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Beatles è festa per il mezzo secolo

Scorci sulle casette a schiera dei quartieri popolari nei quali i Beatles strimpellavano le prime note. Ma tra i documentari della Bbc ce n’è anche uno che rivela come il manager Brian Epstein avesse comprato migliaia di copie del primo disco di Love me do per assicurarsi che finisse in cima alle classifiche, il 5 ottobre di 50 anni fa.
La Gran Bretagna festeggia anche così il mezzo secolo di quelle note che catapultarono i quattro di Liverpool al centro del mondo, icone che hanno anticipato la globalizzazione, con il primo convegno di questo secolo sull’argomento, che raccoglie i maggiori esperti e fa il punto su Paul McCartney, John Lennon, Ringo Starr e George Harrison.

Love me do: i Beatles a cinquant’anni s’intitola il convegno organizzato all’università di Loughborough, e dedicato ai motivi per cui i quattro sono diventati famosi e, poi, si sono divisi, come consideravano l’amore, la fama, i soldi. «Il segreto per capire i Beatles sta nelle loro radici operaie», spiega Marcus Collins, professore di storia contemporanea e organizzatore del convegno. «Nella società britannica, dove la classe a cui appartieni è tutto, il fatto che i quattro fossero poveri, in origine, e quindi non legati alle élites istruite, ricche e vecchie, li rendeva liberi, sicuri, rivoluzionari, divertenti, trasgressivi, capaci di sperimentare tutto quello che di nuovo era possibile».

«Accanto a questa capacità di cambiare c’era, però, anche la nostalgia di quelle origini alle quali appartenevano e che avevano dovuto lasciare. I Beatles apprezzavano le opportunità che la fama dava loro ma sentivano anche che era una trappola», spiega Collins. «I Beatles sapevano che la ricchezza e la fama non li rendevano felici e quindi cercavano di vivere vite che, a volte, erano molto semplici».

Un distacco che si nota anche nel loro rapporto con l’enorme industria sviluppatasi intorno alla loro fama. «A partire dagli anni ’70 comincia il business legato ai Beatles, quello delle memorie e degli oggetti da collezione, magliette, tazze, strumenti musicali, autografati», spiega Holly Tessler, docente di commercial music all’università “West Scotland” di Ayr. «I Beatles non le hanno incoraggiate, ma non hanno fatto nulla per fermarle».

Questo affetto verso le loro origini umili profondamente inglesi, la Gran Bretagna di oggi lo restituisce ai quattro innalzandoli a figure della propria storia. «Siamo passati dalla Beatlefobia degli anni ’60, quando in moltissimi odiavano “gli scarafaggi” di Liverpool, alla Beatlemania di oggi quando le loro canzoni, Hey Jude, Because, Here comes the sun, I am the walrus, sono state il punto di arrivo e di partenza, delle Olimpiadi», dice Collins «perché i Beatles garantiscono identità nazionale e dimensione internazionale».

Silvia Guzzetti
avvenire.it