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Astinenza dalle carni. E se il venerdì rinunciassimo anche al pesce?

2. Strettamente legata al digiuno è la pratica dell’“astinenza”, cioè della privazione di qualcosa. Perché mai astenersi? Perché rinunciare? Certo, per un motivo di carità e di solidarietà a vantaggio dei poveri, in vista di una maggiore e più equa condivisione dei beni. Una motivazione importante che però non basta a dare un fondamento spirituale all’astinenza.
In verità ogni essere umano ha bisogno di atti di astensione  perché non si può fare esperienza di tutto, senza porsi dei limiti; il scegliere – quindi l’escludere qualcosa –sono condizioni indispensabili per la maturazione umana, per il superamento della fase infantile e adolescenziale della propria vita.
Per il dominio di sé, per la disciplina delle proprie pulsioni, per una più grande libertà con tutte le creature, l’astinenza dai cibi animali in alcuni giorni è possibile, necessaria e utile alla stessa vita spirituale.
 Fra le astinenze la tradizione cristiana conosce e spesso privilegia alimentare. Ancora oggi le chiese ortodosse conservano una legislazione molto precisa riguardo all’astinenza da alcuni alimenti e i fedeli vi si attengono con estrema serietà. La Chiesa cattolica, oltre ai due giorni di digiuno (mercoledì delle Ceneri e venerdì santo), indica l’astinenza dalla carne solo nei venerdì di quaresima, mentre nei venerdì del resto dell’anno permette la sostituzione di questa pratica con altre opere.
Viene però da chiedersi perché questa astinenza dalle carni non comprenda il pesce, che oggi è cibo più ricercato della carne, sovente ben più costoso e, per molti, ormai più consueto della carne stessa. Non mancano ragioni storiche. Nel medioevo la produzione del pesce era quasi miracolosa. Nel mare, nei laghi, nei fiumi, ma anche nelle tante paludi esistenti era possibile rifornirsene. In questo periodo del pesce se ne faceva veramente grande uso. Nei monasteri se ne consumava grandi quantità. Anche se alcuni monaci avevano fatto voto di astinenza dalla carne, il pesce era ammesso da tutte le regole. Nei torrenti vicini ai monasteri di montagna si pescavano: trote, anguille, lasche, barbi, ma in modo particolare gamberi, che vivevano in grande quantità in condizioni di acqua pulita.
Ma ad escludere il pesce nell’astinenza dalla carne dovette influire notevolmente il fatto che Gesù ha sfamato la  folla con la moltiplicazione dei pani e anche dei pesci. E lui risorto si è manifestato ai discepoli il gesto dello spezzare il pane e con il pesce.
Si aggiunga poi che gli apostoli erano pescatori.
Soprattutto si deve ricordare che il simbolo grafico del cristianesimo era il pesce. La parola pesce, ychthus (ictùs) in lingua greca, è stata adottata dai cristiani perseguitati nei primi secoli come acrostico (simbolo) che rappresentava Gesù. Questo la parola ictus è composta dalle iniziali della formula “Yesus Christos Theou Uios Soter”, cioè Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore. Ecco perché l’immagine o il nome del pesce (ychthus) si ritrova spesso sui muri delle catacombe cristiane dei primi secoli dopo la nascita di Cristo e in alcuni mosaici dell’epoca bizantina a Ravenna.
In conclusione, se ragioni di carattere storico-culturale e simbolico hanno suggerito alla disciplina ecclesiastica di non imporre l’astinenza dai pesci, il significato spirituale dell’astinenza suggerisce piuttosto di rinunciare, oltre che alle carni, anche al pesce. (fonte: Notiziario Diocesano del 21/2/2010)