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Blog della chiesa di Santo Stefano a Reggio Emilia (della Parrocchia S. Giovanni Ev. in Santo Stefano e San Zenone). Unità Pastorale Santi Cristanto e Daria

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Vescovo Camisasca tra gli sfollati dell’alluvione

Nel pomeriggio di mercoledì 13 dicembre 2017 il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca ha visitato il Centro Kaleidos di Poviglio, dove sono stati ospitati 117 sfollati a causa dell’alluvione che ha investito Lentigione e dintorni e dove un altro centinaio di persone può trovare un pasto caldo.

Incontrando le persone sfollate, monsignor Camisasca si è trattenuto in particolare con i bambini, ai quali ha regalato dei sacchetti di dolciumi; ha inoltre incontrato il personale della protezione civile, le autorità comunali, militari e mediche, i soccorritori e i volontari.

“Di fronte ai drammi che accadono – ha detto – la prima impressione è sempre di sgomento; quando una persona, di colpo, soprattutto nella notte, viene sbalzata dalla sua casa, trova inondati i luoghi dei suoi affetti più cari, quando vede immerse nell’acqua le cose che ha custodito per anni, non si può provare che desolazione”.

La seconda impressione, ha aggiunto monsignor Camisasca, è legata all’accoglienza, “molto ben organizzata qui nel Centro Kaleidos di Poviglio; ho visto un forte coordinamento e una grande serenità e serietà nell’affronto dei problemi. Per fortuna non si tratta di problemi giganteschi, però il disagio è molto profondo. Ci sono tante situazioni da monitorare, ma soprattutto da curare con una grande dose di umanità”. Mentre il livello delle acque continua a scendere e il sogno di tutti è di tornare il prima possibile nelle proprie dimore, il Vescovo ha concluso sottolineando il conforto che alle persone nel disagio proviene dal trovare interlocutori che, quasi come dei vicini di casa o dei familiari, non le facciano sentire abbandonate.

lalaiberta.info

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Arte e tradizione. Il divino e l’umano: nel presepe quell’inaudito incontro

«L’incontro di due protagonisti, il divino e l’umano: è questa la ‘storia’ che il presepe racconta. Un racconto di cui c’è bisogno oggi almeno come ce n’era quando nel 1223 Francesco d’Assisi, per la prima volta, riprodusse nella grotta di Greccio la scena della Natività. Oggi come allora l’uomo ha bisogno di Dio: oggi, forse ancor più che allora, c’è sete di un amore che vinca la ‘folla delle solitudini’ e stemperi l’accanirsi dei conflitti. ‘Fare il presepe’ è perciò oggi più che mai un messaggio di pace e di speranza, un gesto d’amore, che può parlare al cuore di tutti ». Così l’arcivescovo Bruno Forte, che non a caso all’arte del presepe ha dedicato bellissimi saggi. E al dialogo tra artisti e natività sono dedicate numerose mostre e iniziative anche grazie a Fondazione Crocevia con il progetto ‘Presepe Presente’.

A Milano, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, per il terzo anno consecutivo una mostra di presepi d’artista è stata inaugurata ieri dal vescovo Claudio Giuliodori. Nel primo chiostro del Bramante sono esposte, fino al 27 gennaio, le opere di grandi maestri: l’Annunciazione di Arturo Martini, una splendida terracotta del 1927; un presepe degli artisti Anselmo Bucci e Francesco Nonni, maiolica del 1949; le straordinarie terrecotte dedicate alla storia della salvezza dell’artista campano Marcello Aversa. Di quest’ultimo il vescovo di Carpi Francesco Cavina ha inaugurato il 9 dicembre presso il Duomo la grande mostra «Marcello Aversa. Storie di cielo in terra», che resterà aperta fino al 29 gennaio. L’esposizione si tiene in contemporanea anche nel Museo diocesano di Salerno, dove sarà inaugurata dal vescovo Luigi Moretti il 16 dicembre. E poi il grande presepe di Francesco Artese a Firenze di cui parliamo altrove in questa pagina. L’arte si confronta con il grande mistero: la divinità assume l’umano facendosi volto, carne, ossa. L’umanità accoglie il divino per ritrovare l’unità perduta e la pienezza di gioia, di vita, di amore, di bellezza. Il mistero è l’Eterno che si piega alle coordinate spazio-temporali nella notte di Betlemme. Solo Matteo e Luca raccontano le vicende legate alla nascita di Gesù: 48 versetti il primo, 132 il secondo. Poche parole per descrivere il mistero più grande. Ecco allora il desiderio di mostrare, di far vedere, di raccontare. E questo è il presepe, come nota Davide Rondoni: «Il presepe non è un simbolo, che per alcuni può essere anche una semplice idea, un’astrazione. Il presepe è un racconto, la narrazione di un evento, di un fatto storico. Non è un’ideologia, ma contemplazione e memoria».

Tra i contemporanei Marcello Aversa al presepe dedica quasi tutta la sua arte. Scrive di lui Bruno Forte: «Aversa ‘plasma’ così i suoi presepi: col tocco dell’artista, trasforma la creta in racconto, rendendo visibile l’incontro che cambia il cuore e la vita. Il divino è rappresentato dalla scena che dà senso a tutte le altre: ‘il mistero’. Essa comprende le figure del Bambino, di Maria e di Giuseppe, affiancati dal bue e dall’asinello, e la mangiatoia (praesepium), che dà il nome all’insieme. Che si sia di fronte al luogo in cui l’Eterno sta entrando nel tempo è indicato dal roteare degli angeli, impegnati a cantare la gioia del cielo che viene ad abitare la terra. L’umano è presente nella varietà delle sue espressioni: dai pastori, i poveri aperti alle sorprese di Dio, ai magi, figura di tutte le ‘genti’ raggiunte dalla luce della stella, all’umanità indifferente e distratta, rappresentata dagli ospiti della locanda». «In realtà è tutta la terra ad accogliere il Redentore del mondo: le intuizioni della più antica teologia cristiana, per la quale il Cristo è il centro e il fine del cosmo, sono così presenti in questi presepi, diventando anche un invito alla spiritualità ecologica. È così che questi presepi possono assolvere efficacemente al compito per cui nacque il presepe: dire il Vangelo ‘in dialetto’, in un modo, cioè, che sfidi le nostre paure e le chiusure del cuore, e sia annuncio di una gioia e di una speranza possibili, dischiuse oggi, per tutti, da quell’umile nascita».

da Avvenire

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Impariamo a perdonare i sacerdoti: diciamo «padre», vediamoli come figli

L’ultimo giovane sacerdote che ho conosciuto è parroco in Val di Non, in Trentino. Ho passato una mezza giornata con lui: si divide fra cinque o sei parrocchie disseminate fra le montagne, ogni mattina celebra Messa in una chiesa diversa, la domenica di Messe ne celebra tre. Ho visto questo giovane prete continuamente in viaggio su strade strette e tortuose con la sua vecchia Fiat, che tutti, quando passa attraverso i paesi, riconoscono. E quanti salutano, e quanti si fermano per una parola al volo, a un incrocio. Mi ha colpito come in questa sequela di villaggi in cui ha centinaia e centinaia di parrocchiani, quel giovane prete ricordasse il nome di ciascuno. Mi sono chiesta quanto debba essere stanco la sera, solo nella sua canonica, e quanto urga il pensiero di tutto ciò che ha da fare, domani. Ho pensato: se fosse figlio mio mi angoscerebbe sapere di tanta fatica quotidiana, di tante domande e bisogni che pesano sulle sue spalle. E mi è sembrato sorprendente e grande che il figlio di un negoziante di un centro di villeggiatura trentino, il futuro garantito se restava in bottega, abbia scelto questa vita di missione fra le montagne, e abbia imparato a memoria i nomi dei bambini, e quelli dei vecchi. Perché un sacerdote è sempre un dono, ma oggi lo è di più. Un figlio che persegua questo desiderio va contro tutto ciò che la cultura dominante oggi insegna e anzi comanda. I ragazzi imparano che bisogna vivere nell’attimo, che bisogna consumare, che bisogna pensare alla propria immagine. Un giovane che sceglie il sacerdozio oggi a me sembra un rivoluzionario, e ho grande stima I e gratitudine per quanti lo fanno. La lettrice si lamenta che i novelli preti stanno troppo sullo smartphone e sul computer. Ma forse quello è il luogo in cui dialogano con quelli della loro età, ed è una cosa importante. Poi dice: per parlare con loro bisogna prendere appuntamento. Devo dire che la cosa non mi scandalizza. Secondo i dati dell’Annuario pontificio, il potenziale di sostituibilità generazionale dei sacerdoti attualmente nel Vecchio Continente è di dieci candidati all’Ordinazione ogni cento sacerdoti in attività. Noi siamo cresciuti abituati a trovare un prete disponibile a ascoltarci in qualsiasi momento, una Messa sotto casa tutte le mattine. Non sarà così in futuro, ci dovremo abituare. Imparando a perdonare i nostri sacerdoti, sempre più preziosi, e accogliendo con un abbraccio quelli, giovani, che si presentano nelle nostre chiese. Chiamandoli, come si usa, ‘padre’, ma guardandoli con gli occhi benigni e generosi con cui si guardano i figli.

da Avvenire

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Papa Francesco: il riposo domenicale fa vivere da figli e non da schiavi

“Perché andare a Messa la domenica?”. È la domanda che ha posto papa Francesco in Aula Paolo VI all’inizio dell’udienza generale. La catechesi (IL TESTO INTEGRALE) odierna è stata incentrata sul significato della Messa e della domenica, giorno di festa e incontro con Gesù.

“La domenica è un giorno santo per noi, santificato dalla celebrazione eucaristica, presenza viva del Signore tra noi e per noi. È la Messa, dunque, che fa la domenica cristiana”.
Il Concilio Vaticano II ha voluto ribadire – ha ricordato papa Francesco nella sua catechesi – che “la domenica è il giorno di festa primordiale che deve essere proposto e inculcato alla pietà dei fedeli, in modo che divenga anche giorno di gioia e di astensione dal lavoro”. “L’astensione domenicale dal lavoro non esisteva nei primi secoli: è un apporto specifico del cristianesimo – ha ricordato Francesco -. Per tradizione biblica gli ebrei riposano il sabato, mentre nella società romana non era previsto un giorno settimanale di astensione dai lavori servili. Fu il senso cristiano del vivere da figli e non da schiavi, animato dall’Eucaristia, a fare della domenica – quasi universalmente – il giorno del riposo”.

Secondo il Papa, “senza Cristo siamo condannati a essere dominati dalla stanchezza del quotidiano, con le sue preoccupazioni, e dalla paura del domani. L’incontro domenicale con il Signore ci dà la forza di vivere l’oggi con fiducia e coraggio e di andare avanti con speranza”.

Perché abbiamo bisogno di andare a Messa la domenica?

In un altro passaggio della catechesi papa Francesco si è chiesto “Cosa possiamo rispondere a chi dice che non serve andare a Messa nemmeno la domenica perché l’importante è vivere bene, amare il prossimo?”
“È vero che la qualità della vita cristiana si misura dalla capacità di amare, come ha detto Gesù: ‘Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri’. Ma come possiamo praticare il Vangelo senza attingere l’energia necessaria per farlo, una domenica dopo l’altra, alla fonte inesauribile dell’Eucaristia? Non andiamo a Messa per dare qualcosa a Dio, ma per ricevere da Lui ciò di cui abbiamo davvero bisogno”.
“Noi cristiani abbiamo bisogno di partecipare alla Messa domenicale perché solo con la grazia di Gesù, con la sua presenza viva in noi e tra di noi, possiamo mettere in pratica il suo comandamento, e così essere suoi testimoni credibili”.

da Avvenire

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Madagascar, celebrati 50 anni di missione

Diocesi in festa, domenica 10 dicembre, per il 50° anniversario della missione in Madagascar a cui è stato dedicato un convegno al Museo diocesano.

A seguire il il vescovo Massimo ha presieduto la Messa in Cattedrale.

laliberta.info

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Festa di Santa Lucia in Cattedrale

Mercoledì 13 dicembre, alle 10.30 in Cattedrale, il Movimento Apostolico Ciechi invita alla Messa di Santa Lucia protettrice dei non vedenti.

La celebrazione è presieduta da don Giovanni Rossi, Vicario episcopale e parroco dell’unità pastorale di Sassuolo Centro. Per i canti interverrà la corale Harmony diretta da Luciana Contin. La celebrazione si concluderà con una processione dall’altare maggiore in direzione dell’altare di Santa Lucia in Cattedrale.

 

Scarica l’invito 

da laliberta.info

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I santi del 13 Dicembre 2017 S. Lucia

Santa LUCIA   Vergine e martire – Memoria
Siracusa, III secolo – Siracusa, 13 dicembre 304
La vergine e martire Lucia è una delle figure più care alla devozione cristiana. Come ricorda il Messale Romano è una delle sette donne menzionate nel Canone Romano. Vissuta a Siracusa, sarebbe morta martire sotto la persecuzione di Diocleziano (intorno all’anno 304). Gli atti del suo martirio raccontano di torture atroci inflittele dal …
www.santiebeati.it/dettaglio/25550

Sant’ ODILIA (OTTILIA) DI HOHENBOURG   Badessa
† Hohenbourg, Alsazia, VII sec.
Guarita dalla cecità, si fece monaca benedettina e governò l’abbazia di Hohenburg che ora porta il suo nome: Odilienberg. Morì nel 720.
www.santiebeati.it/dettaglio/81200

Sant’ ARISTONE   Martire
www.santiebeati.it/dettaglio/81220

Santi PIETRO CHO HWA-SO E CINQUE COMPAGNI   Martiri
www.santiebeati.it/dettaglio/81230

Sant’ AUTBERTO   Vescovo
Haucourt en Cambrésis, 600 ca. – Cambrai, 669
www.santiebeati.it/dettaglio/93271

Santi EUSTRAZIO, AUSSENZIO, EUGENIO, MARDARIO ED ORESTE   Martiri
† Sebaste, Armenia, fine III secolo
www.santiebeati.it/dettaglio/81250

Sant’ ANTIOCO DI SULCIS   Martire
Sec. II
Nel giorno della festa di santa Lucia la Sardegna ricorda anche un altro martire, sant’Antioco. Una figura legata alle miniere di questa regione, ai cui lavori forzati durante le persecuzioni i romani destinarono anche molti cristiani. Tra di essi si ricorda appunto Antioco, che fu inviato in esilio nella splendida isola che porta il suo nome (oggi con…
www.santiebeati.it/dettaglio/90511

Sant’ ARSENIO   Monaco e taumaturgo
www.santiebeati.it/dettaglio/81300

San GIUDOCO (GIUDIOCO) DI PICCARDIA   Prete ed eremita
m. 13 dicembre 669
Nato in Bretagna all’inizio del VII secolo compì gli studi presso i monaci di Lan Mae-Imon. Divenne tra il 636 e 637 cappellano di Aimone del duca di Pointhieu. Sette anni dopo decise di condurre una vita eremitica, cambiando di volta in volta i luoghi di soggiorno, sostando per un lungo periodo a Ruinac. Costruì nei pressi della futura abbazia di Saint’-Jos…
www.santiebeati.it/dettaglio/81325

Beato MARTINO DE POMAR   Mercedario
Il Beato Martino de Pomar, consumò la sua vita nel convento mercedario di Santa Maria a Bilbao in Spagna. Commendatore dello stesso convento lo governò con grandissima santità fino alla morte.Fu insigne per la dottrina, lo zelo per la verità cattolica e immerso nell’amore divino si addormentò nel bacio del Signore.L’Ordine lo festeggia il 13 dicembre….
www.santiebeati.it/dettaglio/94808

Beati 7 CAVALIERI MERCEDARI
XIII secolo
Questi 7 Beati: Bernardo de Podio, Pietro Ricart, Pietro Boguer, Guglielmo de Sa, Giovanni de Bruquera, Giacomo de Copons e Raimondo de Frexa, cavalieri laici dell’Ordine Mercedario, lottarono estremamente contro i nemici della fede cattolica. Difesero onorevolmente la Chiesa nel XIII° secolo ed il loro Ordine nel suo primo secolo di vita, finché famosi per …
www.santiebeati.it/dettaglio/93858

Beato GIOVANNI MARINONI
Venezia, 25 dicembre 1490 – Napoli, 13 dicembre 1562
www.santiebeati.it/dettaglio/81340

Beato ANTONIO GRASSI
Fermo, Ascoli Piceno, 13 novembre 1592 – 13 dicembre 1671
www.santiebeati.it/dettaglio/92368

 

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Disponibilità del cedolino di dicembre 2017 e data di esigibilità

da ://noipa.mef.gov.it
Il cedolino della rata di dicembre 2017, per tutti i dipendenti ad eccezione del personale delle aziende sanitarie, sarà disponibile a partire da martedì 12 dicembre.
La data di valuta per l’accreditamento degli stipendi è venerdì 15 dicembre.
Si ricorda che l’effettiva disponibilità delle somme sui conti correnti può avvenire nell’arco dell’intera giornata, in relazione alle diverse modalità operative degli istituti bancari.

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EMERGENZA MALTEMPO, NEL REGGIANO L’ENZA ROMPE GLI ARGINI

ansa

ALLARME GHIACCIO E DANNI PER VENTO, IN ARRIVO ANCORA FREDDO Emergenza maltempo al Nord per neve e ghiaccio, in Emilia evacuazioni per l’esondazione dei fiumi. In particolare a Brescello, dove l’Enza ha rotto gli argini, costringendo mille persone a lasciare le loro case. Disagi anche nella provincia di Modena: il Secchia è tracimato e i vigili del fuoco hanno recuperato due persone. Per la Coldiretti il livello del Po è salito di oltre un metro in 24 ore in provincia di Pavia. Danni sull’Appennino per vento forte, in Liguria per le mareggiate. Ancora piogge e nuova ondata di freddo artico in arrivo.

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Una nuova chiesa nel Mezzogiorno. La missione di Don Riboldi per la rinascita del Sud

Dove sarà mai questa Santa Ninfa, si chiedeva il giovane religioso rosminiano inviato, nell’autunno del 1958, dal suo Ordine nell’unica parrocchia di quel grumo di case nella Valle del Belice, la più povera e depressa di tutta la Sicilia. Un altro mondo rispetto alla sua Brianza. Cambiava la vita di un consacrato, iniziava a prendere un corso nuovo anche la storia religiosa del Meridione d’Italia, di lì a poco attesa al varco di una modernità che già dalle prime avvisaglie era pronta a incrociare le armi. Silenzi, timidezze, paure, fino alle accuse di vera complicità con il potere e i potenti, erano, tutte insieme, il fardello che la Chiesa si trovava sulle spalle e che, tarato o no nel giusto, ne appesantiva in ogni caso il passo.

La biografia di Riboldi quasi si sovrappone al percorso della Chiesa meridionale da quel tempo in poi: gli anni Sessanta – precisamente proprio il Sessantotto – con il devastante terremoto del Belice che in una notte di gennaio, distrusse con Santa Ninfa, anche Salemi, Gibellina, Montevago e Salaparuta, i paesipresepi in cui convivevano case diroccate e campanili barocchi, vecchie stalle e i profili di castelli gattopardeschi. Il giovane prete brianzolo, prima del sisma, aveva già dato qualche scossa di altro tipo in parrocchia e in paese. Alla processione del Cristo morto, a Santa Ninfa, aveva detto ai giovani: di ‘guidare’ loro, e con parole loro, le quattordici stazioni. Poi avrebbe concluso lui, in piazza dove fece sistemare le trombe, perché le parole della Croce, e la profanazione di chiamare ‘padre’ un boss della mafia fossero udite da tutti ed entrassero soprattutto nella casa dei mammasantissimi del luogo che proprio da allora cominciarono a fargli intorno terra bruciata. Ma don Riboldi non diede requie, su un altro versante, neppure alle istituzioni.

Dopo sette anni e nessuna casa ricostruita, il terremoto del Belice si avviava a diventare una pratica chiusa; e allora dalla Valle del Belice, diretta al Quirinale, partì una delegazione di bambini, autori di lettere che avevano già scosso l’opinione pubblica, rimettendo in corso il problema della ricostruzione, rifinanziata nel giro di poco tempo. Dopo l’incontro con Pertini, la delegazione fu ricevuta in udienza da Paolo VI, che rivolto ai bambini promise di essere il loro ‘Avvocato ‘per il Belice. Era il tempo del primo dopo-Concilio e il modello di una Chiesa che scendeva in campo e si comprometteva per la sua gente, prendeva terreno in tutto il Mezzogiorno. Anche nel Sud, seppure con la patina di una modernità senza sviluppo, miglioravano le condizioni di vita. La consorteria del crimine, mafiacamorra- n’drangheta, continuava tuttavia a imperversare e insanguinare le tre più grandi regioni meridionali.

Quando fu nominato vescovo nel ’78, nell’anno del sequestro e dell’uccisione di Moro, della morte di Paolo VI (il Papa che lo aveva ordinato) del brevissimo pontificato di Giovanni Paolo I e dell’elezione di papa Wojtyla, Riboldi rappresentava la punta avanzata di un impegno a tutto campo della Chiesa contro le forme di malavita organizzata. Emblematica la scelta di Acerra, una diocesi, nel cuore dell’hinterland Napoletano-Casertano che da dodici anni era sede vacante. A 600 chilometri di distanza trovò un altro Belice, con le ciminiere dell’Alfasud e dell’Aeritalia diventate simboli precoci di un’industrializzazione fallita e i bassi di abitazioni malsane a ricordare gli stenti di una civiltà contadina a sua volta segnata da domini baronali e dalle vessazioni della camorra. Diverso il panorama, uguale l’impegno di una mobilitazione ecclesiale per far strada a forme di speranza concrete e motivate. Doveva restar chiaro nell’azione del parroco del Belice ora a guida di una diocesi, la natura ecclesiale dell’impegno: «La Chiesa – non si stancava di ripetere – non può surrogare il potere politico o l’azione dei sindacati.

Se lo facesse danneggerebbe se stessa e la sua gente». Anche con la croce pettorale non si erano spenti nei suoi confronti quei tentativi di delegittimazione che si affannavano a indicarlo, di volta in volta, come un ‘prete rosso’, un ‘vescovo comunista’ o addirittura un vero e proprio ‘fuori-legge’. In terra di mafia, e poi dopo nel cuore della vecchia e nuova camorra, era il meno che potesse capitare. Ma da un fronte e dall’altro Riboldi, parroco o pastore, non ha mai smesso di essere un prete vero, autentico; radicalmente contro la violenza e gli uomini che la praticavano perché radicalmente preso dalla Croce di Cristo. Rivendicava con termini come questo la diversità da camorristi e malavitosi: «Ci facciamo ammazzare ma non ammazziamo. Ci facciamo odiare ma non odiamo. Contro il loro male non abbiamo né complicità né silenzi, né compromessi».

La radicalità delle scelte non poteva che farsi cronaca corrente nella vita di un prete e di un pastore che ha sempre scelto di «non tacere per amore del suo popolo». Nel servizio vescovile ad Acerra, don Riboldi ha poi aggiunto di suo, quella naturale cordialità brianzola che, al contatto con i momenti di condivisione della sofferenza – nelle visite in Svizzera alle baracche degli emigrati del Belice, e poi tra i senzatetto dei due terremoti, a Santa Ninfa e nell’Ottanta in Campania e Basilicata – è stata segno di una speciale saggezza pastorale. Di fronte alle sue parole, come ai suoi tanti gesti, nel Belice e in Campania – tra cui la marcia di migliaia di giovani ad Ottaviano, il paese del boss Raffaele Cutolo – anche i camorristi non hanno alzato le spalle.

Qualcuno ha cambiato strada. Tutti hanno dovuto fare i conti con un uomo di Dio che dava voce e coraggio a uomini assoggettati e vessati. Quei suoi toni alti, non si sono spenti neppure quando, per limiti di età ha dovuto lasciare la titolarità della sede vescovile. Tutta la Chiesa del Mezzogiorno, dal possente grido di Giovanni Paolo II ad Agrigento, alla forte predicazione di papa Francesco, aveva nel frattempo trasformato in coro, e sempre più possente, quella voce un tempo isolata del giovane rosminiano, prete brianzolo, diventato alfiere di una nuova Chiesa del Mezzogiorno.

da Avvenire

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10 Dicembre 2017  II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) Foglietto, Letture e Salmo

10 Dicembre 2017  II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B)

Grado della Celebrazione: DOMENICA
Colore liturgico: VIOLA

Scarica il foglietto della Messa >
Scarica le Letture del Lezionario >
Scarica il Salmo Responsoriale Cantato >

“In confronto all’introduzione discreta nel tempo dell’Avvento avvenuta domenica scorsa, l’annuncio di oggi è spettacolare: “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te… Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”.
Giovanni Battista fa il suo ingresso spettacolare nel mondo, vestito di peli di cammello. Le sue parole bruciano l’aria, le sue azioni frustano il vento. Predica “un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” ed immerge i suoi discepoli nelle acque del Giordano. Il suo messaggio, pur legato a un momento della storia, è eterno. Si rivolge anche a noi. Anche noi dobbiamo preparare la strada del Signore, poiché un sentiero si spinge fino ai nostri cuori. Sfortunatamente, troppo spesso, durante l’Avvento, molte distrazioni ci ostacolano nell’accogliere, spiritualmente, il messaggio del Vangelo. Non dovremmo, invece, cercare di dedicare un po’ di tempo alla meditazione di quanto dice san Pietro: “Noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,13)?

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10 Dicembre 2017 II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO B) Video Commento

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Freddo record, almeno per la stagione, sul Monte Rosa, dove la colonnina di mercurio è sprofondata a -34

(ANSA) – ROMA, 9 DIC – Prove di maltempo in tante regioni italiane, alle prese con la caduta dei primi fiocchi di neve, ma anche con temporali e venti forti che hanno costretto in porto traghetti e navi veloci. Tra le più colpite le regioni del Centro, con poche eccezioni a Nord, tra queste il Friuli, dove per neve sul Carso nelle prime ore della giornata sono state chiuse molte strade. La prima neve ha fatto la sua comparsa anche sui rilievi dell’Appennino, ma la perturbazione si è fatta sentire particolarmente in Liguria, dove la Protezione Civile ha emesso un’allerta meteo arancione nell’area di Levante dalle 14 alla mezzanotte di domani. A causa del mare molto mosso sono stati interrotti oggi i collegamenti tra Napoli e le isole, Capri compresa. Stessa situazione in Sicilia, dove in giornata sono state cancellate le corse da Palermo verso le Eolie e da Trapani verso le Egadi. Freddo record, almeno per la stagione, sul Monte Rosa, dove la colonnina di mercurio è sprofondata a -34, anche per effetto di raffiche a 152 km/h.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

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Crescente miseria e giusti rimedi. Non è un’Italia per giovani

L’Italia non è un Paese per bambini, giovani e famiglie e il rischio di cadere in povertà è inversamente proporzionale all’età e alla dimensione della famiglia come ci confermano i dati dell’indagine Eu-Silc relativi al 2016 rilasciati giovedì 7 dicembre dall’Istat. Il dato medio nazionale è già impressionante perché il 30% degli italiani sono a rischio povertà, il valore più elevato dal 2004 a oggi (siamo al quintultimo posto in Europa seguiti solo da Romania, Bulgaria, Grecia e Lettonia). La percentuale sale però al 37% se guardiamo alle persone sole con meno di 65 anni e addirittura al 46% se ci concentriamo sulle famiglie con più di 4 figli. I dati sulla povertà indicano che, dietro un reddito medio disponibile che è tornato lentamente a crescere negli ultimi anni, resta la profonda frattura di una società divisa in due. Con un troncone che ha perso contatto con il gruppo di testa ed è risucchiato nella corsa verso il basso della remunerazione del lavoro a bassa qualifica per la concorrenza dell’automazione o dell’esercito di riserva mondiale del lavoro a basso costo.

L’apparente contraddizione tra la ripartenza del Pil e del reddito medio disponibile e il peggioramento dei dati sul rischio povertà conferma che la lotta alla povertà non è soltanto questione di ricette per la crescita, ma riguarda crucialmente il modo in cui la nuova ricchezza creata viene redistribuita. Il «rancore che cresce» segnalato dal recente rapporto Censis non è dunque solo frutto di fake news, di notizie false e manipolate e tendenziose, ma anche di problemi economici profondi, che dobbiamo risolvere pure creando, nel segno dell’equità, opportune reti di protezione e reinserimento sociale.

La drammaticità della situazione che stiamo vivendo è che essa, anche in prospettiva, sta tagliando fuori da opportunità di crescita sana e serena, da accesso a istruzione e salute una parte importante degli adulti di domani con conseguenze enormi sul capitale sociale, umano ed economico futuro dell’Italia. Un recente bando con risorse messe a disposizione dalle fondazioni bancarie e gestito da Fondazione con il Sud si propone oggi di immettere nel Paese risorse importanti per finanziare progetti di contrasto alla povertà educativa gestiti dalla comunità educante. Concetti come “povertà educativa” e “comunità educante” ci fanno capire che stiamo parlando di qualcosa di nuovo rispetto all’approccio tradizionale secondo il quale per uscire dalla povertà è sufficiente un mero trasferimento di risorse monetarie o di beni di prima necessità.

Per gli addetti ai lavori che operano per risolvere questi problemi, è infatti chiaro dall’esperienza delle storie di caduta e uscita dalla povertà che la stessa è un fenomeno multidimensionale. E che la povertà economica è la cifra monetaria di un fenomeno che trae spesso origine da choc relazionali, di aspirazioni, stimoli e competenze. Se questo è vero, il trasferimento economico necessario per risalire la china è solo l’occasione utilizzata dalle organizzazioni per coinvolgere il beneficiario in un percorso di capacitazione che mira alla ricostruzione di una ricchezza di rete di relazioni e alla rigenerazione di desideri, stimoli e fiducia di sé.

Le conseguenze sulle politiche sono evidenti. Per curare la piaga della povertà dei minori bisogna lavorare sulle famiglie affiancando nella rete di protezione universale del reddito d’inclusione (Rei), che prevede il trasferimento monetario ai beneficiari, la presa in carico da parte di realtà vocate del territorio, in grado di avviare un percorso di capacitazione lavorando sulle cause profonde (relazioni ferite, competenze, autostima). Importante dunque che una quota delle risorse previste per il Rei sia indirizzata a questo scopo anche se sarà essenziale nei prossimi anni portare il Rei (ormai misura strutturale) a regime arrivando a quei 7 miliardi necessari per far arrivare gli oltre quattro milioni e mezzo di poveri assoluti almeno alla soglia di povertà.

Nel contempo sappiamo che ogni risorsa richiesta verso una destinazione particolare deve essere sottratta da qualche altro capitolo del bilancio pubblico. E dunque, è lecito domandarsi in conclusione se in un Paese come il nostro, sbilanciato verso la spesa pensionistica anche nel confronto con gli altri Paesi europei e con una dinamica demografica drammatica che è in parte conseguenza di queste scelte, abbia senso la battaglia per evitare l’adeguamento dell’età pensionabile alla crescita dell’aspettativa di vita. Fermo restando la necessità di andare oltre il dato medio e di tener conto dei lavori usuranti. Il nostro non è un Paese per giovani e tantomeno per bambini. Le generazioni più adulte che hanno avuto la fortuna di costruire il loro futuro in un’epoca migliore hanno oggi una responsabilità fondamentale. E sono chiamate a una forma di solidarietà intergenerazionale che prevede una maggiore attenzione nei progetti e nelle risorse alle nuove generazioni con maggiori investimenti verso le famiglie più in difficoltà dove le stesse nascono e si formano.

avvenire.it

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Angelus 8 Dicembre. Qual era il segreto della vita bella di Maria? La parola di Dio

“La Chiesa oggi si complimenta con Maria chiamandola tutta bella, tota pulchra. Come la sua giovinezza non sta nell’età, così la sua bellezza non consiste nell’esteriorità”. Lo ha detto papa Francesco, all’Angelus in piazza San Pietro nella Solennità dell’Immacolata Concezione. “Maria, come mostra il Vangelo odierno – ha proseguito -, non eccelle in apparenza: di semplice famiglia, viveva umilmente a Nazaret, un paesino quasi sconosciuto. E non era famosa: anche quando l’angelo la visitò nessuno lo seppe, quel giorno non c’era lì alcun reporter”.
Francesco ha ricordato anche che “la Madonna non ebbe nemmeno una vita agiata, ma preoccupazioni e timori: fu “molto turbata”, dice il Vangelo, e quando l’angelo “si allontanò da lei, i problemi aumentarono”. “Tuttavia, la ‘piena di grazia’ ha vissuto una vita bella – ha aggiunto papa Francesco -. Qual era il suo segreto? Possiamo coglierlo guardando ancora alla scena dell’Annunciazione. In molti dipinti Maria è raffigurata seduta davanti all’angelo con un piccolo libro. Questo libro è la Scrittura. Così Maria era solita ascoltare Dio e intrattenersi con Lui”. La Parola di Dio era il suo segreto – ha concluso il Pontefice -: vicina al suo cuore, prese poi carne nel suo grembo. Rimanendo con Dio, dialogando con Lui in ogni circostanza, Maria ha reso bella la sua vita. Non l’apparenza, non ciò che passa, ma il cuore puntato verso Dio fa bella la vita”.

Papa Francesco: il peccato rende vecchi, perché sclerotizza il cuore

Ogni volta che riconosciamo Maria “piena di grazia”, “le facciamo il complimento più grande, lo stesso che le fece Dio”. “Un bel
complimento da fare a una signora è dirle, con garbo, che dimostra una giovane età – ha detto papa Francesco all’Angelus nella Solennità dell’Immacolata Concezione -. Quando diciamo a Maria ‘piena di grazià, in un certo senso le diciamo anche questo, al livello più alto. Infatti la riconosciamo sempre giovane, perché mai invecchiata dal peccato”. Secondo papa Francesco, “c’è una sola cosa che fa davvero invecchiare: non l’età, ma il peccato. Il peccato rende vecchi, perché sclerotizza il cuore. Lo chiude, lo rende inerte, lo fa sfiorire”. “Ma la piena di grazia è vuota di peccato – ha aggiunto il Papa -. Allora è sempre giovane, è “più giovane del peccato”, è “la più giovane del genere umano”.

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