Ambiente. La prima Atlantide va a fondo al largo di Panama

Nella Isla del Cangrejo l’aumento del livello del mare è quasi triplicato in settant’anni

«Non potremo restare ancora a lungo. Mentre lo dico mi si spezza il cuore. Il mare, però, continua a salire. A novembre, quando soffiano gli Alisei, l’acqua arriva alle caviglie. Le strade sembrano piscine». Víctor, 20 anni, ha trascorso l’intera esistenza nell’isola Cangrejo, una delle 365 che formano l’arcipelago di San Blas, perla turistica di Panama. Presto, però, dovrà lasciarla come il resto dei quasi 2mila abitanti dell’atollo, tutti indigeni del popolo Guna. Sono loro i protagonisti del primo sgombero della storia per «ragioni ambientali».

L’isola Cangrejo o Gardi Sugdub, come la chiamano gli indios, rischia di essere la vittima numero uno del cambiamento climatico mondiale. Una Atlantide contemporanea. Il riscaldamento globale fa crescere pericolosamente il livello dell’Atlantico, condannando l’atollo alla scomparsa per annegamento.

Già metà della superficie, lunga 400 metri e larga 150, è sommersa. La popolazione si concentra nell’area centrale, dove le case di legno sono una addos- sata all’altra. Nell’unica scuola rimasta, i 500 ragazzi fanno doppi e tripli turni per frequentare le lezioni. «Non c’è spazio. Nemmeno uno spiazzo sufficientemente ampio dove i nostri bambini possano giocare a calcio», racconta Dalis, la maestra della comunità.

L’allarme è scattato nel 2010 dopo che, per due settimane, una tremenda tormenta aveva terrorizzato gli isolani. Gli esperti interpellati hanno esortato ad agire in fretta. Così le autorità hanno iniziato a preparare una via di fuga di massa. Agli abitanti sono stati assegnati 17 ettari sulla terraferma, intorno al porto di Cartí. Una zona che gli stessi Guna hanno sottratto alla foresta per renderla abitabile.

Il governo, nel frattempo, con un finanziamento della Banca interamericana di sviluppo (Bid), si era impegnato a realizzare una scuola, un centro medico e 300 case. Dopo nove anni, però, il progetto della nuova comunità – La Barriada – procede con estremo rilento. L’istituto scolastico e il dispensario sono stati bloccati da una serie di difficoltà per collegarli in modo adeguato a acqua e luce. La costruzione delle trecento abitazioni non è mai cominciata.

L’acqua, però, continua a salire. Tra gli anni ’50 e ’80, il ritmo era di 2,5 millimetri all’anno. Ora sono diventati 6,4 millimetri. Nei prossimi decenni potrebbero diventare 10 millimetri. L’intero Mar dei Caraibi si è sollevato di una quota tra i 20 e i 25 centimetri rispetto al secolo scorso. La parte emersa dell’isola, dunque, si è ridotta a un terzo. Il problema non riguarda solo quest’ultima. Almeno altre trenta atolli dell’arcipelago stanno “affogando” lentamente. Cioè buona parte di Guna Yala, la terra dei trentamila indigeni Guna.

Nello sforzo disperato di rallentare l’erosione, questi ultimi pescano il corallo dal mare e cercano di riempire gli affossamenti che progressivamente si vanno aprendo. Ma è evidente che non è sufficiente. «I nostri villaggi scompariranno, uno dopo l’altro. A causa di un inquinamento che noi indigeni non abbiamo provocato ma di cui siamo le prime vittime», sottolinea Marry, uno dei dirigenti del popolo Guna. Lo sgombero volontario dell’isola Cangrejo e la ricollocazione in un altro territorio doveva rappresentare un modello per l’arcipelago. I ritardi nell’evacuazione, però, rischiano di far naufragare il progetto.

«Gli indigeni purtroppo continuano a essere considerati cittadini di serie b. Pochi si preoccupano se anneghiamo», afferma Blas, uno dei leader della comunità. Ester, però, non si dà per vinta: tutte le settimane si reca a La Barriada per tenere lontano la foresta che, data la lentezza delle costruzioni, riprende terreno. «Ci siamo organizzati in gruppi per mantenere pulita la nostra nuova patria – conclude Ester –. Lo faccio per i miei figli, devono avere un rifugio. Se non glielo costruisce il governo, lo faremo noi».

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