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BIBBIA E LITURGIA Desiderio di assenza per un Natale di attesa e gioia

Mentre questo Natale duemilaventi un po’ squinternato ci sta cadendo addosso con il suo carico di incertezze, domande e paure, penso al pastore della meraviglia, alla zampogna che suona felice nella notte di Betlemme, ai flauti che intonano melodie mediorientali, alle massaie che arrivano di corsa fino alla grotta, con le mani impastate di acqua e farina.

C’è poco da fare. Il Natale è il giorno dei poveri, degli ultimi della terra. È la notte santa, eppure laicissima, in cui i dimenticati e i lontani sorridono alla buona notizia. Un Natale plebeo, seppure l’Occidente ricco lo riduce a merce da asporto.

La veglia di Natale corregge, in una sola notte, le storture delle democrazie del mondo, assumendo come vincolo etico il diritto di presenza di questa moltitudine di gente che, come canta Fabrizio De André in Smisurata Preghiera, «viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione». E che pure sorride alla vita che viene. E, almeno per un santissimo e laicissimo giorno, fa festa.

Ecco perché non mi appassiona per niente il dibattito sugli orari delle messe per la veglia di Natale. Trovo discrasia tra l’affanno della ricerca del buon orario e i contenuti di una veglia che è “altro”, che può essere “altro”, tra le disposizioni una tantum per igienizzare il luogo di culto e un’accoglienza al Tempio che dovrebbe invece essere attenzione quotidiana e percezione comune.

Dal punto di vista liturgico – non me ne vogliano gli appassionati del tema che guardano al Triduo Santo come l’apice della liturgia cristiana – io scelgo sempre la veglia di Natale. Perché è attesa di vita. Senza complotti, tradimenti, miracoli, resurrezioni. Attesa di vita che sorride.

La grande tradizione musicale classica e sacra ci ha regalato opere maestose e indimenticabili durante il Triduo Santo, ma qui vince Sant’Alfonso Maria de’ Liguori con Tu scendi dalle stelle, la versione italiana della napoletana Quanno nascette Ninno. La semplicità e lo stupore di “quella” notte, anzi, di “questa” notte, è il tributo massimo all’attesa del bello, senza scorciatoie.

La veglia di Natale – e non le messe del 25 dicembre che sono già numerose con ampie possibilità di scelta – vale il diritto di presenza, ma proprio per questo non sopporterei un altolà sulla soglia del Tempio, probabile per i luoghi di culto piccoli, perché magari i fedeli si sono barricati al loro posto striminzito dal Covid, occupando i disponibili. Non sopporterei nemmeno la possibilità (alternativa) di prenotare la messa on line, per paura di rimanere fuori, come già succede in tante parrocchie per le messe domenicali. Se la liturgia diventa atto burocratico perde il suo senso.

Di fronte a questo diritto di presenza, inviolabile e allo steso tempo personale e comunitario, vale allora il dovere di assenza. Un’assenza che in questa notte benedetta mette a nudo l’assenza del Tempio, delle persone care, dell’amicizia, di una tavola imbandita che almeno in questo ventiquattrosera conoscerà sobrietà e silenzio, trovando posto comunque per allegria e gioia.

Questo ventiquattroduemilaventi è il Natale dell’assenza. Uno stravolgimento del rito che pian piano diventa però desiderio di assenza, desiderio di rito, desiderio di relazione, desiderio di fraternità. Il sacro viene a cercarci proprio quando sembra in letargo.

Lasciarsi accarezzare da questo desiderio di assenza è la scommessa di questo Natale di attesa di vita vera. Un’assenza che apre la porta per un Natale denso. Di attesa e sorriso.

vinonuovo.it