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"Ave Maria gratia plena fa' che non suoni la sirena"

La presenza della Chiesa durante il passaggio del fronte a Perugia nell’estate 1944 

 di Isabella Farinelli

 "Cara mamma, scusami se non ti ho scritto prima: lo sai bene, sono prossimo al sacerdozio e perciò molto impegnato. Convintissimo che, per convertire le anime, devo essere fedele a tutti gli impegni assunti e a quelli che liberamente assumerò presto. Mi piace stare accanto a chi soffre. In questo periodo di attesa, soprattutto ad alcuni giovani ammalati e disoccupati. Gesù incominciò con l’esempio e poi con la parola; e quanto pregava! Notte e giorno. Vogliamo essere eternamente benedetti? Osserviamo i comandamenti di Dio". Era il 15 febbraio 1940; Onorio Antonini divenne prete a giugno. A Castello delle Forme, tra Perugia e Deruta, oltre a infervorarsi per alcune belle conversioni, realizzò, ricordando le raccomandazioni di Pio xi, una sala parrocchiale per la quale mandò un contributo "il generosissimo Papa Pio XII". Ma fu quattro anni dopo, nel piovoso giugno 1944, che don Onorio mise in pratica la vocazione dichiarata alla madre, durante il passaggio del fronte, che nelle campagne del medio e alto Tevere viene ancora ricordato come il periodo più cupo della guerra. La canonica "fu occupata da quindici soldati e ufficiali tedeschi bavaresi e austriaci. Erano stremati dalla fame. Misi a loro disposizione uova, prosciutto e vino. Mi ringraziarono e mi assicurarono che non avrebbero fatto danni né a persone né a cose. Così fu. Nel partire mi salutarono così: Pater, ora pro nobis". Ma in una delle tante raffiche di artiglieria scambiate quei giorni "furono colpiti mortalmente un uomo e una donna, madre e figlio, che stavano mietendo; nonostante le proteste dei soldati, li soccorsi e amministrai loro i sacramenti". Non sapremmo probabilmente nulla, almeno a Perugia, di molti episodi sottratti alla "normalità" della guerra e della carità cristiana dalla elaborazione storiografica a posteriori, se non ci fosse stato il carteggio tra la diocesi e la Santa Sede, con una circolare della Pontificia Commissione Centrale per l’Arte Sacra – presieduta da monsignor Giovanni Costantini – notificata l’11 ottobre 1944 ai parroci perugini dall’arcivescovo Mario Vianello e pubblicata nel "Bollettino ecclesiastico". "Anche per prevenire danni più gravi nella stagione invernale" la Commissione "allo scopo di poter trattare con le autorità alleate e governative a riguardo della ricostruzione o della riparazione degli edifici ecclesiastici", chiedeva alle diocesi "notizie le più esatte possibile sui danni cagionati dalla guerra agli edifici stessi". Nello stesso Bollettino il vescovo sollecitava una "relazione su le vicende in cui è venuta a trovarsi la loro parrocchia o il loro ente al passaggio della guerra, perché egli possa dare a sua volta relazione alla Santa Sede". Qui probabilmente Vianello si riferiva alla circolare della Sacra Congregazione Concistoriale del 10 agosto firmata dal cardinale Raffaele Rossi, che allegava un questionario in sedici punti scusandosi per il disturbo "in un tempo come questo". Mario Vianello – nato a Venezia nel 1887, già cappellano di marina e vescovo di Fidenza – fu nominato l’11 marzo 1943 da Pio XII alla sede perugina, dove fece ingresso la sera del 28 giugno. Pur avendo compiuto nella diocesi precedente quattro visite pastorali, dati i tempi non osò presentarsi "né con promesse determinate né con programmi speciali, all’infuori dell’unico grande programma dell’Apostolo: "vorrò essere tutto per tutti, per far tutti salvi"". Mentre entrava nella chiesa di Sant’Ercolano e deponeva una corona di fiori sul monumento ai Caduti, era consapevole di un’attualità pesantissima e di una eredità impegnativa. L’episcopato del predecessore, Giovanni Battista Rosa, pupillo e conterraneo di Pio X, "il caso volle che coincidesse esattamente col ventennio del fascismo e potesse così fare da contrappeso in qualche modo all’autoritarismo del regime. Invero, s’adoprò costantemente per mantenere l’equilibrio conforme all’insegnamento evangelico di Cristo "dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio": non faceva così fronda ai governanti del momento, ma pretendeva nel contempo autonomia per la sua Chiesa, in tal modo assicurando ai perugini una qualche alternativa di valori e di concetti. Alternativa anche formale, anche visiva: alle parate militari contrapponendo solenni processioni e alle adunate di massa Congressi eucaristici maestosi" (Dante Magnini, Perugia nell’età della patria, 1915-1940, Perugia, Editrice Volumnia, 1995). Particolarmente significativo il parere dello storico locale laico. Non per mero esercizio letterario Maria Sticco, presentando in quegli anni la sua Perugia, ne assumeva a emblema i versi di D’Annunzio sulla Fontana maggiore: "l’acqua che ai gradi della Cattedrale / terse il sangue degli Oddi ancora scroscia". In un panorama già complesso sul quale si innestavano eventi di portata e rapidità senza paragone prossimo, Vianello, pur cercando la collaborazione del suo clero e il dialogo fin dove possibile con le autorità cittadine, ebbe cura di tenersi in linea con il magistero e l’esempio di Pio XII. La pace, che era motto del Papa come opus iustitiae e che sarebbe stata il tema del giubileo 1950, "divenne abituale in Vianello e subito la fece entrare in ogni suo discorso e anche nel più semplice intervento. Un discorso fatto ai terziari francescani, che in altri tempi non avrebbe fatto notizia, ebbe eco immediata e sottolineata dalla stampa di varie sponde". È appena il caso di ricordare che parlar di "pace" allora non era così politically correct come oggi. "Soprattutto impressionò il coraggio con cui giudicava il momento". È quanto scrive monsignor Remo Bistoni, nel 1943 seminarista, oggi memoria storica della diocesi, che attingendo al carteggio postbellico tra vescovo e parrocchie (conservato nell’Archivio storico diocesano), nonché alla propria testimonianza oculare, ha prodotto il volume dal significativo titolo Una Chiesa presente. Passaggio del fronte nel territorio della diocesi perugina (1943-1944) (Perugia, Volumnia, 2000). Il "Bollettino ecclesiastico per la archidiocesi di Perugia", pubblicato senza interruzioni dal 1913, attesta il fitto collegamento, in quei mesi, con la Santa Sede: comunicazioni riportate integralmente e ribadite da Vianello, con sottolineature consone alla propria sensibilità e alla mediazione efficace presso il clero affinché, pur nella generale precarietà, se ne facesse portavoce e testimone. Il 4 settembre 1943 cominciava a uscire anche un "Bollettino diocesano", destinato alle famiglie e aperto a laici e parrocchie, con un editoriale di don Bruno Frattegiani (poi vescovo di Camerino) e un’impronta ancor più marcatamente vicina al Papa che "oportune et importune ripete la sua parola di vita" mentre "il mondo, così detto ufficiale, finge di non sentirla e continua per le vie dell’odio e della vendetta". Quando, il 5 agosto 1943, festa della Madonna della Neve, Pio XII diffuse un nuovo appello alla preghiera, Vianello fece proprie due espressioni del Papa: "la famiglia cristiana" per indicare l’unione nella Chiesa universale come in ogni più piccola cellula, e l’immagine del pastore che porta nell’anima – quasi maternamente – "i dolori e le ansie di tutti i suoi figli". L’appello mariano (già lanciato a maggio) venne reiterato davanti alla Madonna delle Grazie venerata in cattedrale, e l’immaginetta diffusa in diocesi, stilizzando l’iconografia dei gonfaloni tardomedievali, univa lo stemma del vescovo al grifo della città. "Ave Maria gratia plena fa’ che non suoni la sirena": la filastrocca popolare udita da Iris Origo su labbra sarde (Guerra in Val d’Orcia, diario 1943-1944, Milano, Longanesi, 2010, pagine 243, euro 18,60) era tristemente nota, con aggiunte e varianti, nelle campagne umbre. Su Perugia un aereo solitario, chiamato "l’orfanello" con sinistra antifrasi, continuò il suo stillicidio fino a luglio 1944, uccidendo diciotto persone sfuggite a Cassino e assistite dagli oratoriani presso la chiesa di San Filippo Neri, rifugio, tra l’altro, di numerosi ebrei. "Subito dopo l’esortazione di Vianello alla preghiera scoccò l’ora della carità. Nacque subito, collegato con gli uffici del Vaticano, un centro per la raccolta di notizie sui soldati, sparsi in mezzo mondo, di cui le famiglie ignoravano da tempo la sorte". Sono state recentemente ricostruite da Ruggero Ranieri le operazioni militari, rese ancor più difficili dalle asperità del territorio, che dopo la liberazione di Roma il 4 giugno contrapposero le forze alleate – variegate nella composizione e nelle strategie di manovra – alle truppe in rotta verso Nord seguendo il Trasimeno e la valle del Tevere. Ciò protrasse a lungo l’agonia delle popolazioni rurali. I campanili costituivano un punto di osservazione privilegiato, e le canoniche – già piene di sfollati e di rifugiati – un asilo altrettanto ambito, bersaglio dunque del fuoco dell’una e dell’altra parte. Se la carità non esibì né chiese carte d’identità se non quella statuita molto più tardi dal pescatore di De André – "chi diceva ho sete ho fame" – il contrappasso, nei ricordi dei testimoni, è il terribile anonimato anche del male. "Hanno portato via don Settimio", annunciò una mamma a una bambina a Civitella Benazzone: tanto bastava alla paura. Oggi si sa (non dalla sua relazione) che don Settimio Morozzi, trasportato a San Vittore per aver dato rifugio a un paracadutista inglese, fu salvato in extremis dalla deportazione a opera di un altro prete di Perugia, don Dario Pasquini, che trovandosi a Milano per frequentare l’Università Cattolica riuscì a ottenere la mediazione del cardinale Schuster. George Steiner (Nel castello di Barbablù, Milano, se, 1990), citando Elias Canetti, collega la spirale dell’olocausto alla perdita di significato delle cifre connessa all’inflazione, monetaria e sociale. Negli stessi anni, pensando ai radiomessaggi, Pio XII s’interrogava sui rischi di inflazione della parola – inclusa la "parola pontificia". E l’acuminata critica di Steiner alla cultura occidentale, che lo porta a definire post-cultura quella di oggi, merita d’essere riletta, fatti i debiti distinguo, in parallelo con la preferenza di Papa Pacelli, notata da Ravasi, per il termine "civiltà" piuttosto che "cultura". Sicuramente non mostrano alcun vezzo grafico né stilistico le decine di relazioni perugine composte e conservate per fini burocratici, che oggi destano reverenza per la loro stessa semplicità; né gode di particolare segnatura archivistica – tant’è vero che è riemersa solo di recente – questa lettera indirizzata il 23 agosto 1944 a Vianello: "Desideriamo render noto a Vostra Eccellenza che don Ottavio Posta, parroco dell’Isola Maggiore sul Trasimeno, durante il periodo della nostra prigionia nell’isola per le leggi razziali fu per noi di grande aiuto e conforto. Quando il pericolo maggiormente incalzava per le minacce dei tedeschi contro di noi, egli con atto veramente paterno e generoso, non solo indusse gli isolani a trasportarci nella riva ove erano di già gli inglesi; ma lui stesso affrontò con noi il pericolo della traversata sul lago, sotto il tiro del cannone e delle mitragliatrici, dando un fulgido esempio ai suoi parrocchiani e meritando la nostra più profonda riconoscenza. Saremmo assai grati a Vostra Eccellenza se volesse rendersi interprete con la sua alta parola verso il benemerito don Ottavio Posta della nostra gratitudine per il suo atto altruistico e di buon Pastore verso degli infelici oppressi da leggi inumane. Ringraziando, porgiamo i nostri più reverenti saluti, anche a nome di tutti gli ex internati, ora assenti da Perugia". La lettera reca la firma di Bice Todros Ottolenghi, Giuliano Coen, Albertina Coen, Livia Coen. Quest’ultima, che insieme agli altri era internata nel campo di concentramento creato a Isola Maggiore, compare sorridente a fianco di Vianello e di persone "di disparati orientamenti politici" – scrive Bistoni – in una foto a Perugia dopo la liberazione. Non sappiamo se e cosa Vianello abbia riscritto a don Ottavio, che con gli altri parroci continuò a impegnarsi a beneficio della sua popolazione sul fronte della ricostruzione e della quotidianità. Sappiamo cosa rispose l’arcivescovo al punto 11 del Questionario della Concistoriale che chiedeva "se e quali ecclesiastici e religiosi si sono specialmente distinti, e in quali occorrenze". "Si sono distinti – scrisse Vianello – i sacerdoti dei paesi distrutti o più gravemente danneggiati". Nessun nome. E poco più di questo, vent’anni dopo, nel "Bollettino ecclesiastico": "Il 6 gennaio 1963 dopo una lunga malattia sopportata con cristiana rassegnazione rendeva la sua anima a Dio il rev. don Ottavio Posta. Aveva 80 anni. Fu prima cappellano a Castiglion del Lago e successivamente dall’anno 1915 per tutta la vita parroco di Isola Maggiore sul Trasimeno. Ha voluto essere sepolto nel cimitero di Isola Maggiore". (L’Osservatore Romano – 25 luglio 2010)