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Abituarsi a noi questo è il difficile

Cani, gatti, criceti, conigli nani, furetti, tartarughe, pesci rossi, non bastano più. Se non hai in casa un maialino vietnamita, un alligatore del Gange o un piccolo ippopotamo del Nilo, oggi sei fuori moda secondo l’idea, assai presuntuosa in verità, che l’uomo può tutto e che ogni animale in fondo si possa addomesticare. Ma cosa significa esattamente addomesticare? Perché parliamo di animali domestici? C’è la parola domus in mezzo, che in latino significa casa. Animali da casa, casalinghi, dunque, che stanno vicino all’uomo, che magari obbediscono ai suoi ordini, che a volte fanno il suo lavoro, come i cani da pastore o i muli da soma. Per convivere con l’uomo, però, ci vogliono predisposizione e buon carattere. Non è da tutti. Guardandosi intorno verrebbe da dire che bisogna essere bravi per stare con l’uomo. O, in altre parole, potremmo chiederci: ma ci si abitua all’uomo? Perché è questo il punto: non siamo noi umani a doverci abituare agli animali, ma loro a noi. Non siamo noi a dover vivere in una palude o nella savana o in cima a un baobab, ma loro a dover stare in camera da letto, in terrazzo o in una vaschetta piena di terra (i rettili, ad esempio). Il cane e il gatto, così come le pecore, le mucche e i cavalli, sono il frutto di secoli e di millenni di abitudine. Queste specie conoscono ormai geneticamente l’uomo e si fidano di lui (talvolta sbagliando). Ma il processo di abitudine è stato lento e graduale; è stato coltivato, non improvvisato. Non possiamo pretendere che una iena si accoccoli docile sul divano al nostro fianco mentre guardiamo la tivù. E l’affetto poi, dove lo mettiamo? Ci sono animali capaci di provare amore verso l’uomo, o quantomeno riconoscenza. Ma come possiamo pensare che una tarantola o un géco possano provare un sentimento qualsiasi nei nostri confronti? È necessaria una certa affinità, sia nella struttura sociale che nelle modalità di comunicazione, altrimenti non vi è scambio di informazioni, non c’è relazione. E poi conta anche la distanza. Un animale sarà tanto più addomesticato quanto più si abituerà a stare vicino all’uomo. Ma come potremo mai sapere se lui, al contrario, considera questa vicinanza una specie di prigionia? Per finire, ci sono animali organizzati socialmente tra di loro che non hanno alcun bisogno di un leader e che non si assoggetterebbero mai a lui (addomesticare le formiche?). La comunanza con l’uomo è fatta di tutto questo e di molto altro ancora. Ecco perché ci dovrebbe apparire improbabile avere in casa un rinoceronte, un orso grizzly o una vipera. Prima di desiderare specie esotiche dovremmo chiederci se sia giusto costringere un animale tanto diverso da noi a stare con noi, o se invece sia preferibile (e più intelligente) lasciarlo dove sta e dove è sempre stato. Purtroppo la differenza tra uomo e animale, quella cosa che in questo c’è e nell’altro manca, è sempre la stessa: l’egoismo, e l’assurda abitudine a pensare che il mondo intero, natura compresa, giri intorno all’essere umano. Prima di Copernico si credeva che fosse il Sole a ruotare intorno alla Terra, centro dell’universo, e non viceversa. Che sia ora di una nuova rivoluzione?

Guido Sgardoli veterinario, scrittore – avvenire