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Catechesi quotidiana. Il grano e la zizzania di oggi

«In tutti, sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo» (Cf Mt 13,24-30 ; Catechismo, 827).
La parabola del grano e della zizzania o del loglio è di una permanente attualità. Ai servi del campo, pronti a impegnarsi per separare nel presente il grano dalla zizzania, il padrone chiede di attendere i tempi della mietitura, quando le parassitarie potranno essere separate dalle spighe di grano. Grano e zizzania sono nel cuore di ognuno, nella Chiesa a cui si appartiene e nel mondo in cui si vive ogni giorno. E come al solito si guarda più alla zizzania, che al grano! Tuttavia la parabola guarda al futuro in vista del presente, e non il contrario. In questione non è il momento finale della mietitura, bensì quello prolungato della contemporanea crescita tra grano e zizzania. E anche se non si possono separare, pena la perdita del bene che è in ciascuno, nella Chiesa e nel mondo, il grano si riconosce sempre e non va confuso con la zizzania.
La storia del cristianesimo ha visto un continuo pendolarismo tra una Chiesa di puri e perfetti e una Santa, ma bisognosa di fare sempre penitenza per i peccati dei credenti. A favore di una chiesa di perfetti si sono schierati i Montanisti, i Donatisti, i Catari, i Calvinisti e i Giansenisti: l’elenco può continuare sino ai nostri giorni. Ma la Chiesa continua a lasciarsi evangelizzare dalla parabola di Gesù, senza cedere a forme ideologiche di puritanesimo, né per inverso a espressioni di lassismo perché tanto, nel presente, grano e zizzania non si possono scindere.
Risalta così la questione capitale: come imparare a guardare il grano in mezzo alla zizzania e a confidare che non sia soffocato? La risposta più appropriata proviene dalla Gaudium et Spes che, citando la parabola di Gesù, commenta: «Se dunque ci si chiede come può essere vinta tale miserevole situazione, i cristiani per risposta affermano che tutte le attività umane, che sono messe in pericolo quotidianamente dalla superbia e dall’amore disordinato di se stessi, devono venir purificate e rese perfette per mezzo della croce e della risurrezione di Cristo» (nr. 37).

avvenire.it