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Algeria. Lo «spirito di Tibhirine», vent’anni dopo

Ci sono i parenti, alcuni dei quali sono venuti sin qui per la prima volta. C’è monsignor Henri Teissier che in quegli anni bui era il vescovo della piccola Chiesa di Algeri che resisteva all’ondata di violenza e odio che sembrava travolgere tutto e tutti. E c’è soprattutto padre Jean Marie Lassausse, che da quindici anni tiene aperte le porte del monastero di Tibhirine. Un monastero che a vent’anni esatti dell’uccisione dei sette monaci trappisti continua a parlare di una possibilità di incontro e dialogo tra persone di origini, culture e religioni diverse.
È un anniversario speciale quello che ha portato su queste alture dell’Atlante algerino un piccolo ma significativo gruppo di persone, lo scorso venerdi, tra cui i responsabili di allora dei trappisti, Armand Veilleux e André Barbeau, oltre al postulatore della causa di beatificazione dei sette monaci e degli altri dodici religiosi e religiose uccisi negli anni Novanta, Thomas Georgeon.
«Siamo qui per fare memoria delle sette vite donate dei nostri fratelli, per ricordare la loro fedeltà a questa terra e a questo popolo, di cui ancora oggi raccogliamo i frutti, per rinnovare la loro testimonianza che continua, anche se in modo diverso attraverso la nostra presenza e grazie alla vicinanza di tutti coloro che in varie parti del mondo hanno fatto proprio e diffondono lo “spirito di Tibhirine”». C’è commozione nelle parole di padre Jean Marie Lassausse, che accoglie gli ospiti nel luogo-simbolo di questo monastero: il piccolo cimitero dove Christian de Chergé e i suoi sei fratelli assassinati nel maggio del 1996 riposano assieme ai monaci che hanno fatto la storia di questa presenza cistercense per quasi sessant’anni.
Una cerimonia semplice ma toccante di fronte alle modeste tombe; la visita del Wali, il prefetto, che testimonia di una vicinanza delle istituzioni che “sorvegliano” da vicino il monastero; la celebrazione dell’Eucaristia, nella piccola cappella, la stessa dove i monaci per molti anni hanno pregato l’Ufficio delle lettura, confermando anche nelle ore più difficili la loro fedeltà al Vangelo e al popolo algerino a cui le loro vite sono state donate sino alla fine. Sono stati questi i momento salienti della giornata di venerdì; che si è chiusa con un grande «cous cous» a cui hanno partecipato tutti gli uomini del villaggio, una cosa straordinaria che non succedeva da quindici anni.
Così come non erano mai stati così numerosi i membri della Chiesa locale, che hanno partecipato al pellegrinaggio di sabato: oltre duecento persone che sono arrivate sin qui non solo per fare memoria dei monaci, ma per ribadire che Tibhirine vive e il suo spirito continua a essere una grande ispirazione per tutti loro.

Avvenire