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Al netto dei riflettori e dell’effetto tv che cosa può insegnare sulla «Chiesa in uscita» il modo di parlare di Dio di Roberto Benigni?

Nel Paese in cui siamo tutti commissari tecnici della nazionale, era naturale che nel giorno successivo alle serate tv di Roberto Benigni con I dieci comandamenti l’Italia dei cattolici (e anche buona parte del resto) si popolasse improvvisamente di critici televisivi, biblisti, teologi. Ma in fondo è giusto così: di uno spettacolo si tratta. E se nella celebre commedia natalizia di Eduardo non piaceva persino ‘o presepe, figuriamoci se non si può discutere di Benigni che parla di cose religiose

Quindi: Benigni sì o Benigni no? Se a qualcuno interessa il mio personalissimo parere è Benigni sì; ma non credo sia questo l’aspetto più importante. Perché di un unicum stiamo comunque ragionando: due serate costruite come un evento tv in qualche modo irripetibile (qualcuno pensa seriamente che, nonostante i 10 milioni di spettatori, la Rai porterà presto di nuovo la teologia in prime time sulla rete ammiraglia?). Due serate a immagine e somiglianza di Benigni (quante delle cose che ha detto le avevamo già ascoltate, eppure improvvisamente suonavano diverse). Due serate probabilmente efficacissime nel ridestare le emozioni, come si chiede a uno show televisivo. Ma è la stessa Bibbia a metterci in guardia da un ascolto della Parola che si ferma elle emozioni (ricordate la parabola del seminatore?).

Tutto questo per dire che la domanda seria a mio avviso è un’altra: al netto delle luci, al netto delle doti singolarissime di affabulatore di un personaggio-premio Oscar, al netto della «critica televisiva», che cosa di questo modo di parlare di Dio può essere una ricchezza da coltivare per una Chiesa che oltre a essere in uscita voglia anche dire qualcosa?

Ieri vedevo ritornare parecchio sui social network il paragone tra Benigni e il catechismo. Mi sembra un accostamento un po’ ingenuo: sono convinto che al terzo incontro di catechismo anche il buon «Robertino» – passato dall’altra parte – sperimenterebbe tutte le difficoltà di un rapporto educativo, che è qualcosa di decisamente più complesso rispetto al parlare da un palcoscenico. Però è vero che le due serate de I dieci comandamenti hanno sanamente mescolato le carte rispetto a un certo modo stereotipato di parlare della nostra fede. Ci hanno ricordato che è ora di sgombrare il campo dagli intellettualismi per tornare a narrare la storia dell’incontro di Dio con gli uomini. Ci hanno detto che se vuoi far capire la novità dello sguardo biblico non basta l’esegesi: devi essere disposto a raccontare come quella Parola ha scosso la tua di vita. Perché senza «le storie di Robertino» che cerca la bellezza nelle parole, anche la riflessione profonda di Paolo Ricca resterebbe una bella conferenza e basta.

Lo stile Benigni – alla fine – è il ritorno alla tradizione ebraica dei midrash,alla Parola di Dio cercata, trovata e soprattutto narrata dentro le situazioni concrete della vita. Uno stile che – guarda caso – è lo stesso delle immagini colorite a cui ricorre Papa Francesco nelle omelie di Santa Marta e che tanto fanno breccia. È la Parola che arriva senza bisogno di mediazioni complicate. È la Parola che non trasmette principi astratti ma tocca direttamente la carne, la vita. E proprio per questo riesce ad osare, ad alzare la posta in gioco, a dire che «i comandamenti non sono per chi vuole stare tranquillo», senza però con questo cadere nella retorica (vedi le parole bellissime sulla fedeltà coniugale proposte da Benigni nel suo commento al sesto comandamento).

Riscoprire la verità come narrazione: questa – Benigni o non Benigni – è la sfida che come credenti che vogliamo parlare della nostra fede oggi abbiamo davanti. E non tanto perché dal punto di vista comunicativo «funziona meglio», «buca lo schermo». Ma perché questa è la natura della nostra fede: la verità della rivelazione biblica è fatta così; non si lascia incasellare nei nostri schemi astratti. Alla fine sono i midrash, molto più delle summae sistematiche, a farci vedere come stanno insieme senza contraddizioni verità e misericordia. A farci capire che un codice di dieci parole nette e per nulla relativiste, sono in grado comunque di abbracciare ed accogliere tutte le sfumature della vita.

Narratori cercasi, dunque. E non tanto sui palcoscenici ma – appunto – nelle relazioni con i nostri ragazzi, nei luoghi di lavoro, nelle omelie domenicali, nelle pagine dei nostri giornali e blog cattolici, nelle parole che i mille volti dell’umanità ferita di oggi chiedono a ciascuno di noi…

Il grande codice etico è una storia. Grazie a Benigni per avercelo laicamente ricordato dal pulpito forse più inaspettato.

vinonuovo.it