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Apologia di Chiesa. Verità e carità, niente pregiudizi

Apologia di questa Chiesa, così umana e così divina. Ieri (“Osservatore Romano”, p. 1) Benedetto XVI afferma: “Non siamo noi possessori della verità, ma è lei che ci possiede”. Qualcuno ha scritto che la carità come la intendeva Cristo è «l’esatto contrario della verità». Ma la verità è Cristo, e non fa violenza a nessuno. Stesso “Osservatore”, oggi giornale di Benedetto – (p. 4): «Non si converte se non quello che si ama» – Loris Capovilla ricorda splendidamente come Papa Giovanni pensava il rapporto tra Chiesa e arte, e cultura, e ragione, ed esigenze dell’umanità viva. Fu lui che 50 anni orsono rese visibile al mondo l’amore di Dio nella “carezza del Papa”! E allora ripenso al titolo perfetto che su Avvenire (1 settembre, p.1) annunciava la morte del cardinale Martini: “La fede che vince il mondo. Amandolo”. Fede e amore, verità e carità… Benedetto, Giovanni, Carlo Maria: una fede, una Chiesa. Finito? No. Sempre “Osservatore”, sempre ieri, intera p. 6 dedicata a Carlo Maria: «Sulle orme di S. Ignazio di Loyola… Sotto la croce di San Carlo… Ci ha aiutati a coltivare la vita interiore… Grande protagonista del dialogo tra le religioni». Ma ancora “Osservatore”, ancora ieri, il ricordo commosso pronunciato in Duomo dal cardinale Tettamanzi: «Noi ti abbiamo amato, noi ti amiamo, noi ci uniamo ora al tuo canto di lode. Continua ad intercedere per tutti noi». E ritrovo, qui su “Avvenire” (20/1/2008, ora recuperate nel sito Internet) due sue pagine magnifiche: «Intercedere: farsi carico dell’altro». Proprio così. Qualcuno però ha scritto che quelle parole di Tettamanzi sono state le uniche seguite dall’«applauso corale delle migliaia di presenti» (poverini, forse non sanno che durante la Messa non si applaude…). Torna Malpelo. Qualcuno? Tra quelli che quando Tettamanzi successe a Martini sulla cattedra di Ambrogio scrissero che al posto dell’illuminato innovatore progressista i soliti dittatori vaticani avevano imposto il noto moralista conservatore e retrogrado. «Semper iidem»: sempre senza altra ragione che il pregiudizio.

a cura di Gianni Gennari – avvenire.it