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Catechesi quotidiana: «Abbà, Padre». Ecco l’inaudito

«Chiamando Dio con il nome di “Padre”, il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: che Dio è origine primaria di tutto e autorità trascendente, e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d’amore per tutti i suoi figli» (Catechismo, 239).
Prima di Gesù, per esprimere la relazione amorevole e di elezione nei confronti del suo popolo il Dio d’Israele era invocato come “Padre”. Contro alcuni luoghi comuni è bene precisare che la paternità di Dio è testimoniata nella letteratura di Qumran, negli scritti di Filone Alessandrino e nella preghiera sinagogale giudaica. L’amore paterno e materno di Dio è reso visibile in quello dei genitori per i propri figli (Isaia 49,15). Tuttavia, Gesù non si è limitato a usare una metafora, bensì ha sostenuto, sino al prezzo del suo sangue, di essere Figlio di Dio sin dall’eternità. Ed è questa “pretesa” che lo induce a insegnare la preghiera introducendola con l’invocazione «Padre, sia santificato il tuo nome» (Luca 11,2). Nella parabola del Padre misericordioso, impropriamente nota come “del figliol prodigo” (Luca 15,11-32), la paternità di Dio assume dimensioni inconcepibili per qualsiasi paternità umana. Quale padre è alla ricerca del figlio perduto e lo reintegra nella dignità originaria senza verificare la consistenza reale o fittizia del suo pentimento? Chi è capace di organizzare una festa così dispendiosa sino a suscitare l’invidia dell’altro figlio, rimasto in casa da sempre? Nell’ora del Getsemani Gesù ha invocato Dio chiamandolo «Abbà, Padre» (Marco 14,36), che però non corrisponde a “papà” (in greco “pappas”), né è detto soltanto dai bambini verso i genitori, ma equivale a “padre” (“patér”) ed è espresso anche dall’adulto verso il proprio genitore. Di quest’inaudita paternità i credenti partecipano per mezzo dello Spirito che grida in loro (Galati 4,6) e di questi che gridano in Lui «Abbà, Padre» (Romani 8,15). Subentra così la relazione adottiva con la paternità di Dio che non è inferiore a quella di Gesù, ma condivide gli stessi doni della libertà, della figliolanza e dell’eredità divina. La figliolanza eterna di Gesù diventa filiazione divina per i credenti che nel tempo sono rigenerati dallo Spirito del Figlio.

avvenire.it