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A quando le pari opportunità?

La parità, per le donne, è ancora attesa nella ricerca dell’occupazione, nei ruoli in ambito lavorativo, in politica, nella scienza. Ecco i dati di una ricerca del Cnr.

08/03/2013

Dove sono finite le pari opportunità in Italia? A questa domanda ha cercato di rispondere l’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR, attraverso la pubblicazione dell’inchiesta/ricerca di Rossella Palomba, demografa sociale, professore associato dell’Istituto che lavora da anni sulle problematiche di genere e di lavoro femminile. Attraverso la ricostruzione delle tappe di quelle che sono state le conquiste principali a favore delle donne, a partire dallaLegge sul congedo di maternità emanata nel 1950, a quella del 1981 sulla fine del delitto d’onore, per arrivare al 1996 quando con la nuova legge sulla violenza sessuale lo stupro è diventato un reato contro la persona e non più contro la morale, si arriva a parlare della situazione attuale del nostro paese dove, purtroppo, le discriminazioni di genere sono ancora fortemente presenti.

La parità, infatti, è ancora attesa nella ricerca dell’occupazione, nel riconoscimento dei ruoli in ambito lavorativo, in politica, nella scienza. Insomma, pur essendo l’Italia un paese sviluppato ed evoluto dal punto di vista delle leggi e del diritto, il traguardo delle pari opportunità reali fra i sessi è ancora estremamente lontano. «Si è parlato davvero di pari opportunità in questa campagna elettorale?», si è chiesta la ricercatrice. «Parità è anche una questione di democrazia e di economia ma qui i conti non tornano». Sì perché dall’ultimo Report sulGlobal Gender Gap 2011, il nostro paese è messo malissimo: siamo solamente al 74esimo posto, al 90esimo per occupazione femminile, al 121esimo per parità salariale e al 97esimo per incarichi al vertice. Significativo è anche il dato sull’occupazione femminile: è fra i più bassi (46%), risultando peggiore di quello della Romania e della Bulgaria.

Considerato che risale al 1977 la legge sulla parità di trattamento sul lavoro, siamo veramente indietro. Sul fronte lavoro e parità, si registra anche un divario retributivo fra uomini e donne del 10%. Per non parlare dei riconoscimenti delle competenze. Per fare un esempio, in banca solo lo 0,36% ha qualifica di dirigente, contro il 3% degli uomini. Questo nonostante le italiane brillino negli studi ma fra la carriera e le donne rimane l’ostacolo della conciliazione fra lavoro e famiglia. Una donna su due non lavora se ha un figlio e oltre metà delle interruzioni dell’attività lavorativa dopo la nascita di un figlio sono imposte dai datori di lavoro (fonte Istat). «Lavoro e maternità in Italia sono meno conciliabili che in qualsiasi paese europeo», è il commento di Palomba.

Ma deteniamo anche un altro triste primato europeo: il carico di lavoro non pagato dovuto alla famiglia, pari a 5 ore e mezzo al giorno. Si stima che se venisse eliminata la disparità uomo-donna in Europa si potrebbe avere un incremento del PIL fra il 15 e il 40%. Insomma, una vera e propria opportunità di crescita sociale. Per capire meglio la gravità della situazione, sulla base dei ritmi di miglioramento attuali, la parità fra dirigenti uomini e donne ai ministeri sarà raggiunta solo nel 2037, all’università nel 2052, in sanità nel 2087 nella magistratura nel 2425. Dunque, se il ritmo degli ultimi 20 anni rimarrà inalterato, occorreranno letteralmente dei secoli per raggiungere questa parità. Per correre ai ripari, una politica che metta le pari opportunità tra i punti cruciali della sua agenda.

 

Alessandra Turchetti