromessi con un partner di coalizione.

Dall’altro lato restano i due leader, in co-abitazione, del centro-destra del Partito democratico. Da una parte l’ex premier ed ex presidente Sali Berisha, che ha dominato per vent’anni la politica albanese e ancora è un collante della destra nel Paese. Dall’altra il suo fedele alleato Lulzim Basha, nominato suo
successore nel 2013.
Il carismatico Berisha, che ha detto di essere “un semplice membro del partito senza aspirazioni per ruoli politici” è meno presente nei comizi, ma è rimasto attivo sui media. Ha descritto Rama come “un nemico” piuttosto che un avversario.

Lo sfidante: il capo dell'opposizione dei democratici Lulzim Basha

Lo sfidante: il capo dell’opposizione dei democratici Lulzim Basha

Basha, leader dei Democratici dal 2013, ha affermato di essersi affrancato dal tutoraggio di Berisha e di voler costruire una “Nuova Repubblica”. L’ambizioso politico, con una formazione da avvocato e una fascinazione per Donald Trump, è stato ministro degli Esteri, degli Interni e dei Trasporti. Il 43enne è stato, come il suo avversario, sindaco di Tirana, e ha battuto lo stesso Rama nel 2011 per la guida della capitale. Basha e i deputati del suo partito hanno boicottato per mesi i lavori in Parlamento, chiedendo le dimissioni del premier, un governo di transizione ed elezioni libere e trasparenti. I due partiti, però, hanno raggiunto un accordo a metà maggio con alcuni ministeri chiave assegnati ai Democratici in vista del voto.

da Avvenire

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Brescia. Calciatrice di A lascia per la missione in Africa

Dai campi di calcio della serie A, all’impegno per gli altri e per fare del bene con un’esperienza in missione in Africa: una nuova sfida, senza scarpette da calcio ma nel segno dell’aiuto al prossimo, raccolta da Elisa Mele.

La giovane calciatrice di Brescia, classe 1996, che ha sviluppato la passione per i calcio in oratorio, lascia la maglia biancoblù dopo undici stagioni tra settore giovanile e prima squadra dove è diventata protagonista nel campionato 2015/16, risultando decisiva con le sue giocate e le sue reti per la conquista del secondo scudetto nella storia del Brescia e della terza Coppa Italia, con esordio da titolare in Champions League.

In una lunga lettera pubblicata sul sito del club, la giocatrice, già nel giro della Nazionale di Antonio Cabrini, motiva la sua decisione. «Se sono la ragazza che sono adesso è anche grazie al calcio perché, in fondo, è lo specchio perfetto della vita di ogni giorno. Gioie, tristezze, salite, vittorie, sconfitte, sacrifici, allenamenti – scrive Mele – ma tutto sempre con entusiasmo e soprattutto con tanta umiltà. Ho sempre sognato di arrivare dove sono arrivata ora e probabilmente anche più in alto. Poi, però, capita che i tanti progetti che avevi in testa iniziano ad essere sormontati da qualcosa di diverso. Si potrebbe dire “la vita prende il sopravvento”».

Ad agosto, rivela Elisa, partirà per un mese in Mozambico, in Africa. «Andrò in missione con altri ragazzi miei coetanei – spiega la giovane -. Sarei egoista e poco credibile anche con me stessa a dire che partirò solo per aiutare e per fare del bene perché, sono convinta, che prima di tutto andrò per essere aiutata e per ricevere tanto bene. Da settembre invece intraprenderò un percorso di studi e le tempistiche non saranno più compatibili con partite ed allenamenti».

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I santi del 24 Giugno 2017. Natività di San GIOVANNI BATTISTA

Natività di San GIOVANNI BATTISTA   Precursore del Signore – Solennità
Ain Karem, Giudea – † Macheronte? Transgiordania, I secolo
Giovanni Battista è l’unico santo, oltre la Madre del Signore, del quale si celebra con la nascita al cielo anche la nascita secondo la carne. Fu il più grande fra i …
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CUORE IMMACOLATO DELLA BEATA VERGINE MARIA    – Memoria
Memoria mariana di origine devozionale, istituita da Pio XII, l’odierna celebrazione ci invita a meditare sul mistero di Cristo e della Vergine nella sua interiorità e profo…
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Sant’ ORENZIO E FRATELLI   Martiri di Satala in Armenia
Antiochia – Satala, Armenia sec. IV
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Sant’ EROS E FRATELLI   Martiri di Satala in Armenia
Antiochia – Satala, Armenia sec. IV
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Santa MARIA GUADALUPE (ANASTASIA GUADALUPE GARCIA ZAVALA)   Vergine, fondatrice
Zapopan, Jalisco, Messico, 27 aprile 1878 – Guadalajara, Messico, 24 giugno 1963
Al secolo: Anastasia Guadalupe García Zavala (1878-1963), a Guadalajara, in Messico, si dedicò all’assistenza dei malati. Aiutò il sacerdote Cipriano Í&…
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Santi GIOVANNI E FESTO   Martiri
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San SIMPLICIO DI AUTUN   Vescovo
m. 375 circa
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Santi AGOARDO E AGILBERTO E COMPAGNI   Martiri
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San TEODOLFO DI LOBBES   Vescovo e abate
m. 776
www.santiebeati.it/dettaglio/59290

San GUNARDO (GOARDO) DI NANTES   Vescovo
m. 843
www.santiebeati.it/dettaglio/59295

San TEODGARO   Presbitero
m. 1065
Evangelizzò Vendyssel in Danimarca, di cui è patrono. Costruì la prima delle Chiese in legno, tipiche di questa regione.
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San GIUSEPPE YUAN ZAIDE   Martire
m. 1817
www.santiebeati.it/dettaglio/59320

San RUMOLDO DI MECHELEN   Martire
Scozia, 720 ca. – Mechelen (Malines) Belgio, 755
Di sicuro su san Rumoldo di Mechelen (Malines), in Belgio, si sa che era anglosassone come altri missionari dell’VIII secolo, si pensi a san Bonifacio. Inoltre è certo che nacque i…
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Beato IVANO   Eremita

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Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Yemen: a rischio milioni di bambini

Le vite di milioni di bambini sono appese ad un filo nel nord-est della Nigeria, in Somalia, nel Sud Sudan e nello Yemen. L’allarme viene lanciato dall’Unicef secondo la quale «la buona notizia della fine delle condizioni di carestia in Sud Sudan questa settimana non deve distogliere l’attenzione dalle gravi condizioni di insicurezza alimentare che continuano a mettere a rischio le vite di milioni di bambini». L’Unicef ha bisogno di «251 milioni di dollari per garantire ai bambini in Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Yemen cibo, acqua, cure mediche, istruzione e protezione fino alla fine dell’anno».
«Non c’è tempo per compiacersi – dice Manuel Fontaine, direttore dell’Unicef per i programmi di emergenza -. Anche se la carestia è stata arrestata in Sud Sudan, le vite di milioni di bambini sono ancora appese a un filo. La crisi non è ancora finita e dobbiamo continuare a incrementare i nostri interventi di risposta e a insistere per un accesso umanitario senza restrizioni, altrimenti i progressi fatti potrebbero rapidamente andare perduti». In tutti e 4 i Paesi la situazione continua a causare grande preoccupazione e «il numero di bambini a rischio imminente di morte è ancora allarmante», osserva l’ Unicef.

L’incubo Boko Haram

«Nel nord-est della Nigeria – fa sapere Unicef – le violenze di Boko Haram continuano a causare sfollamenti della popolazione di massa, limitano le attività economiche e restringono i normali mezzi di sostentamento.Circa 5,2 milioni di persone sono ancora esposte a un rischio grave di insicurezza alimentare e quest’anno 450.000 bambini potrebbero soffrire di malnutrizione acuta grave. L’inizio della stagione delle piogge complicherà ulteriormente le operazioni di risposta umanitaria, perché il deterioramento delle strade e le inondazioni renderanno le popolazioni più difficili da raggiungere e aumenteranno il rischio di malattie trasmissibili attraverso l’acqua». «In Somalia, una fragile popolazione, già colpita da decenni di conflitto, è stata ulteriormente esposta a prolungate condizioni di siccità. Si stima che nel 2017 fino a 275.000 bambini saranno colpiti da malnutrizione acuta grave e avranno una probabilità 9 volte maggiore di morire per malattie killer come colera, diarrea acquosa acuta e morbillo, che si stanno diffondendo nel paese. In Sud Sudan – sottolinea ancora l’Unicef il numero di persone costrette a cercare cibo sufficiente ogni giorno è arrivato a 6 milioni, il livello più alto di insicurezza alimentare mai registrato nel paese. Quest’anno, circa 276.000 bambini potrebbero risultare gravemente malnutriti, con bisogno immediato di aiuti salva vita».

L’epidemia in Yemen

E ancora, «in Yemen, dove si stima che circa 400.000 bambini siano gravemente malnutriti, un’epidemia di colera senza precedenti, con oltre 175.000 casi sospetti e oltre 1.000 morti fino ad oggi, ha reso più complicate le operazioni umanitarie di risposta in corso. Alcuni dei bambini che si sono ammalati o che sono morti per colera – spiega l’Unicef – già soffrivano di malnutrizione, che ha indebolito il loro sistema immunitario. Il sistema sanitario è quasi al collasso, gli ospedali e i centri per le cure sono in difficoltà e le medicine e le forniture mediche stanno finendo rapidamente».

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Obolo di San Pietro. Domenica la Giornata per la Carità del Papa. Come partecipare

Sensibile verso i più bisognosi, attento ai conflitti e alle grandi tragedie civili che colpiscono alcune zone della terra, desideroso di sostenere le vittime delle violenze perpetrate in nome della religione o di contribuire alla costruzione di scuole e ospedali nelle periferie del mondo. Ecco chi è il donatore modello dell’Obolo di San Pietro, l’aiuto economico offerto dai fedeli direttamente al Papa per sostenere le opere di carità. Va precisato che la secolare colletta, che si differenzia dall’8×1000 destinato alla Chiesa cattolica, parte in tutte le chiese italiane domenica 25 giugno 2017, in occasione della Giornata per la carità del Papa.

Chi sono i donatori modello dell’Obolo di San Pietro

“Donare all’Obolo – spiega il Sostituto della Segreteria di Stato vaticana, l’arcivescovo Angelo Becciu – è come quando un fedele dà un’offerta al proprio parroco e gli dice: ‘Usala per il bene della comunità’. Insomma, è un segno di solidarietà, lo stesso che compie il Papa per il bene della Chiesa universale”. I donatori 2.0 dell’Obolo di San Pietro – che possono donare via telefono o inviando la propria offerta direttamente al Papa oppure, grazie al nuovo sito, donare online tramite bonifico bancario e carta di credito – provengono da tutto il pianeta con una quota significativa di fedeli italiani, statunitensi e tedeschi. Il 28% risiede in Italia, il 25% negli Usa e il 22% in Germania. Più bassa la percentuale di donazioni online che arriva da Brasile, Francia, Spagna e dal resto dell’America Latina (circa il 15%). Una quota minore copre il resto d’Europa e alcune zone di Africa, Asia e Oceania.

Lo sguardo di quanti hanno effettuato donazioni in favore dell’Obolo di San Pietro è rivolto principalmente alle vittime dell’indifferenza globale: i poveri, i senzatetto, chi fugge dai conflitti, dalla carestia e dall’indigenza. Alcuni fedeli, ad esempio, chiedono di assistere i bambini siriani di Aleppo o i rifugiati che scappano dalla guerra civile in Somalia, scoppiata nel 1991 e tuttora in corso. Altri sottolineano la necessità di realizzare opere di misericordia come ospedali o scuole in Terra Santa.

“Il donatore dell’Obolo – afferma l’arcivescovo Becciu – è un cittadino globale e questo significa che la solidarietà non conosce confini. Invito i fedeli a scoprire le attività dell’Obolo di San Pietro e a riflettere sui messaggi del Papa visitando il sito e i profili social. Noi fedeli dobbiamo prendere come esempio la vedova del Vangelo (Luca, 21,2-4) che, pur essendo povera, ha donato i suoi ‘due spiccioli’, al contrario di alcuni ricchi che hanno donato il loro ‘superfluo’. Ecco, aggiungo, un fedele deve imitare questa vedova nel sentire il desiderio di voler contribuire alla missione del Papa, ovvero al suo desiderio di venire incontro ai bisognosi. Un vero cristiano non può vivere di sola preghiera ma deve impegnarsi a compiere atti di carità e di generosità”.

Come partecipare alla giornata per la carità del Papa: domenica 25 giugno

Dal 2017, l’Obolo è diventato 2.0 grazie all’apertura del nuovo sito internet www.obolodisanpietro.va e dei profili social Facebook, Twitter e Instagram. Numerosi fedeli, dopo il lancio del sito e delle pagine social, hanno offerto direttamente online, attraverso la pagina dedicata ‘Dona’, il loro apporto concreto alle opere di misericordia, di carità cristiana, di pace e di aiuto alla Santa Sede.

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“Figlio mio, ti risparmio per tenerti legato a me”

(Abraham B. Yehoshua)Un’interpretazione laica del sacrificio di Isacco da parte di Abramo. L’intervento dello scrittore  israeliano al festival Taobuk di Taormina.
In quanto scrittore israeliano la Bibbia è uno dei cardini della mia identità (nel bene e nel male) e  pertanto ho deciso di proporre una mia interpretazione personale e trasgressiva di uno dei miti  fondanti dell’identità ebraica: il sacrificio di Isacco, che fu di ispirazione al racconto della  crocifissione di Cristo. Tale mito non ha solo un significato religioso ma anche nazionale per gli  ebrei. Religione e nazionalità sono infatti strettamente intrecciate nella nostra identità.  […] Una delle prime frasi che salta all’occhio nel leggere il brano biblico è la promessa fatta da Dio  ad Abramo: «Io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le  stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare». Questa profezia non si è avverata. La fede  ingenua e ubbidiente di Abramo in Dio, che lo aveva portato ad assecondare la richiesta di  sacrificare il figlio senza alcuna spiegazione ragionevole, avrebbe dovuto, secondo il racconto,  garantire a lui e ai suoi discendenti una progenie numerosa. Ma il numero degli ebrei è rimasto  limitato e, considerata la loro antica origine, la profezia si è forse avverata non tanto in termini di  incremento demografico quanto piuttosto di capacità di sopravvivenza.
Le domande
È questo un piccolo dettaglio non strettamente connesso all’essenza della storia ma che tuttavia dà  un’indicazione del tipo di dialogo fra Abramo e Dio, della sua forza e della sua concreta efficacia.  Se infatti i criteri di prolificità e di entità numerica di un popolo rappresentano un valore in sé –  almeno per il narratore del racconto biblico – ecco che la positiva riuscita della prova di Abramo  non ha portato l’auspicata ricompensa, forse persino il contrario. Prenderò ora in esame la vicenda  in sé, una vicenda che solleva gravi questioni morali. E, dicendo questo, non dico nulla di nuovo. Se io fossi un uomo di fede e credessi nell’esistenza di Dio che parlò ad Abramo e nella provvidenza  divina individuale, l’episodio del sacrificio di Isacco potrebbe sostanzialmente compromettere la  mia fede da un punto di vista etico, posto che l’assunto di ogni credo religioso è che Dio non è solo  fonte di vita, ma anche di moralità e di giustizia. È anche noto che la fede religiosa non dipende  unicamente da valori etici e, laddove esiste, è di solito in grado di superare qualunque tipo di  inibizione morale. […]
Bene, torniamo all’episodio del sacrificio di Isacco. A mio parere chiunque crede in Dio ed è  convinto che Dio è anche fonte di moralità e di giustizia, si trova a dover affrontare un grave  problema dinanzi a questa vicenda. Il comportamento di Abramo è infatti moralmente orribile. È  vero che la prima frase: Dio mise alla prova Abramo addolcisce la brutalità di Dio, lasciando  intendere che il Signore non aveva intenzione di sacrificare Isacco senza una ragione ma solo di  verificare la devozione di suo padre. In ogni caso, però, Dio sarebbe da biasimare per aver condotto  questo tipo di esperimento. […] Dio dimostra chiaramente di potere essere ingiusto. E senza tenere  conto per ora della reazione di Abramo, ecco che l’intenzione divina di sottoporlo a una prova  simile è moralmente distorta. Infatti anche dopo che si chiarisce che si trattava solo di una prova, il  fatto che ci sia stata una simile richiesta indica che potrebbero essercene altre, di tipo concreto.
Modello immorale
La teoria secondo la quale la richiesta di Dio di sacrificare Isacco è stata fatta per insegnare ad  Abramo che nel giudaismo non ci sono sacrifici umani non è a mio parere corretta. Innanzi tutto la  questione del divieto di sacrifici umani non è menzionata in questo episodio e, in secondo luogo,  Abramo non riceve nessun rimprovero ma solo parole di elogio per la sua disponibilità a immolare  il figlio e a eseguire l’ordine divino. La pecca morale di Abramo è quindi più grave di quella di Dio. Senza discutere, senza fare domande e senza recriminare è pronto a eseguire un ordine insensato e  ingiusto, ad abbandonare ogni logica e ogni naturale senso di giustizia, ad ammazzare un innocente  per dimostrare la propria devozione e fiducia in Dio.
Questa disponibilità e assoluta obbedienza sono di ispirazione a molte atrocità commesse in nome  di un ordine divino. Abramo, da un punto di vista religioso, rappresenta un modello assolutamente  immorale per le generazioni future e il suo comportamento getta un’ombra sulla sua personalità di  difensore della giustizia, rivelatasi, per esempio, durante il colloquio con Dio sulla distruzione di  Sodoma e Gomorra, quando lui giustamente domanda: «Davvero sterminerai il giusto con  l’empio?» (Genesi, 18, 23) E: «Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?» (Genesi, 18, 25).[…]
Il mito del sacrificio di Isacco va dunque fermamente respinto da un punto di vista morale? Forse lo si può parzialmente salvare partendo da una posizione secolare che sostiene che Dio non esiste e  Abramo ha agito in piena autonomia, per propria decisione e volontà.
La deterrenza
Abramo ha lasciato la casa di suo padre Terach quando era ormai uomo fatto per seguire una nuova  fede. Ha reciso i suoi legami familiari, tribali, ha abbandonato la sua patria, ha voltato le spalle alla  fede dei suoi avi ed è partito per un paese straniero per fondare una nuova religione. A un’età ormai  avanzata, e dopo aver finalmente avuto un figlio dalla moglie Sara, poteva certamente ipotizzare  che suo figlio Isacco si sarebbe comportato con lui come lui aveva fatto con suo padre Terach. Vale  a dire avrebbe potuto abbandonare la fede in un unico Dio a favore di altri dei e forse se ne sarebbe  andato altrove.
Come poteva allora Abramo scongiurare una simile eventualità? Anziché rivolgersi agli abitanti  della terra di Canaan e convincerli della bontà e della verità della sua nuova fede ha optato per una  strada più facile, scegliendo di garantire la continuità del suo nuovo credo per mezzo della sua  discendenza. E per ottenere questo obiettivo ha organizzato la messinscena del sacrificio del figlio:  ha condotto il ragazzo su un monte, ha costruito un altare, ha legato Isacco e ha brandito il coltello  come a dire: «Io sono pronto a ucciderti. Nonostante ti ami potrei ammazzarti se tu cambiassi fede.  Potrei fare a te quello che mio padre, Terach, non fece a me per tenermi stretto al suo credo».  All’ultimo momento, però, finge un ripensamento, come se Dio gli avesse parlato tramite un angelo  e gli avesse detto: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente» (Genesi, 22, 12). Il  messaggio a Isacco è quindi chiaro: «Io, da parte mia, avrei potuto ucciderti ma il Dio in cui credo  ha avuto pietà di te e non me lo ha permesso. Da oggi in poi sappi, Isacco, che non a me, che ti ho  messo al mondo, devi la vita, ma al Dio che ti ha salvato». […] La paura
Secondo questa interpretazione laica Abramo, che non ha nessuna intenzione di uccidere il figlio ma vuole solo minacciarlo e intimidirlo, non può essere quindi accusato di tentato omicidio o di cieca  obbedienza a una richiesta «divina» di un omicidio. Non è invece esente dall’accusa di avere  terrorizzato Isacco. E in ebraico l’espressione «la paura di Isacco», nata da questo episodio, è  presente in numerose preghiere e salmi liturgici. Il poeta Haim Gori ha ben espresso il terrore  provato da Isacco in una sua famosa poesia intitolata Eredità. E così scrive nell’ultima strofa:

«Isacco, come narrato, non fu offerto in sacrificio.
Visse per lunghi anni.
Vide il bene, finché gli occhi non gli si oscurarono.
Ma lasciò il ricordo di quell’attimo in eredità ai suoi discendenti.
Che nascono
Con un pugnale conficcato in cuore»
.
(Traduzione dall’ebraico di Alessandra Shomroni)

La Stampa