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Calcio. Mancini e Velasco, a volte ritornano

Roberto Mancini (Ansa)

Roberto Mancini (Ansa)

Si parte per vedersi ritornare. Roberto Mancini ct dell’Italia, Julio Velasco nuovo tecnico di Modena. Dove eravamo rimasti? Il ritorno al futuro è sempre un ritorno a casa. Mancini – ora che ha rescisso con lo Zenit di San Pietroburgo – ha rinunciato a 13 milioni; Velasco ha scritto una lettera alla Federazione argentina: a settembre guiderà la nazionale al Mondiale, poi tornerà in Italia. Al cuor non si comanda. Entrambi avranno un compito complicato. Parola chiave: rifondazione. Mancini raccoglie i cocci di una nazionale esclusa dal Mondiale, con un movimento senza una vera bussola e un parco giocatori senza eccellenze: arriva dopo il «no, grazie» di Ancelotti, lo attende un duro lavoro, primo obiettivo la qualificazione a Euro 2020, ma nel mentre il Mancio – che guadagnerà 2 milioni di euro all’anno per due anni – avrà la responsabilità per così dire «etica» di ridare un senso ad una nazionale perduta nei gangli della mediocrità e troppe volte inadeguata nel tentativo di piacere agli italiani.

Per Velasco si tratta della terza avventura sulla panchina di Modena. Prima volta: 1985-1989. Seconda: 2004-2006. Catia Pedrini, la presidentessa, lo accoglie così: «Julio è stato l’uomo che ha cambiato la storia della nostra disciplina, a Modena in Italia e nel mondo. L’ho voluto con noi perché lo considero una straordinaria promessa di futuro». Intanto però dovrà vedersela in tribunale con il coach bulgaro Radostin Stoytchev: alla fine sono volati gli stracci.

Il passato – se è stato bello – di bello ha questo: al solo ricordo riaccende la scintilla. Velasco a Modena nella seconda metà degli anni ’80 non ha vinto solo quattro titoli, tre Coppa Italia e una Coppa delle Coppe; ma ha tracciato un solco, indicato un orizzonte e portato tutti in una terra promessa dove il volley di casa nostra era davvero vincente. Mancini con l’azzurro ha avuto un rapporto tormentato, mai all’altezza delle aspettative e delle grandi potenzialità di un fuoriclasse assoluto della sua generazione, quella pascolata tra gli anni ’80 e ’90.

Dopo il debutto, subì l’esilio, a causa di una fuga notturna tra le mille luci di New York durante una tournée in Usa e Canada con la nazionale di Bearzot, venne richiamato da Vicini (discrete prestazioni a Euro 88, convocato ma nemmeno un minuto in campo al Mondiale di Italia 90) e infine dimenticato da Sacchi. Mancini voleva la panchina della nazionale, non l’ha mai nascosto: dovrà farsi mediatore, lui che spesso è andato allo scontro anche con i poteri forti del nostro calcio. Velasco dovrà riportare agli antichi fasti un club che ha vinto l’ultimo titolo nel 2016 (stagione chiusa col «Triplete», ma sono soltanto due gli scudetti in bacheca dal 2000 ad oggi) e che in passato è stato la stella polare di tutto un movimento.

Ma è scesa la notte, a Modena come a Coverciano: tocca a Velasco e Mancini trovare l’interruttore per riaccendere luci e speranze. Nell’attesa, valga per entrambi lo slogan di Velasco: «Uno non è un grande allenatore quando fa muovere i giocatori secondo le proprie intenzioni, ma quando insegna i giocatori a muoversi per conto loro. L’ideale assoluto avviene nel momento in cui l’allenatore non ha più niente da dire perché i giocatori sanno tutto quello che c’è da sapere».

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