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A celebrare è la comunità intera

«È tutta la comunità, il corpo di Cristo unito al suo Capo, che celebra» (Catechismo, 1140).
Una partecipazione attiva dei fedeli alle celebrazioni liturgiche, a cominciare da quella eucaristica, è uno dei frutti più significativi del rinnovamento promosso dal Vaticano II. Oggi infatti è difficile che qualcuno parli di «assistere» alla Messa, come purtroppo avveniva nel passato. Fattore decisivo è stata la scelta di servirsi delle lingue correnti, senza accantonare del tutto il latino.
Resta però ancora lungo il cammino da compiere per far sì che tutti i battezzati sentano veramente che il battesimo li rende sacerdoti; che la celebrazione presuppone la convocazione del popolo sacerdotale; che ogni sacramento è espressione anche della loro responsabilità sacerdotale per la crescita verso la santità. Va perciò scartata con decisione ogni tentazione di clericalismo, comunque motivato.
Pietra miliare di questo cammino resta l’indicazione del Vaticano II: «La Madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo di acquisto”, (1Pt 2,9) ha diritto e dovere in forza del Battesimo» (Sacrosanctum concilium, 14). Tutto questo va accompagno dalla consapevolezza che, nell’unico popolo di Dio, vi sono doni, competenze e uffici diversi: «Alcuni sono chiamati da Dio, nella Chiesa e dalla Chiesa, ad un servizio speciale della comunità. Questi servitori sono scelti e consacrati mediante il sacramento dell’Ordine, con il quale lo Spirito Santo li rende idonei ad operare nella persona di Cristo-Capo per il servizio di tutte le membra della Chiesa» (Catechismo, 1142).
La specificità e il ruolo del sacerdozio ministeriale vanno riconosciuti in tutto il loro significato: non si tratta di potere, ma di servizio sacramentale «per edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,12-13).

avvenire.it