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Arte e liturgia. Riadeguare l’adeguamento?

di MICAELA SORANZO – vita pastorale gennaio 2010
    
    «Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una sala, grande e arredata»
(Lc 22,11-12). 

Nel Proemio ai Praenotanda, facendo riferimento alla sala grande e arredata che il Signore ha voluto per celebrare la sua Pasqua, si afferma che «quest’ordine la Chiesa l’ha sempre considerato rivolto a sé stessa, quando dettava le norme per preparare gli animi, disporre i luoghi, fissare i riti e scegliere i testi per la celebrazione eucaristica». L’invito rivolto da Cristo ai discepoli, perché andassero a preparare la sala per l’ultima cena ci ricorda che ogni chiesa in cui si svolge la celebrazione del memoriale eucaristico è innanzitutto un luogo che si adatta alla funzione particolare che lì si svolge. Il primo esempio di adeguamento di un luogo alla liturgia lo abbiamo proprio nel testo evangelico, dove ci viene descritto un luogo da preparare, da addobbare, da “adeguare” al memoriale della Pasqua, e anche Benedetto XVI ribadisce che «lo scopo dell’architettura sacra è di offrire alla Chiesa che celebra i misteri della fede, in particolare l’eucaristia, lo spazio più adatto all’adeguato svolgimento della sua azione liturgica» (Sacramentum caritatis 4).

I vescovi italiani, nel 1996, nell’introdurre il documento su L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica affermano che «la presente Nota pastorale viene pubblicata per ribadire che l’adeguamento delle chiese è da considerare parte integrante della riforma liturgica voluta dal concilio ecumenico Vaticano II: perciò la sua attuazione è doverosa come segno di fedeltà al Concilio e pertanto non si può considerare un “adempimento discrezionale”»

È significativo che dopo 45 anni dalla Sacrosanctum Concilium si sia ancora alla ricerca di una soluzione soddisfacente ai problemi di adattamento delle chiese antiche alla rinnovata celebrazione eucaristica e tale situazione non sempre è giustificata da difficili rapporti con le Soprintendenze. Le varie richieste d’intervento nei luoghi di culto nascono dall’esigenza di un adeguamento liturgico-pastorale, perché le chiese continuino a essere riferimento vivo per la comunità; si trovano allora in gioco due realtà importanti: l’una è la celebrazione eucaristica, l’altra è la presenza di valori assai preziosi, testimoni di una cultura.

Attualmente non ci sono dati quantitativi sul numero di chiese, in Italia, adeguate più o meno definitivamente perché, soprattutto nei piccoli centri, ciò è avvenuto senza seguire l’iter procedurale previsto e talvolta anche senza un vero e proprio progetto redatto da un professionista, quindi con interventi per lo più frammentari e spesso “fai da te”, raramente frutto di un lavoro di ricerca prima ancora che di progettazione. In questi anni, quindi, sono stati realizzati numerosi interventi effimeri e provvisori, per i quali si è speso molto denaro in soluzioni inadeguate e talvolta indecorose, ricorrendo troppo spesso a una produzione seriale pretenziosa e di dubbio gusto, anche se già nel 1970 si chiede che «nell’applicazione della riforma liturgica i vescovi pongano una speciale cura per una degna e definitiva sistemazione del luogo sacro e in particolare dello spazio presbiteriale, secondo le indicazioni dei Praenotanda al Messale Romano e diEucharisticum Mysterium. Le soluzioni provvisorie adottate in questi ultimi anni tendono a diventare definitive anche se alcune sono contrarie al senso liturgico, al gusto estetico e a un dignitoso svolgimento delle sacre celebrazioni» (Congregazione per il culto divino, Liturgicae instaurationes 10).

Dopo una lunghissima fase di maturazione, la riforma liturgica pone, oggi, l’esigenza di “ri-adeguare” la sistemazione interna di gran parte delle chiese esistenti non solo per passare dalle soluzioni provvisorie a quelle definitive (ACRL 2), ma per rivedere, comunque, certe scelte fatte nell’immediato periodo post-conciliare. Il ri-adeguamento liturgico, inoltre, deve coinvolgere anche le chiese del dopoguerra (anni ’50-’60) e talvolta alcune chiese nuove, che non sono state progettate con la dovuta attenzione ai diversi luoghi liturgici e al loro intrinseco significato teologico.

Si è posta, infatti, fin da principio l’attenzione prevalentemente sullo spazio presbiteriale, mentre è di “spazialità” che bisogna parlare, in cui collocare i fondamentali momenti liturgici e nella quale il presbiterio rivela una propria specifica identità. Certi precipitosi interventi furono fatti proprio nell’illusione di realizzare la riforma liturgica solo modificando le strutture, ma in realtà hanno contribuito ad alterare il senso autentico del luogo liturgico. Si è passati, ad esempio, dall’altare plenario al presbiterio plenario sul quale si accumula tutto l’iter sacramentorum: certe aree presbiteriali “attrezzate” danno l’immagine di un palcoscenico davanti a una platea immobile.

Spesso il presbiterio onnicomprensivo assorbe in sé ogni funzione; ad esempio, per attuare le disposizioni sulla celebrazione comunitaria del battesimo da principio sembrava che lo spazio più idoneo per collocare il fonte fosse proprio il presbiterio, mentre anche lo spazio destinato all’area battesimale (e quindi non solo il fonte) è uno spazio sacramentale specifico, avendo una celebrazione propria anche al di fuori di quella eucaristica. Attualmente è uno dei problemi che risultano ancora irrisolti; spesso gli antichi fonti battesimali non vengono utilizzati preferendo un più funzionale catino mobile. Lo stesso discorso vale per la custodia eucaristica, in riferimento alla quale già EM 53 parla della realizzazione di una cappella distinta dal corpo centrale della chiesa, che favorisca il raccoglimento e la preghiera personale dei fedeli e che possa essere utilizzata come cappella feriale. L’alternativa sta nell’individuare uno spazio all’interno dell’aula da adattare con dignità e decoro alla preghiera e all’adorazione; comunque, se è discutibile il dare per scontato che il tabernacolo possa rimanere là dove generalmente si trova, cioè sul cosiddetto “vecchio altare”, è assolutamente inaccettabile quando davanti si pone la sede del celebrante: ma ahimé, quanto è diffusa questa sistemazione!

L’adeguamento non deve riguardare solo il presbiterio, ma tutta la chiesa. Si dovrebbe anzi partire dal sagrato per giungere all’altare e dedicare poi specifiche attenzioni ai poli del battesimo, della penitenza e dell’adorazione eucaristica, senza trascurare la collocazione del coro. Il progettista deve ripercorrere mentalmente e graficamente lo sviluppo di tutte le parti murarie e di tutti gli arredi presenti nella chiesa con un atteggiamento di ricerca, per pensare a una progettazione che non si contrapponga al preesistente, ma si riveli in continuità con esso. Non si dovrà progettare qualcosa che sia necessariamente “moderno” in senso provocatorio, ma che sia adatto al luogo e consono agli altri oggetti preesistenti, analizzando le preesistenze senza prevenzioni idolatriche o demolitrici, ma studiando il modo di conservarle, riprendendone il messaggio e attualizzandolo.

Ogni chiesa presenta problemi propri, relativi all’epoca, allo stile e alle caratteristiche di quell’edificio e va pertanto analizzata come caso singolo, nel suo contesto storico-culturale e nella sua struttura geometrico-spaziale. È per questo motivo che la Nota pastorale ha preferito limitarsi ad alcuni esempi di adeguamento solo in relazione alla destinazione d’uso dell’edificio (ACRL 50-51-52-53), proprio perché sarebbe stato complesso, e nello stesso tempo riduttivo, fare una casistica dei modelli di adeguamento: non sono pensabili delle soluzioni “in pillole”! Si deve tendere alla più grande semplicità con un esame accurato dell’esistente artistico, architettonico e decorativo, nel rispetto dell’equilibrio tra conservazione e restauro. Lo spazio liturgico va, comunque, considerato sia nel momento celebrativo che nella sua valenza simbolica durante il riposo rituale.

Evoluzione della "vasca".

Tutte queste sistemazioni rivelano, però, uno stato di incompiutezza e provvisorietà a causa di una insufficiente riflessione e spesso del mancato inserimento della collocazione della custodia in un progetto globale di adeguamento di tutti i poli celebrativi (si dà per scontato che possa rimanere là dove si trova, cioè sul “vecchio” altare). Non può essere la soluzione ottimale non solo per quanto espresso prima, ma anche perché quasi sempre è a una distanza eccessiva dall’aula dei fedeli e quindi poco adatta per la preghiera personale e l’adorazione. L’alternativa a una cappella apposita, che non è sempre realizzabile, è comunque la soluzione che individua uno spazio nella stessa chiesa, da adattare con dignità e decoro alla preghiera e all’adorazione.

Ci deve, dunque, essere sempre un progetto globale di tutto l’edificio-chiesa, anche se poi verrà realizzato per parti, e non solo dei luoghi della celebrazione o addirittura soltanto di alcuni di essi. Inoltre deve essere sempre previsto anche l’adeguamento tecnologico (riscaldamento, illuminazione, acustica) e, laddove è possibile, l’applicazione delle norme di sicurezza e l’abbattimento delle barriere architettoniche.

L’adeguamento liturgico delle chiese deve porsi due obiettivi fondamentali:

1 una diversa articolazione dello spazio per favorire la piena partecipazione all’azione liturgica comunitaria. In particolare l’area presbiteriale non deve essere solo uno spazio definito in cui sistemare altare, ambone e sede secondo uno schema prefissato e tanto meno una piattaforma plenaria in cui mettere anche la custodia eucaristica e il fonte battesimale, ma deve essere il luogo in cui il mistero della salvezza è presente;

2 una chiara comprensione teologica della relazione che intercorre tra i diversi luoghi della celebrazione, per una loro giusta collocazione all’interno e fuori del presbiterio. Quindi non è sufficiente cambiare posizione all’altare o introdurre l’ambone per ottenere una sistemazione funzionale del presbiterio e attuare la riforma liturgica.
L’esperienza di questi anni ha consentito di cogliere l’importanza delle figure del progettista e del committente che costituiscono un punto nevralgico della questione dell’adeguamento. La Nota prende posizione sollecitando i committenti ad attribuire ai progettisti il ruolo che spetta loro distinguendoli da altre figure, a scegliere progettisti di alta qualità professionale, a metterli nelle condizioni di poter svolgere correttamente il proprio compito fornendo le necessarie indicazioni, una rispettosa collaborazione e un adeguato riconoscimento economico (ACRL 47). Se risulta, infatti, che molti interventi, sia provvisori che definitivi, sono stati realizzati in assenza di un vero e proprio progettista, tuttavia è ancora diffusa la convinzione che sul progettista e sul progetto si possa tranquillamente risparmiare e che comunque una valida impresa o un bravo artigiano siano in grado di risolvere tutti i problemi, quando non si preferisce servirsi di generici “creativi”, designer o “amici” del parroco.

I committenti dal canto loro hanno dimostrato entusiasmo e anche troppo decisionismo, ma la competenza liturgica è spesso, purtroppo, mediamente modesta, per non parlare delle competenze in materia d’arte. Inoltre, raramente l’intervento “provvisorio” avviato subito dopo il Concilio è stato oggetto di discussione e revisione critica; in molti casi con un diverso orientamento degli “arredi” si è ritenuto di aver soddisfatto le esigenze di una celebrazione rinnovata: un’operazione semplicistica. Bisogna, invece, favorire il dialogo, in sede di progettazione, fra architetti e liturgisti e, se necessario, artisti come avviene per le chiese nuove.

Bisogna mettere in guardia i committenti dall’invasione di una produzione seriale, ma soprattutto è necessario pensare alla formazione del clero, oltre che dei progettisti e degli artisti; è difficile che un progettista possa affrontare il delicato campo dell’adeguamento delle chiese antiche se il parroco stesso ha una scarsa conoscenza del patrimonio artistico che gli è stato affidato. Rimane, infatti, un delicato problema cioè il rapporto fra il patrimonio artistico esistente e le nuove strutture.

Occorre trovare delle soluzioni che garantiscano sia la tutela dei beni culturali, sia le esigenze del rinnovamento liturgico: è da condannare, infatti, il selvaggio smantellamento di altari e balaustre avvenuto nell’immediato post Concilio, ma il doveroso rispetto delle opere d’arte non può ridursi a sterile feticismo archeologico. La conservazione delle opere d’arte va intesa come realtà dinamica, strettamente integrata con una comunità storica che, progredendo dal suo passato, è proiettata verso il suo futuro. «Le chiese non si possono considerare solo come patrimonio culturale tangibile da conservare gelosamente, ma come realtà vitali in continuo cambiamento» (I Beni culturali della Chiesa in Italia 40).

Il problema dell’adeguamento è quello di trovare delle soluzioni equilibrate, poiché tutta la tradizione architettonica degli edifici di culto testimonia quanto la Chiesa abbia saputo trasformarsi adeguando le chiese alla liturgia, creando nuove tipologie segnate dalla prassi, dallo stile e dalle funzioni di ogni luogo e tempo. Ogni chiesa conserva l’impronta ed è fedele alla memoria delle generazioni che vi si sono riunite a pregare. Già nel 1904 Marcel Proust aveva affermato: «Le cattedrali non sono solamente i più bei monumenti della nostra arte, ma sono i soli che vivono ancora integralmente la loro vita».

Micaela Soranzo