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Africa e sviluppo

Quando nel 2000 Al Gore e George W. Bush finirono testa a testa nella corsa presidenziale Usa, furono i tribunali della Florida, lo Stato più battagliato, ad assegnare dopo cinque settimane dal voto (e l’ennesima conta) la vittoria al candidato texano. Anche il risultato delle elezioni in Costa d’Avorio dello scorso novembre è stato messo in discussione. Ma qui, a differenza che negli Stati Uniti, lo stallo ha prodotto una guerra sanguinosa tra i due candidati e i loro sostenitori. Solo dopo cinque mesi e centinaia di morti, Alassane Ouattara ha potuto insediarsi come nuovo presidente al posto dell’ormai ex uomo forte Laurent Gbagbo. Come spesso accade in Africa, la nuova democrazia ivoriana nasconde un successo ambiguo: secondo Human Rights Watch, gli stessi uomini di Ouattara si sono infatti resi protagonisti di uccisioni e devastazioni. Il nuovo presidente ha dunque davanti a sé un’agenda impegnativa, che va dal mantenimento della pace alla creazione di istituzioni in grado di far superare al Paese le sue violente divisioni interne. Non si può purtroppo affermare che lo scenario ivoriano sia un’esperienza isolata nel continente nero. Mentre infatti alcuni Paesi sono diventati negli ultimi anni democrazie a tutti gli effetti, altre lo sono solo nel nome. Alcuni governi eletti si sono mostrati non molto più tolleranti dei regimi che hanno sostituito e parte del continente resta sotto governi autocratici. È l’Africa dei Robert Mugabe in Zimbabwe (al potere da oltre 30 anni), dell’angolano dos Santos (in sella dal 1979), dell’ugandese Museveni (1986), del sudanese Bashir (1989), dell’etiope Melles (1991), dell’eritreo Issaias Afewerki (1993), solo per citarne alcuni. Monarchie di fatto mascherate con sembianze democratiche. Spesso con appoggi Occidentali. C’è, però, un’altra Africa che si sta facendo largo, e che grazie ad aiuti internazionali e alla maturazione di una società civile sempre più attenta alla governance sta proiettando se stessa oltre i vecchi cliché. Tra i casi più citati dagli analisti, oltre al capofila Sudafrica, ci sono Paesi come il Ghana, il Botswana, il Benin. Ma anche Stati appena usciti dall’ombra di regimi soffocanti, come la Guinea di Alpha Condé e il Niger di Mahamadou Issoufou, e altri che si proiettano ormai sullo scenario internazionale, come la Nigeria di Goodluck Jonathan. Per il Ghana la crescita prevista per il 2011 è del 13,4% (record nel continente), mentre negli ultimi 20 anni sono state 2 milioni le persone uscite da una condizione di povertà. Non è un caso, sottolineano gli analisti, che tale successo sia stato raggiunto in un Paese in cui la democrazia multipartitica ha mostrato di funzionare. La stessa Nigeria, pur con i problemi derivanti dalla divisione delle risorse petrolifere, rivela segni incoraggianti. Mentre le elezioni del 2007 erano state criticate dagli osservatori stranieri, il voto di quest’anno è stato il migliore, quanto a trasparenza e correttezza del processo elettorale, da quando il Paese è uscito dalla dittatura nel 1999. Altri Stati ancora – è il caso della Liberia e della Sierra Leone – stanno riuscendo a ricostruire le loro istituzioni dopo anni di sanguinose guerre civili, senza contare che è africana anche la più giovane democrazia al mondo, quel Sud Sudan diventato indipendente da Khartum lo scorso 9 luglio grazie a un referendum dal risultato plebiscitario. Un processo di ricostruzione che è ormai abbastanza consolidato in Mozambico, dove la stabilità politica ha favorito negli ultimi anni la crescita degli investimenti stranieri e l’aumento del Pil dell’8% annuo. Tra il 1996 e il 2006 sono state 44 le elezioni tenutesi nell’Africa sub-sahariana, mentre tra il 2005 e il 2007 ci sono state 26 votazioni presidenziali e 28 parlamentari. Nel solo 2010 si sono recati alle urne 21 Paesi africani e una regione semiautonoma. Non sono certo i numeri a garantire sulla qualità del processo democratico, ma questi dati costituiscono comunque un segnale. Secondo Transparency International, democrazia e governance nel continente «si stanno muovendo nella giusta direzione», anche se molto resta da fare ad esempio sul fronte della lotta alla corruzione e della diffusione di una stampa libera. A volte le transizioni politiche nel continente non seguono una linea retta, subendo invece improvvisi ripiegamenti prima di una svolta democratica più stabile. Il Kenya rappresenta per l’Africa il monito: anche nei Paesi considerati stabili, com’era per il Kenya fino al 2008, lo scivolamento all’indietro, a un conflitto politico nutrito di rivalità personali e odi etnici, è sempre in agguato. Non mancano i colpi di Stato riusciti o falliti, come quelli in Madagascar e in Guinea Bissau nel 2009 e nel 2010 e in Mauritania nel 2008. Ma sempre più spesso è la stessa Unione Africana (Ua) a condannare la presa violenta del potere e a trovare soluzioni attraverso la mediazione. Senza contare che molte costituzioni varate negli ultimi anni pongono con chiarezza le forze di sicurezza sotto il controllo delle autorità politiche. Nel 2007 l’Ua ha adottato una Carta della democrazia, delle elezioni e della governance che obbliga lo stesso organismo continentale a sospendere uno Stato membro nel caso in cui qualcuno conquisti il potere con metodi incostituzionali. In un mondo multi-polare, l’Africa può costituire, e per alcuni aspetti è già così, un importante nodo di crescita. Quando due anni fa il presidente Usa Barack Obama si recò in visita in Ghana, sottolineò come il rispetto della legge e l’impegno a non violentare i principi democratici in nome del potere sono indispensabili per raggiungere la prosperità. La democrazia, ammonì Obama, produce sviluppo: maggiori investimenti stranieri, rapporti più stretti con la comunità internazionale, l’emergere di una società civile e di una forza lavoro più istruita e consapevole. È la storia a insegnarlo. È la storia a mostrare che laddove esistono Parlamenti credibili, forze di sicurezza integre, media e giudici indipendenti, le derive antidemocratiche hanno spazi troppo ristretti per nascere e far danni.

avvenire.it – Paolo M. Alfieri