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Ascoltando i suoni del’anima

Pierachille Dolfini
Fa un certo effetto tenere in mano Magnificat, un cofanetto che Universal ha messo insieme dal suo vastissimo archivio. Perché l’ambizione è di condensare in cinquanta cd cinquecento anni di musica sacra. Ma fa ancora più effetto sentire monsignor Pierangelo Sequeri dire che «la musica è una delle forme della spiritualità dell’uomo, un’esaltazione di quella qualità spirituale che è espressione dell’interiorità». Perché, spiega il compositore-teologo, «se la fede confessata e vissuta si è incarnata nella storia divenendo parte della liturgia e della meditazione personale, la musica è entrata in filigrana in quell’esperienza di fede dell’uomo radicata nella storia, nei simboli, nei riti».

Che cosa significa, allora, esprimere la propria spiritualità in musica?
Significa esprimere una parte fondamentale di sé. La parola, che realizza la specificità dell’uomo, si esprime attraverso la modulazione di suoni cosicché la voce intona ed esprime l’interiorità. E se la musica è un esercizio spirituale la mancanza di educazione musicale oggi non è un’opportunità mancata, ma un vuoto di civiltà.

Se la musica è espressione della spiritualità dell’uomo tutte la partiture sono “sacre” o ci sono precondizioni per cui una pagina possa dirsi ispirata?
Ci sono criteri che aiutano ad orientarsi. Il primo e più evidente è quello del testo tratto dalla Bibbia, dalla liturgia o dalla mistica, testo riletto anche in modo poetico e associato all’esperienza e alla tradizione religiosa. Un altro criterio è quello che i classici chiamavano il protocollo della gravitas, qualcosa che si avvicina più a uno stato di riflessione e concentrazione che non a una dimensione di eccitazione emotiva.

Perché l’uomo ha sentito la necessità di dire la sua fede non solo a parole, ma anche in musica?
È inscritto nella forza rivoluzionaria del cristianesimo che di fronte a una cultura in cui massimo della riflessione era il silenzio ha promosso la parola. Ripercorrendo la storia della musica possiamo vedere come l’uomo, raccontando il mistero, non solo ha arricchito l’annuncio superando il rischio di un’espressione passiva del sacro, ma ha fatto in modo che la musica diventasse comunicazione di un’esperienza.

Come è cambiata la comunicazione di questa esperienza da Palestrina ad Arvo Pärt?
Palestrina è il vertice di un periodo in cui l’espressività dell’uomo ha cura di non debordare nel racconto del divino con espressione di effetti sonori. Con Monteverdi si azzarda la sperimentazione di iscrivere il divino nell’orizzonte di un apparato espressivo dove la musica è espressione della sua risonanza interiore dell’uomo di fronte al mistero. La svolta con Bach e Mozart. Bach riesce a far diventare espressivo anche l’ordine di Dio, riesce a far percepire la motricità del motore immobile, dice in musica che l’ordine divino è ordine vitale. Il miracolo di Mozart sta esattamente all’opposto perché il musicista fa abitare le nostre vicende dalla percezione di qualcosa di puro, di perfetto e felice che sta sopra di noi. Le vicende umane – dice Mozart – sono tutte riscattabili da una purezza che sta oltre. Dopo questi due giganti niente sarà più come prima.

Nemmeno nel Novecento, il secolo della tormentata ricerca di Dio?
La contemporaneità musicale si chiede ancora quale via seguire. C’è la ricerca di una nuova geometria più pura e meno scontata che riapra l’esperienza musicale verso l’alto, staccandosi dagli eccessi della nostra soggettività: Pärt si pone sulla linea che da Palestrina passa attraverso Bach con un gioco di rarefazioni svuotate di opulenza sonora. La via mozartiana della delicatezza del frammento la vedo nella musica di Sofia Gubajdulina, che offre una poetica del gesto umano che rimane umile e consapevole del proprio limite, ma in tensione verso l’alto.

Pierachille Dolfini – avvenire.it