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Auditel-Censis. In Italia 3,5 milioni di famiglie «emarginate»: non hanno Internet

Durante il lockdown sono rimaste escluse da molte attività: dal telelavoro alla scuola online. Altri sei milioni hanno accesso solo attraverso lo smartphone. Sono i nuovi esclusi della società

La pandemia ha reso indispensabile l'accesso ad internet anche per la scuola

La pandemia ha reso indispensabile l’accesso ad internet anche per la scuola – Ansa

Avvenire

Niente scuola online. Niente telelavoro. Niente spesa a domicilio acquistata via web. La pandemia – soprattutto con le dieci settimane di blocco totale fra marzo e maggio – ha lasciato ai margini tre milioni e mezzo di nuclei familiari italiani. I ricercatori dell’Auditel e del Censis lo definiscono «il vero distanziamento sociale delle famiglie». Ma non c’entrano i due metri di sicurezza anti-contagio che è necessario mantenere fra una persona e un’altra al tempo del Covid. Perché la ragione dell’isolamento del 14% delle famiglie è la mancanza di un collegamento a Internet o anche solo di un telefonino per entrare in Rete. Ad esse se ne aggiungono altre sei milioni che si connettono al web soltanto con il cellulare: ciò significa non avere un’accettabile «qualità di prestazioni a distanza» e quindi non poter contare sul supporto dell’online. Sono i nuovi emarginati, quelli che restano fuori dal pianeta web. Ad essere ghettizzati (o quasi) sono soprattutto coloro hanno un livello socio-economico basso e vivono nelle aree difficili del Paese. Insomma, la cultura dello scarto si abbatte sui più fragili anche in «in termini di connessione e disponibilità di apparecchi tecnologici», spiega il nuovo rapporto Auditel-Censis presentato a Roma. È il terzo studio annuale promosso dalla società degli ascolti televisivi. E quest’anno è dedicato all’“Italia post-lockdown” e alla “nuova normalità digitale delle famiglie italiane”.

Grazie ai continui aggiornamenti della fotografia che l’Auditel scatta al Paese per calcolare la platea tv monitorando 20mila abitazioni e intervistando 41mila italiani, è stato possibile passare al vaglio comportamenti ed effetti dell’epidemia fra le mura domestiche durante i mesi più duri del Covid. Il responso? Il coronavirus accentua ancora di più il “gap” digitale. E lo trasforma in un fattore di esclusione, allargando la forbice «tra chi è dentro la comunità e chi ha basso titolo di studio, è privo di un lavoro e di una casa adeguata», si legge nel dossier. Così accade che nel 76,9% delle famiglie con limitate possibilità di spesa non sia presente neppure un pc fisso, un portatile o un tablet collegato. Una cifra che crolla al 10,2% quando si esaminano quelle di livello socio-economico alto. E se alla banda larga è connesso il 77% delle famiglie che si trovano nella fascia alta o medio-alta, il dato scende al 19,8% per quelle in difficoltà. «Il divario sociale passa anche dal divario digitale. Occorre investire anche su quest’ultimo», sostiene il presidente dell’Auditel, Andrea Imperiali.

Eppure la pandemia ha portato alla «più grande sperimentazione di massa sul digitale in Italia», la definisce Imperiali, spingendo persino «quanti erano rimasti più indietro a dotarsi di una connessione a Internet, come gli anziani». Una rivoluzione che, secondo il presidente dell’Auditel, potrà colmare «divisioni culturali e soprattutto generazionali» e avrà effetti sul lungo periodo. «Si pensi alla telemedicina o all’home banking – ipotizza Imperiali –: una nuova frontiera per gli over 70 che hanno raggiunto la consapevolezza di come le piattaforme digitali siano indispensabili». Nel lockdown il 54,3% degli italiani ha svolto attività online e per 24,3 milioni «era la prima volta», rivela l’indagine. Non solo. Il 20,8%, pari a 5 milioni di famiglie, è stato impegnato nello studio a distanza e per il 15,2% si è trattato di un esordio. Lo smart working ha riguardato 4,2 milioni di famiglie, ossia il 17,5%, e per l’11,3% è stato un debutto. Inoltre, dopo le settimane di coprifuoco, sono aumentati gli italiani che si collegano alla Rete (47,2 milioni, pari all’80,6% della popolazione), la frequenza dei collegamenti (42,2 milioni, ossia il 72,1%, si connettono tutti i giorni) e il numero degli apparecchi utilizzati. È finita però l’era del computer fisso, impiegato solo dall’8,7%, a vantaggio del portatile (24,7%) e del tablet (10,9%): ma il device per eccellenza è il cellulare (69,9%). E i nativi digitali? Sono davvero sempre (o quasi) online: nel 2020 rimane collegato il 96,1% di chi ha fra gli 11 e i 17 anni (3,2 milioni di adolescenti). Poi ci sono 1,2 milioni di «bambini iperconnessi», come li chiama la ricerca: hanno meno di 10 anni e il numero è cresciuto dell’11% negli ultimi mesi.

Il sottosegretario Martella: investire nel digitale è una scelta di giustizia sociale

Il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, lo dice senza giri di parole. «Il lockdown ha aumentato le disuguaglianze». Complice anche il fattore “D”, ossia quello digitale. «La fascia medio-alta prende parte all’innovazione; quella bassa viene esclusa». Perché non può accedere al pianeta web. Aggiunge il nuovo presidente dell’Agcom, Giacomo Lasorella: «L’accelerazione digitale ha messo in evidenza fragilità all’interno della popolazione che è compito della politica colmare». Le riflessioni di entrambi accompagnano la presentazione del terzo rapporto Auditel-Censis avvenuta a Palazzo Giustiniani a Roma ma a porte chiuse a causa della nuove restrizioni anti-Covid. È una ricerca, sottolinea il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, che può costituire «uno strumento per le scelte che le istituzioni dovranno fare». E il sottosegretario con delega all’editoria, Andrea Martella, raccoglie gli inviti (e i dati allarmanti). «Se fisicamente siamo costretti al distanziamento – afferma – non possiamo permetterci il distanziamento dall’accessibilità alle nuove tecnologie. È una scelta di equità e di giustizia sociale. Avere un pc, un tablet, oggi più di ieri fa la differenza». Martella parla di «criticità sulle quali il legislatore deve intervenire». E annuncia: «Sulla rete unica il ruolo dello Stato dovrà essere cruciale, per evitare di creare sacche di marginalità con la diffusione della fibra. I 209 miliardi del Recovery fund saranno anche usati per la digitalizzazione del Paese». Secondo il sottosegretario, «la frontiera digitale rappresenta la vera sfida anche per l’affermazione di una nuova sfera di diritti». Poi rimarca che avere «un’informazione affidabile e di qualità rimane fondamentale»; per questo «dobbiamo proseguire nel sostegno all’editoria, anche a quella digitale». E il presidente della Commissione di vigilanza Rai, Alberto Barachini, definisce questo momento «strategico per la crescita del’Italia».