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Aprirsi al soffio dello Spirito: il cristianesimo e le sfide dell’oggi

Tiziano, «Discesa dello Spirito Santo»(particolare, 1545-1546)

Oggi si sente dire che c’è bisogno di “nuove narrazioni” del Vangelo come servizio alla crescita nella giustizia, nella pace e nella fraternità della famiglia umana. Questa pertinente esigenza rischia però di lasciare un sottile retrogusto pelagiano nel cuore e nella mente: come se le cose solo da noi dipendessero, mentre dobbiamo sempre di nuovo «riconoscere gioiosamente che la nostra realtà è frutto di un dono, e accettare anche la nostra libertà come grazia» (Gaudete et exsultate, 55). Non è proprio questo il punto? E cioè che lo Spirito di Dio sta già attuando Egli stesso, nella nostra travagliata transizione storica, una narrazione “nuova” che è “antica” come il Vangelo, anzi come la storia di Dio con il suo Popolo. Una narrazione che a noi tocca discernere, far nostra e promuovere in spirito di fraterna compagnia. E ciò risulta ancor più interpellante oggi, quando l’interruzione necessaria — lo possiamo dire a posteriori — per prenderne coscienza, per immaginare le vie di conversione del progetto, per misurare la decisione e le forze per metterlo in atto, c’è stata, eccome, calata come un imprevedibile e impietoso colpo di mannaia sul corpo dell’umanità. A tutti rendendo evidente che “il re è nudo”: perché la corsa in cui l’umanità s’è lanciata negli ultimi secoli, con velocità accelerata e con un’estensione che ormai ha raggiunto i confini del mondo, denuncia il suo fallimento.

Non che i risultati raggiunti dalla tecnologia a livello di promozione della qualità della vita, dello sviluppo economico, della giustizia sociale, delle relazioni tra i popoli costituiscano un fatto negativo. Ne conosciamo tutti i benefici, anche se non tutti, anzi in troppo pochi, ne godiamo. Perché l’ideologia che, come una gabbia d’acciaio — per dirla con Max Weber — determina e imprigiona questo processo è in definitiva iniqua e disumana. Essa, infatti, non guarda al “chi?”, al “perché?”, al “come?” della sua realizzazione e della condivisione dei suoi risultati: ma scarta una porzione già enorme, e tuttavia ancora crescente, di persone, gruppi sociali e intere popolazioni; estingue surrettiziamente la domanda decisiva intorno al senso e al fine ultimo di quanto persegue; non bada a mezzi per raggiungere i risultati e i profitti che, come presa in un inarrestabile vortice, si prefigge. Senza dire che, in questo modo, vengono sradicati dall’orizzonte del cuore e della mente quei rapporti sui quali s’intesse il vissuto di un’esistenza bella e ricca: il rapporto con Dio, il rapporto con gli altri, il rapporto con la casa comune. Questa è la prima e fondamentale presa di coscienza che la pandemia che ancora stiamo vivendo impone: siamo un’unica cosa, noi umani, e con noi lo sono tutti gli altri esseri che popolano la nostra casa comune. E allora: che cosa comporta prendere sul serio questo dato di fatto che è al tempo stesso una precisa responsabilità? Quali impegni e quali atteggiamenti ne derivano? Si tratta di compiere una svolta. È ciò che siamo abituati a chiamare “conversione”. Una parola che, nel greco del Nuovo Testamento, dice appunto una trasformazione del modo di vedere, di sentire, di pensare, di agire: metánoia. Una conversione, dunque, che non investe solo le forme culturali e sociali in cui esprimiamo ciò che vogliamo essere e fare: ma anche le forme di comprensione e incarnazione del Vangelo di Dio che abbiamo ereditato e che esercitiamo. Occorre aprirsi al soffio scompigliante e trasformante dello Spirito e attraversare con fiducia e speranza il rischio, l’azzardo anche, e persino la “notte” che comporta l’abbandono di un certo modo di essere e vivere per aprirsi a uno nuovo, in parte almeno inedito e imprevedibile.

Nel suo celebre saggio Insight del 1957 Bernard Lonergan, a fronte del vorticoso cambio d’epoca che già si andava producendo, e di cui il Vaticano II registrerà le sfide per l’esercizio della fede, auspicava la gestazione di una “cosmopoli” «che non sia né classe, né stato, che stia al di sopra di tutte le loro pretese, che le ridimensioni, che sia fondata sul distacco e sul disinteresse nativi di ogni intelligenza, che ispiri la prima fedeltà dell’uomo, che renda effettiva se stessa primariamente mediante tale fedeltà», impedendo «che i gruppi dominanti ingannino l’umanità mediante la razionalizzazione delle loro colpe», invitando piuttosto «le potenzialità ampie e le energie represse del nostro tempo a contribuire alla soluzione [dei vasti e urgenti problemi di cui siamo diventati via via consapevoli] sviluppando un’arte e una letteratura, un teatro e una comunicazione, un giornalismo e una storia, una scuola e una università, una profondità personale e una opinione pubblica, che attraverso discernimento e critica diano agli uomini l’opportunità e l’aiuto di cui hanno bisogno e che desiderano» (traduzione italiana, 2007, pagine 322-326).

Con Papa Francesco, nel solco tracciato dal Vaticano II, la Chiesa cattolica si riscopre oggi alla ricerca, nell’ascolto di «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (cfr. Apocalisse, 2, 7), delle vie per sintonizzarsi su questa lunghezza d’onda nella nuova tappa dell’evangelizzazione che è consapevole d’essere chiamata a vivere (cfr. Evangelii gaudium, 1). M’ispiro alle linee d’impegno disegnate da Papa Francesco nel proemio della Veritatis gaudium a proposito della teologia e più in generale della cultura animata dalla fede come «laboratorio in cui la Chiesa fa esercizio dell’interpretazione performativa della realtà che scaturisce dall’evento di Gesù Cristo» (n. 3). Ne enuncio quattro.

La prima: «Dio, il Dio di Gesù Cristo, riscoperto per Chi Egli è e si promette, il garante del futuro della famiglia umana e della casa comune». La Chiesa (sarebbe fatale obliarlo o anche solo sottostimarlo) è chiamata ad annunciare e testimoniare il kerigma, e cioè a rendere presente e operante il lievito dell’avvento di Dio, l’”Abbà” del Signore nostro Gesù Cristo, nel soffio inesauribile dello Spirito. Senza di ciò, il sale non ha più sapore e a null’altro serve se non ad essere gettato per terra e calpestato dagli uomini (cfr. Matteo, 5, 13). Di qui la gioiosa declinazione di quattro verbi idealmente ispiratori e in concreto orientatori della missione: contemplare, dimorare, accogliere, ascoltare.

“Contemplare”: è urgente come il pane di cui ci nutriamo, re-imparare il solenne, semplice, liberatore gesto di sollevare lo sguardo verso il Cielo squarciato dall’avvento del Figlio di Dio che s’è fatto figlio dell’uomo. Levare lo sguardo verso il Cielo, verso Dio, per poter guardare con gli occhi giusti la terra e la storia. Perché la carne del Cristo, aprendo alla contemplazione dell’Abbà nella luce e nel soffio dello Spirito («chi vede me, vede il Padre», cfr. Giovanni, 12, 45), rinvia con ciò senza possibilità d’appello alla carne dell’uomo: «Ciò che avete fatto al minimo, è a me che l’avete fatto» (cfr. Matteo, 25, 40).

E così, secondo verbo, chiama a “dimorare”: a «essere in-Cristo Gesù». Il che significa — lo dico con l’incisiva formula di Papa Francesco — imparare a essere insieme contemplativi della Parola di Dio e contemplativi del Popolo di Dio (Evangelii gaudium, 154). Di qui il terzo verbo: “accogliere”. È questa la cifra della sequela cristiana: la “mistica del noi” (cfr. Evangelii gaudium, 87, 272) come mistica dell’accoglienza e dell’ospitalità reciproca che si fa lievito di fraternità universale (cfr. Veritatis gaudium, proemio, 4a). «Il nostro impegno — così l’Evangelii gaudium — non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro “considerandolo come un’unica cosa con se stesso”» (Evangelii gaudium, 199, in riferimento a Tommaso d’Aquino, Summa theologiae., ii-ii, q. 27, art. 2).

Di qui l’ultimo verbo: “ascoltare” «nel cuore e far risuonare nella mente il grido dei poveri e della terra» (Veritatis gaudium, proemio, 4a). Questo è decisivo per una sequela che non sia insipida e cieca nel leggere la storia. «Ascolto di Dio, fino a sentire con Lui il grido del popolo; ascolto del popolo, fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama» (Discorso in occasione della Veglia di preghiera in preparazione al Sinodo sulla famiglia, 4 ottobre 2014). Si tratta di «dare concretezza» alla «dimensione sociale dell’evangelizzazione» quale parte integrale della missione della Chiesa: perché «Dio, in Cristo, non redime solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli uomini» (Veritatis gaudium, proemio, 4a).

Seconda linea: «Il dialogo, via per generare con tenacia e creatività un’effettiva ed incisiva cultura dell’incontro, senza dimenticare il sale dell’istanza critica e della croce». Lo affermava Paolo VI nell’Ecclesiam suam: «Se davvero la Chiesa ha coscienza di ciò che il Signore vuole ch’ella sia, sorge in lei una singolare pienezza e un bisogno di effusione […] La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio» (66-67). Il dialogo non è buonismo, compromesso, gioco al ribasso, ma esigente arte dell’incontro, del rispetto, della reciprocità. Arte che implica l’esercizio del discernimento, dello spirito critico, della denuncia: «Perchè non sia svuotata la croce di Cristo» (cfr. i Corinzi, 1, 17).

Per questo, l’annuncio del Vangelo del Regno ha da esprimersi secondo tre dinamiche: quella del “dentro”, in quanto non solo non è alieno rispetto a nessuna religione e cultura, ma è destinato a trovarvi casa e a vivervi; quella dell’“oltre”, in quanto rende incisiva e impellente la spinta intrinseca a ogni vera cultura ad aprirsi e trascendersi; quella del “tra”, in quanto è chiamato a mettere in relazione ogni cultura con le altre, predisponendo lo spazio propizio in cui ciò può con frutto accadere. Papa Francesco parla di «cultura condivisa dell’incontro», di «civiltà globale dell’alleanza», che si genera dall’incontro tra le diverse religioni e culture nello Spirito dell’avvento del Regno di Dio. È il contributo evangelicamente pertinente e storicamente decisivo a ciò che lavora in profondità — anche se con evidenti chiaroscuri e anche tragici pericoli d’involuzione — la stagione odierna. «Alla celebre massima antica “conosci te stesso” dobbiamo affiancare “conosci il fratello”: la sua storia, la sua cultura e la sua fede, perché non c’è conoscenza vera di sé senza l’altro». È questo il principio che emblematicamente ispira il documento firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande imam di Al-Azhar lo scorso anno (cfr. Discorso al Founder’s Memorial, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019).

Ora, è evidente che anche rispetto a tutto ciò il dialogo tra i cristiani in vista della piena e visibile unità, rispettosa e anzi promotrice delle legittime diversità, non è solo impegno irrevocabile, ma decidente banco di prova. Senza scorciatoie, in ascolto disarmato del Vangelo di Cristo, in un cammino che non può non vederci attori convinti e che non può non essere al primo posto nei nostri impegni e nella nostra preghiera.

Terza linea direttrice: «La convergenza inter- e trans-disciplinare dei saperi per promuovere la nuova civiltà oggi in travagliata gestazione». In un momento storico come quello che viviamo, con la crisi — anche a livello di coscienza epistemologica — della modernità, e con la conseguente tentazione pendolare di consegnarsi o alla resa (spesso tutt’altro che tollerante) della post-verità o alla resistenza cieca (anch’essa violenta, perché in fondo disperata) del fondamentalismo, occorre ribadire con forza la possibilità — già lo indicava Giovanni Paolo II nella Fides et ratio —, anzi la necessità vitale di «giungere a una visione unitaria e organica del sapere. Questo è uno dei compiti di cui il pensiero cristiano dovrà farsi carico» (n. 85). La sfida radicale è infatti oggi quella di «ripensare il pensiero», come scrive Edgar Morin, e cioè di lavorare insieme a «una nuova episteme» che «riguardi tutto l’arco dei saperi, non solo quelli umanistici ma anche quelli naturali, scientifici e tecnologici» (Papa Francesco, Discorso ai partecipanti della conferenza internazionale per dirigenti di Università: «New Frontiers for University leaders: the future of health and the University ecosystem», Aula Paolo VI, 4 novembre 2019).

Il compito è epocalmente decisivo. E sottrarvisi significa non solo non onorare l’eredità incalzante della Rivelazione, ma rendere la performance dell’ispirazione cristiana di più in più marginale sino a diventare irrilevante. Come sottolinea Papa Francesco si tratta d’interpretare e gestire il principio di interdisciplinarietà non nella sua «forma “debole” di semplice multidisciplinarietà», ma nella sua «forma “forte” di transdisciplinarietà», «come collocazione e fermentazione di tutti i saperi entro lo spazio di Luce e di Vita offerto dalla Sapienza che promana dalla Rivelazione di Dio», in una prospettiva aperta al e fondata nel farsi presente della trascendenza di Dio alla storia dell’uomo in Cristo (Veritatis gaudium, proemio, 4c).

Quarta linea direttrice: «Fare rete, integrare i conflitti, promuovere l’arcobaleno della diversità». “Fare rete” con e tra tutte le istanze positive di crescita e sperimentazione attive, a vari livelli e nei diversi ambiti culturali, religiosi, sociali, politici, economici, scientifici, soprattutto tra i giovani, potrebbe apparire di primo acchito una prospettiva meramente pragmatica e tattica. In verità, se correttamente intesa ed eseguita, riveste piuttosto un preciso significato teologale. Occorre prendere coscienza del fatto che, in corrispondenza con «la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune» (Laudato si’, 164; Veritatis gaudium, proemio, 4d) — cosa che tutti «ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune» (ibidem) — la Chiesa è chiamata a sperimentare e promuovere in concreto «la cattolicità che la qualifica come fermento di unità nella diversità e di comunione nella libertà» (ibid.). Il che — suggerisce Papa Francesco — va pensato e messo in atto secondo il modello del «poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (Evangelii gaudium, 236; Veritatis gaudium, proemio, 4d)

Ciò implica — ed è questo l’impegno più oneroso, ma ineludibile dei discepoli di Cristo — farsi carico delle molteplici conflittualità storiche nell’impegno a una effettiva loro risoluzione su di un piano superiore che conservi in sé le eventuali, spesso preziose, potenzialità custodite dalle polarità in contrasto (Veritatis gaudium, proemio, 4d): «Ora che il cristianesimo occidentale ha imparato da molti errori e criticità del passato — auspica Papa Francesco — può ritornare alle sue fonti nella speranza di poter testimoniare la Buona Notizia ai popoli dell’oriente e dell’occidente, del nord e del sud. La teologia — tenendo la mente e il cuore fissi sul “Dio misericordioso e pietoso” (cfr. Genesi,  4,2) — può aiutare la Chiesa e la società civile a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi» (Discorso presso la Pontificia Facoltà teologica dell’Italia meridionale, Napoli, 21 giugno 2019).

Le linee direttrici appena abbozzate sono ambiziose: ma questo è il tempo della visione e dello slancio in avanti. Tanto più quando la forza propulsiva ne è il Vangelo di Dio che è Gesù Cristo. Egli inaugura quella nuova situazione dell’esistere in cui è escatologicamente offerta all’uomo l’omousía del Figlio, fattosi carne e grido dell’uomo, col Dio che è Abbà, in ciò stesso istituendo l’omousía di grazia, e cioè la fraternità, tra tutti gli uomini e tutte le donne, nel Figlio fattosi carne e grido, in quel soffio di Vita che più non muore e in quel chiarore di Luce che più non tramonta, pur nelle angosce e nelle oscurità della nostra storia: lo Spirito stesso dell’amore del Padre e del Figlio, sempre nuovo e sempre di nuovo riversato nei nostri cuori (cfr. Romani, 5, 6).

di Piero Coda / osservatoreromano.va