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Antonio Rosmini: la liturgia nella riforma della Chiesa

ROMA, lunedì, 26 luglio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito una riflessione di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine a Rovereto, apparsa sulla rivista "Liturgia ‘culmen et fons’".

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Normalmente il beato Antonio Rosmini lo si iscrive negli uomini di pensiero e lo si cita nelle solenni accademie degli intellettuali e per Lui si indicono convegni, si scrivono articoli e di Lui si tratta negli ambienti elevati della cultura. Ma Antonio Rosmini è anche e soprattutto un Beato e come tale diventa amico di tutto il popolo di Dio e luminoso esempio di vita cristiana e intercessore presso il trono di Dio. Egli gode quella beata visione che nell’oscurità della fede aveva presagito nelle sue ultime parole: “Adorare, tacere, godere”. Nel mare magnum della sua dottrina cogliamo oggi un piccolo ritaglio a riguardo della Liturgia, considerata come anticipazione delle affermazioni e delle scelte che saranno successivamente fatte dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Vi è un singolare intuito profetico nelle analisi e nelle conseguenti proposte del pensiero rosminiano con ciò di fatto fu deliberato nella grande riforma liturgica del Vaticano II.

1. Il primato della Liturgia

Rosmini pone al primo posto nel suo libro Delle cinque piaghe della santa Chiesa la questione liturgica. La separazione tra clero e popolo nel culto pubblico è infatti la prima delle piaghe della santa Chiesa. Ciò anticipa l’impostazione del Vaticano II, che inizia col trattare la Liturgia e promulga come suo primo decreto proprio la Costituzione liturgica Sacrosanctun Concilium. Il Papa Paolo VI evidenzierà questo fatto affermando che Dio è al primo posto e prima di ogni altra delibera deve essere dato il primato al culto di Dio. Tutto il resto dipenderà da questo primato: la situazione della liturgia prima piaga da risanare in Rosmini; la liturgia primo intervento nel quadro della riforma della Chiesa nel Vaticano II. E il Papa Benedetto XVI ribadirà questo primato quando affermerà che la crisi della Chiesa consiste nel crollo della Liturgia. In tal modo essa è di nuovo posta al vertice per un’opera di sanazione e di promozione dell’intera vita della Chiesa.

2. La Liturgia è il culmine e la fonte della vita della Chiesa

Rosmini proclama il primato della Liturgia nella vita della Chiesa e nelle sue attività fondamentali. Egli afferma l’eminenza del Sacramento sulla stessa Dottrina e sulla Morale. In altri termini egli riconosce che l’annunzio evangelico non potrebbe essere compreso dai popoli, né la norma morale della legge evangelica essere vissuta se il Sacramento non abilita l’uomo peccatore a comprendere il pensiero di Cristo e a vivere la nuova legge dello Spirito. è il culto nuovo, che consente all’opera degli Apostoli di trasformare le genti. Ed è quindi il Sacramento che ricrea le facoltà dell’uomo decaduto e lo eleva alla comprensione di una dottrina soprannaturale e di una morale impossibile alle sole forze della natura. In tal modo si vede con chiarezza come il Rosmini anticipi quello che è il cuore della Costituzione liturgica del Vaticano II, che afferma che la Liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù (SC 10). La Liturgia quindi in Rosmini e poi nel Vaticano II non ha solo un primato logico nella trattazione, ma ha un primato esistenziale, che innerva necessariamente e permanentemente tutti gli aspetti della vita ecclesiale.

3. Elevare il popolo alla Liturgia: verso una piena partecipazione

Rosmini tuttavia prende atto della liturgia del suo tempo e considera lo stato di estraneità del popolo dal culto pubblico. Il clero e il popolo si trovano divisi e privi di una adeguata comunicazione nella celebrazione del culto pubblico. Egli descrive la liturgia come una grande scena che i fedeli osservano dall’esterno, non avendo gli strumenti e la possibilità di un intervento diretto in essa. Si tratta di una partecipazione vera del popolo, ma esterna e delegata. Ciò a causa della lingua latina incomprensibile e della mancanza secolare di forma-zione liturgica. Egli quindi auspica una partecipazione più diretta e interna del popolo, alla quale ha diritto per il battesimo e per la confermazione, che implicano l’esercizio del sacerdozio regale in tutti i fedeli che si uniscono consapevolmente al divin Sacrificio. è evidente l’asserto conciliare della partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa, in modo che i fedeli conformino la loro mente alle parole che pronunziano e cooperino con la grazia divina per non riceverla invano (SC 11). La dimensione pastorale è nella riforma del Concilio Vaticano II l’elemento determinante e primario. Si tratta di introdurre i fedeli ad una partecipazione interna e diretta agli atti liturgici. Occorre elevare il popolo alla Liturgia e portare la Liturgia al popolo.

4. Una lingua comprensibile e una catechesi mistagogica

Infine Rosmini analizza le cause di questa estraneità liturgica e le individua in due situazioni: l’incomprensibilità della lingua latina e la mancanza di adeguata catechesi. Con le invasioni barbariche la nobile lingua dell’Impero Romano non è più la lingua dei popoli. Da allora la Liturgia inizia un cammino di estraneità e la partecipazione del popolo – sempre sostanzialmente presente e mai totalmente compromessa – è tuttavia incrinata in ordine alla fruttuosità piena della Liturgia. Anche il clero, chiamato ad introdurre i fedeli nei Misteri si trova in uno stato di impreparazione che lo rende inabile ad offrire un’adeguata formazione ai popoli. Si tratta allora di prospettare una risoluzione. Rosmini esclude in modo assoluto il ricorso nella liturgia alle lingue parlate e afferma che in tal caso il rimedio sarebbe peggiore del male. Egli celebra una ispirata difesa della lingua latina, in fedeltà alle disposizioni disciplinari della Chiesa del tempo. Tuttavia non rinuncia a proporre delle soluzioni: la maggior conoscenza del latino nella società; la traduzione dei riti e l’uso di appositi sussidi per i fedeli; una miglior catechesi liturgica, ispirata alla antica scola dei Padri della Chiesa. Si può così osservare che il Vaticano II su questo punto supera decisamente il Rosmini e, attingendo alle grandi svolte del passato – dalle lingue semite al greco; dal greco al latino; dalle tre lingue classiche (ebraico, greco, latino) allo slavo con i santi Cirillo e Metodio – ammette le lingue parlate nella liturgia. Occorre però osservare che la sostanziale conservazione del latino, che il Rosmini ha celebrato, perdura anche nel Vaticano II, che, riaffermato il latino come lingua universale della Chiesa occidentale per le edizioni tipiche dei suoi documenti, deve rimanere la lingua della sua liturgia e talune parti, soprattutto del canto sacro, devono essere conservate e promosse nella pratica liturgica del popolo cristiano. Dimenticare questo secondo aspetto in nome di un uso totale ed esclusivo delle lingue volgari è compromettere il pensiero della Chiesa e l’impostazione della stessa riforma liturgica del Vaticano II.

4. Un profeta umile e fedele

Il beato Antonio Rosmini fu veramente un profeta, ossia il suo pensiero fu guidato dallo Spirito Santo in modo da anticipare quello che il medesimo Spirito avrebbe suggerito alla Chiesa nel concilio Vaticano II. Ma quale fu il prezzo e la condizione della sua profezia? Perché il suo insegnamento portò frutto ed ha oggi ampio e solenne riconoscimento nella Chiesa? Non vi furono altri grandi uomini e pensatori che espressero tale auspicio e affermarono ipotesi importanti? Il segreto di Rosmini fu l’essere e il mantenersi fedelissimo alla Santa Sede. Una fedeltà eroica, proprio quando da quella Sede vennero le incomprensioni e l’emarginazione. Questa è la virtù dei Santi: individuare in quella Sede, al di là dell’infermità delle stesse persone che la presiedono, la presenza permanente dello Spirito Santo e la custodia infallibile e indefettibile del pensiero di Cristo. La grandezza del Rosmini fu l’umiltà eroica di piegare il suo grande genio per passare come l’infimo dei fedeli attraverso la porta stretta dell’obbedienza e della paziente attesa. Proprio come afferma il salmo responsoriale della Messa del Beato: “è bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore” (Lm 3,26).