Quando il vescovo-psicologo si finge senzatetto

Avvenire

L’esperimento sociale di monsignor Quintero Gómez che voleva tastare con mano la compassione del suo gregge, perché preoccupato dalla dilagante indifferenza del mondo nei confronti dei più bisognosi. Si è finto una persona senzatetto, si è lasciato truccare e ha indossato dei vestiti usati, prima di entrare, a sorpresa, nell’auditorium dell’Università di Quindío, ad Armenia in Colombia, dove si stava svolgendo il primo Congresso diocesano sulla pastorale sociale. La cosa particolare è che la diocesi di Armenia è guidata proprio da lui: l’uomo che ha indossato i panni del clochard era il vescovoCarlos Arturo Quintero Gómez. Monsignor Quintero Gómez, 52 anni, psicologo e comunicatore sociale, ha voluto incarnare il messaggio di papa Francesco quando chiede ai sacerdoti di uscire verso le periferie esistenziali “dove c’è sofferenza, solitudine, degrado umano”. 

25 anni dell’Enciclica Ut unum sint


PCPUC 

In occasione del 25mo anniversario dell’Ut unum sint (1995) si terrà nell’anno accademico 2019-2020 all’Angelicum un ciclo mensile di conferenze dedicate all’enciclica. L’iniziativa è promossa congiuntamente dalla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino e dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, nell’ambito della “Cattedra Tillard”. I relatori, figure di spicco del cristianesimo odierno, affronteranno diversi argomenti relativi all’enciclica e al movimento ecumenico.

Messaggio di don Daniele invito per il 9 Ott in Santo stefano e 11 Ott a Pieve

Cari Parrocchiani e Amici, la celebrazione di ieri è stata un dono grande per me e per tutti. Ringraziamenti e saluti, commozione e abbracci, canti e preghiere, ci hanno fatto cogliere la preziosità del cammino compiuto insieme e ci hanno dato sostegno per il cammino che ci attende. Grazie a tutti per la vostra presenza, per l’affetto mostrato in mille modi, per le preghiere che continuano, anche dalla Terra Santa dove i pellegrini con monsignor Gazzotti hanno celebrato ieri in comunione con noi.
Ricordo un’altra possibilità di salutarci mercoledì sera a Santo Stefano con la Messa alle 19 e poi cena insieme.
Vi allego omelia di ieri (in basso nel post): anche se scritta, in alcuni momenti ha prevalso la commozione…
Ho concluso pregandovi di non mi trattenere… Ma venerdì sera sarò molto grato se sarete in tanti a Pieve alle 20.30. Anche voi così parteciperete al dono del nuovo parroco a quella UP e vi sentirò molto vicino. Un abbraccio, d. Daniele

Unità Pastorale «Santi Crisanto e Daria» – Reggio Emilia

Omelia di Don Daniele nella Eucaristia di saluto e ringraziamento

Liturgia della Parola della XXVII Domenica del Tempo Ordinario (anno C)

Ho ricevuto tante lettere in questi giorni, belle, vere, ricche di gratitudine e affetto. Alcune scritte a mano; in poche parole venivano espresse le profondità delle esperienze di fede che hanno segnato il cuore in questi anni, anche se il mio ministero tra voi è stato breve (troppo breve!).

Scrivere una lettera vuol dire impegnarsi a scegliere accuratamente le parole da dire e, soprattutto, quelle da non dire (cf. Alda Merini).

Di fronte a tanto impegno, mi sono sentito “sfidato” a fare quello che non ho mai fatto in sette anni da parroco (lo facevo da curato a Reggiolo, secondo l’insegnamento del mio parroco Don Giancarlo Gozzi), e cioè scrivere l’omelia, almeno quella della domenica!

Questa mia ultima omelia dovevo proprio scriverla! È un dovere del cuore verso ciascuno di voi, che così numerosi avete voluto essere qui vicino a me. È un dovere verso il carissimo vescovo Adriano, che era qui la domenica 7 ottobre 2012, insieme all’allora ausiliare Lorenzo Ghizzoni, per il mio ingresso (in Cattedrale e Santa Teresa); era con me all’ingresso in Santo Stefano e in San Zenone il sabato 10 ottobre di quattro anni fa, insieme al Vicario generale Mons. Alberto Nicelli. Mi ha promesso che sarà con me all’ingresso a Pieve, venerdì 11 ottobre prossimo, con il vescovo Massimo Camisasca (e con tanti di voi!). Per questa paterna vicinanza, noi tutti preghiamo perché possa continuare nei tempi e nei modi che il Signore vorrà indicarci, con pazienza.

[Chiedo scusa se mi dilungo nella premessa, ma capirete perché]. Ebbene, quando Mons. Adriano era Vescovo in carica, era obbligato a scrivere le omelie per La Libertà, per i giornalisti che la chiedevano, per il parroco e i fedeli delle comunità che visitava. Da quando, diventato emerito, ha preso cura pastorale della parrocchia di Santa Teresa, poteva… rilassarsi un po’! Invece, ha scritto l’omelia ogni domenica e festa, anche in agosto, quando la chiesa era semivuota. L’ha sempre fotocopiata da portare a casa. L’insegnamento che ci ha trasmesso con tutta questa premura: la convinzione che la Parola di Dio incarnata nelle situazioni, spezzata con semplicità, riletta durante la settimana, confrontata con la propria vita, le proprie scelte, sia come il seme di senape, piccolo ma assai fecondo, di cui parla il Vangelo di oggi!

La fede non è un soprammobile da tenere in bella vista, da esibire in alcune occasioni (“sono cattolico, sono di famiglia praticante…”), che prende la polvere e poi di fronte ai problemi della vita non serve più… La fede è un seme da coltivare lungo tutte le età della vita perché non rimanga infantile, una etichetta e niente più; è da coltivare specie nei momenti di cambiamento come questi, nelle sfide di oggi nel vivere la famiglia, l’amore, la sessualità, la scuola, il lavoro, l’uso dei social, la politica, l’ecologia, le migrazioni…

Quando sette anni fa sono entrato qui, il volto della comunità era molto diverso. Ho puntato fin da subito non a imporre, non a inculcare la fede con regole rigide, ma a trovare i modi di deporre questo piccolo seme della fede, innanzitutto nei piccoli della comunità. Il comando di Gesù «Lasciate che i bambini vengano a me» (Marco 10,14), è un compito che la comunità cristiana non può rinviare a quando essi avranno 18 anni, a quando potranno scegliere di testa loro…

Ringrazio di cuore tutti i Catechisti e le Catechiste che in questi anni hanno condiviso con me questa scelta di rinnovare con gioia la catechesi dell’iniziazione cristiana. Abbiamo sperimentato che la cura del catechismo, delle belle celebrazioni coi piccoli, i ritiri, i campeggi, le visite alle Case della Carità… non hanno reso più infantile la parrocchia, ma hanno contagiato genitori, nonni, zii, anche chi era lontano o non aveva tutto in regola per partecipare ai sacramenti della Chiesa.

Sì, perché la fede in Gesù, abbiamo cercato di dire in tutti i modi, è il dono più prezioso che abbiamo ricevuto fin dal Battesimo (tranquilli, adesso non ripeto tutto quello che ho già detto sul Battesimo in 7 anni!). La fede la possiamo, la dobbiamo coltivare tutti, qualsiasi sia la nostra condizione morale!!! Perché, ci ha ricordato il profeta Abacuc nella prima lettura, in quella affermazione capitale di tutta la Bibbia: «Il giusto vivrà per la sua fede», non per i suoi meriti, per le sue opere.

Tutti dobbiamo avere cura della nostra fede, come di una pianticella da far crescere. Lo ha detto San Paolo a Timoteo (seconda lettura): «Custodisci mediante lo Spirito Santo che abita in noi il bene prezioso che ti è stato affidato». «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te». Quale? «Il Signore ci ha dato non uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità, di prudenza».

La fede va trasmessa con carità e prudenza, con “dolcezza e rispetto” (prima Lettera di Pietro 3,15). Spero che nessuno si sia mai sentito giudicato o ferito da mie parole, dalle mie omelie, da miei atteggiamenti. Se è avvenuto, chiedo scusa, perché in quel momento ho tradito la “natura” della fede. Come dice ancora il profeta Abacuc: «Abbi pazienza, attendi la promessa, perché certo verrà e non tarderà». La fede vera “sa attendere con pazienza il maturare dei cammini e dei tempi, quelli propri e quelli degli altri” (cf. fratel Luca, Priore comunità benedettina di Dumenza).

La fede anche se piccola come un granello di senape, ma vera, è capace di sradicare alberi ben piantati come il gelso, ci ha detto Gesù. Ho cercato di far vedere come questo sia avvenuto nella vita dei Santi di un tempo e nei Santi di oggi, che ho amato e cercato di far amare nelle liturgie e nei messaggi di Whatsapp. Anche i “santi” che ho incontrato in questa comunità. Penso alcuni anziani, uomini e donne di fede, che hanno frequentato le nostre Eucaristie e altri che ho potuto conoscere solo al momento della morte, nel racconto dei familiari. Penso anche ad alcuni giovani che ho conosciuto: a Francesco Vallery e alla sua fede come amicizia; ad alcuni papà e mamme… da ultima, perché l’abbiamo ricordata ieri, a sei mesi dalla prematura scomparsa, Cecilia Spallanzani Masini. Con la sua fede ha superato ostacoli che parevano insormontabili, ha portato croci pesantissime, mantenendo il sorriso, la bontà, la bellezza, la dolcezza materna, l’amicizia grande. Davvero la fede nel nostro Dio può fare cose impossibili!

Il Vangelo mi suggerisce anche le parole a questo punto per me, che mi accingo a consegnare in questa Eucaristia il compito di parroco di questa Unità Pastorale: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare». [Anche per questo, subito non volevo scrivere l’omelia; bastava ripetere sine glossa (S. Francesco) queste parole e c’era già tutto detto qui!}.

In realtà, queste parole fi Gesù hanno bisogno di una spiegazione, perché sembrano una “istigazione” alla falsa umiltà, ad un buttarsi giù deprimente… Essere servi inutili secondo il Vangelo vuol dire fare le cose senza tornaconto, senza interesse, senza ricompensa e riconoscimenti, senza strumentalizzare la fede… ma solo per la gioia di servire il Signore Gesù, la sua Chiesa, la comunità che mi è stata affidata. Mettercela tutta, anche se a volte fai degli sbagli; spendersi senza calcoli di ore e fatiche…

Ci sono state, sì, situazioni che possiamo definire – con l’immagine del gelso difficile da sradicare – delle impuntature, dei campanilismi, dei radicalismi, dei radicamenti nostalgici che mi hanno fatto soffrire, ma direbbe San Paolo (proprio nei saluti finali della seconda lettera a Timoteo, iniziata oggi): «non se ne tenga conto in alcun modo». Anche per alcuni aspetti che possono aver destato perplessità nella vicenda del mio trasferimento, non se ne tenga conto!

Un’ultima cosa ancora mi suggerisce il Vangelo (per fortuna che non era molto lungo!!!), per me e per voi. Ho amato tutti e ciascuno di voi e voi mi avete voluto molto bene, ma adesso non mi trattenete! Lasciate che io mi sradichi per librarmi, per impiantarmi nel nuovo campo che il Signore e la Chiesa mi hanno affidato, a Pieve Modolena, Roncocesi, San Pio X e Cavazzoli!

Stranamente non ho ancora citato Papa Francesco (lo faccio di solito almeno nella metà delle mie omelie!). Lo faccio adesso con la sua citazione più famosa: «Per favore, pregate per me!»

Don Daniele Casini

Cattedrale di Reggio Emilia, 6 ottobre 2019 ==


La barca del cardinale

Settimana News

di: Andrea Grillo

simboli cristiani

Stemma del card. Czerny

Uno dei punti fermi, su cui è possibile riconoscere la vitalità o la staticità, la fecondità o la aridità di una tradizione, è costituito dal rinnovarsi e dall’arricchirsi dei suoi simboli fondamentali. La croce, l’agnello, la porta, l’acqua, il pane, il vino e tanti altri sono simboli cristiani. Essi sono antichissimi e hanno grande autorità. Ma sono simboli per due motivi: perché significano una fede, una trascendenza e perché restano radicati nella cultura, nella immanenza. Così mantengono questa autorità non semplicemente “ripetendo se stessi”, ma subendo nuove letture, piegandosi a nuove storie, entrando i nuove vite, rileggendosi in nuovi contesti. Restano simboli se restano aperti a nuove letture e rendono possibili nuove avventure. Restano simboli se sappiamo impararli, disimpararli e reimpararli, come dice bene un testo dell’instrumentum laboris per il Sinodo sull’Amazzonia (IL 102).

simboli cristiani

Questo è stato il pensiero che mi è saltato in testa non appena ho collegato le due immagini che affiancano questo mio testo: lo stemma del nuovo cardinale e la barca dei migranti. Nello stemma viene ripresa, in forma stilizzata, quella immagine della realtà quotidiana. Questo accostamento inatteso mi ha fatto pensare all’immaginario ecclesiale della “barca”, che è antichissimo e pesca nei testi biblici e che i Padri hanno utilizzato almeno con due grandi prototipi: l’arca di Noè e la barca di Pietro. Un’interpretazione penitenziale e un’interpretazione ecclesiale hanno accompagnato per secoli l’immaginario e la simbolica della barca, come forma plastica di relazione con Cristo e con la Chiesa.

Ma nello stemma del cardinale Czerny accade qualcosa di nuovo. Ovviamente tutto quello che è stato rimane come sostrato, come linguaggio che supporta l’immagine. Ma l’immagine stessa, per quanto stilizzata, non è semplicemente una barca, ma una barca con uomini, con profughi, con migranti. Ecco la novità: la barca diventa non solo “salvezza dal peccato”, non solo “identità ecclesiale”, ma “provocazione alla accoglienza”. Domanda di porto. Domanda di approdo.

La barca e il viaggio che cambiano

Credo che per la prima volta, guardando lo stemma del card. Czerny, mi sono reso conto di quanto è cambiato il nostro sguardo sul viaggiare (per mare o per terra o per aria). Tutto ormai è programmato. Sai orari, destinazioni, luoghi, tempi, modalità. Hai “navigatori” che ti dicono continuamente la strada, le deviazioni, le alternative, i rallentamenti, i tempi di arrivo. Anche i pellegrinaggi sono ormai con aria condizionata e con arrivo direttamente a destinazione. Nello stemma del cardinale ci sono gli ultimi pellegrini. Quelli che non sanno se arriveranno, dove arriveranno, da chi arriveranno. Hanno però una meta che è custodita dal desiderio e che spera nella accoglienza. Si affida a un’accoglienza possibile, ma non garantita. Il viaggio ha avuto nei secoli sempre questa caratteristica “da migranti”. Ogni viaggiatore diventava, per breve o lungo tempo, un migrante. Tutti coloro che viaggiavano entravano nella condizione dei migranti. Raccontano che J.S. Bach, per andare ad ascoltare il grande Buxtehude, ai primi del ’700 abbia fatto un viaggio di 4 settimane (che diventarono 4 mesi), da solo, a piedi, senza alcuna garanzia, per arrivare a Lubecca, coprendo 400 Km e poter scoprire l’arte del grande organista. Oggi viaggiano così soltanto i migranti. La nostra fatica nel riconoscerli e nell’accoglierli dipende da memoria corta e da indifferenza lunga. Accoglierli diventa elemento distintivo, profetico, evangelico, in una cultura della autodeterminazione che elimina ogni inconveniente e va dritta alla meta, con immediata e controllata regolarità. Senza memoria e con indifferenza.

“Suscipe” sta scritto in basso. Questo è il motto di Ignazio e del cardinale gesuita. Si può tradurre: prendi, assumi, accogli, ma anche fatti carico, ma anche prendi su di te, ma anche reggi, ma anche sostieni. Il soggetto a cui è rivolto, il destinatario dell’imperativo è Dio, ma è non solo Dio. Un Dio contagioso permette di leggere la barca come “barcone”. E la Chiesa come porto. E si invertono le simboliche. E si rinnova la fede. Uno stemma cardinalizio diventa una ermeneutica ecclesiale e culturale di prima qualità. E puoi esibire tutti i rosari del mondo, puoi invocare tutti i cuori immacolati che conosci, ma quella immagine ti si pianta nella carne e non ti dà più tregua.Suscipe. Sume.

Lamento sulla poesia e il canto liturgico

Settimana News

Bepi De Marzi, musicista vicentino, si dichiara cittadino del mondo. Compositore, scrittore, poeta, insegnante di Conservatorio, clavicembalista e organista dei Solisti Veneti, fondatore del coro I Crodaioli. Credente ma sempre meno praticante. Tante domande sulla musica sacra e una risposta unitaria per esprimere dispiacere, sconfitta, impotenza, abbandono, solitudine, sconforto. Ma senza rancore. Le sue dichiarazioni sono state raccolte da Giordano Cavallari.

Dispiacere. L’Assemblea orante, per cantare ha sempre avuto bisogno di ritmo memorizzabile, di assonanze, di regolarità. Lo sapeva bene padre David Maria Turoldo, frate servita. Ho lavorato con lui per vent’anni innamorandomi delle versioni poetiche dei Salmi, delle composizioni degli Inni e dei Cantici. Ho amato subito le stupende melodie di Ismaele Passoni, in assoluto le più ispirate e cantabili dopo il Concilio. E basti per tutto l’immenso lavoro il Salmo 22, “Il Signore è il mio pastore”.

Ma una mano autorevole della Chiesa, anche recentemente, ha stravolto l’accurata e delicatissima opera di padre David. Ora non è più possibile cantare gli endecasillabi piani del Salmo 1 con l’appassionante melodia in ritmo ternario! «… non reggeranno al giudizio i perversi / né i malvagi coi santi avran parte…» diventati «… malvagi e perversi mai / siederanno a giudizio coi giusti, mai…». E i decasillabi del Salmo che ha ispirato anche il Va’ pensiero verdiano: «… sopra i salici là in quella terra / appendemmo le cetre armoniose…» che inspiegabilmente diventano «… ai salici, là in quella terra / appendemmo mute le cetre…». Tutto in una corposa pubblicazione con il nome di Turoldo riportato in copertina!

Sconfitta. Gli organi chiusi, muti. Si fanno concerti, oh, sì, ma per i soliti ascoltatori: una disperazione tra addetti. Domina ovunque lo strimpellare delle chitarre con qualche tamburello da carnevale sudamericano. Quattro-cinque ragazzi in triste solitudine nelle chiese semivuote. E, dove sopravvivono mestamente, cori parrocchiali di anzianotte con sciarpa colorata e anzianotti borbottanti. La fretta dei celebranti e la distrazione dei pochi presenti.

Musiche proposte dallo scatenamento di chi si è inventato compositore, come i bambini che si sentono improvvisamente scienziati con la scatola del “Piccolo chimico” tra le mani e travasano per gioco acqua colorata negli alambicchetti di plastica. Verseggiatori senza ritmo con le finali in ai, ei, oi, ui: «Tu che sei, che c’inviti a mangiare con i tuoi / ma non sai di quanti siamo noi», il Salmo 22!

Impotenza e abbandono. La melodia ha le sue regole, come l’armonia. Non si può scrivere a caso. Le strampalate cantilene solitarie agli amboni! E gli attacchi delle frasi con l’acciaccatura della glottide: il modulo vocale liturgichese. Quelle misere e improvvisate risposte al Salmo responsoriale tra le Letture! La cancellazione dei canti tradizionali sostituiti dagli avventurismi e dalle parodie. Perfino il carillon della basilica di Loreto intona “Santa Maria del cammino”!

Poi: come riportare un minimo di dignità nei matrimoni? Gli invitati che devono seguire i sentieri di lumini. I battimani e le teatralità da cabaret. Le damigelle danzerine di tutte le età. Così nei funerali, dove imperversa ancora “Quando bùsserò”.

Solitudine. Ho suonato l’organo in chiesa fin da ragazzo: le mie domeniche erano un servizio continuo, sante messe e sante funzioni. Mi studiavo il “Proprio del tempo” e lo preparavo con i cantori che sapevano leggere perfino il gregoriano. Ma nei seminari (ci sono ancora i seminari?) non si studia più la musica. Qualche chierico impara a suonare la chitarra. E la chierica sulla nuca, con la perdita della dignità, è stata sostituita dalla barba incolta. Con monsignor Ernesto Dalla Libera di Vicenza ho imparato l’uso quotidiano del Liber Usualis, del Liber Cantus.

Si cancellano le parrocchie e s’inventano le cosiddette Unità pastorali, dove i sacerdoti vengono trasformati in ambulanti per le sante messe domenicali. E i meno giovani vengono “rottamati” anzitempo: mandati a casa o a vivere in appartamenti presi disperatamente in affitto. Con queste considerazioni divento proprio un sopravvissuto che muore nella malinconia.

Sconforto. Le sante messe in televisione sono quasi tutte artificiose. E se c’è un gruppo che canta, ecco una voce che parla e copre tutto, perfino con qualche informazione turistica. Ma all’inizio si fanno le processioni con il Vangelo e la Croce astile! Sui primi banchi si mostrano le cosiddette autorità che non sanno quando sedere o quando stare in piedi. E dominano lo sconcerto, l’indifferenza, il mutismo nelle preghiere, nei canti.

Concludo tornando disperatamente ai testi, torno a Turoldo, al mio Turoldo. Nella pomposa pubblicazione, che voglio definire apocrifa, il Salmo 139 (138) recita: «Signore, tu mi scruti e mi conosci / tu sai quando seggo e quando mi alzo, / il mio pensiero tu scorgi da lontano».

Dei miei atti tu sei il Signore. Padre David, subito dopo la pubblicazione delle edizioni Dehoniane del 1973 aveva chiesto a Ismaele Passoni due melodie conseguenti per questo Salmo, come una grande domanda e una naturale risposta, raggruppando due quartine alla volta. Ecco l’inizio:

«Sei colui che mi scruta, Signore,
la tua scienza in tutto mi assedia:
tu sai quando intendo fermarmi,
quando voglio riprender la via.

E perfino il pensiero più oscuro
tu da molto lontano precorri:
della veglia e del sonno tu sai,
dei miei atti tu sei il Signore».

La preghiera nel pluralismo delle fedi

Settimana News

La preghiera è un incontro con sé o con Dio? È un’apertura al trascendente o una tecnica di autocontrollo? L’Essere trascendente è generico o il Padre di Gesù? È un percorso latamente spirituale o secondo gli insegnamenti e la testimonianza del Vangelo?

Sono alcune delle domande sulla dottrina e la pratica della preghiera, in particolare di quella che si apre alle altre religioni, poste dalla Commissione episcopale della dottrina della fede della Conferenza dei vescovi spagnoli.

Il testo è apparso alla fine di giugno, ma è stato approvato nell’aprile scorso, col titolo: «“La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente”. Orientamenti dottrinali sulla preghiera cristiana».

Pluralità fedi e preghiera

Il punto focale della questione è l’applicazione alla preghiera cristiana delle tecniche di meditazione e preghiera del buddismo Zen, della teologia del pluralismo religioso, della cristologia puramente esemplare.

La riposta è prevalentemente critica, ma la pubblicazione del testo è esemplificativa dell’allargamento degli orizzonti della preghiera e del necessario discernimento nel contesto di un pluralismo religioso ormai largamente esperito.

Tecniche orientali e contenuto cristiano

Nel contesto culturale e sociale contemporaneo cresce il riferimento ad una spiritualità che esprime un reale distacco dalla fede cattolica, ma talora anche la richiesta di un suo complemento e di un arricchimento. Si incrociano e si mescolano elementi fra loro assai diversi: dal fideismo al sentimentalismo, dall’ascesi orante alla bellezza della contemplazione.

Pluralità fedi e preghiera

La nota dei vescovi «vuole dimostrare la natura e la ricchezza della preghiera e dell’esperienza spirituale radicata nella rivelazione e tradizione cristiana», ricordando i criteri essenziali per discernere gli elementi compatibili di altre tradizioni religiose oggi molto diffuse e indicandone anche i punti di incompatibilità.

La preghiera struttura l’identità della fede. La Chiesa crede ciò. Per questo è chiamata a discernere le pratiche e le teologie che supportano giustificazioni ed esperienze di confine con altre fedi e tradizioni religiose. In particolare quelle teologie che negano il carattere unico dell’evento dell’incarnazione.

In Gesù la divinità sarebbe presente in grado sommo, ma non costitutivamente diverso da quello di tutti. In altre ricerche teologiche, il rapporto di Gesù con il Padre è assimilato a quello di altri fondatori con la Divinità e Gesù non è più l’unica via per conoscere il Padre. Infine, vi è chi sostituisce la domanda di salvezza eterna con il desiderio di felicità immanente, del benessere e del progresso.

Le tre linee teologiche sono indicative di altrettante piste spirituali.

Sulla preghiera del buddismo Zen non vi è una condanna globale. Si lascia spazio ad alcune tecniche che predispongono il corpo e lo spirito alla preghiera, ma si mette in guardia dell’accettazione acritica del metodo che trascina con sé conclusioni discutibili. L’obiettivo intrinseco della meditazione Zen è la quiete e la pace che suppongono una dimissione dall’impegno nella storia. Inoltre lo Zen elimina spesso la differenza tra il proprio io e il mondo circostante introducendo al panteismo.

Dal pluralismo religioso possono alimentarsi conclusioni indebite, come la convinzione che il pluralismo religioso di fatto diventi per questo un pluralismo di diritto. Il percorso spirituale e orante della propria fede è subalterno alla somma dei cammini delle fedi. Conseguentemente né il Cristo avrebbe la posizione centrale, né la Trinità aprirebbe al mistero di Dio.

La terza linea che vede in Gesù un semplice, seppur nobile, esempio induce itinerari di preghiera che perseguono l’identificazione col divino attraverso un processo di svuotamento interiore. Si guarda all’esperienza di Gesù, ma solo come esemplare e non decisiva, dando adito all’idea di un superamento della stessa esperienza di Gesù.

Preghiera di Gesù e della Chiesa

Il riferimento essenziale è alla preghiera così come Gesù l’ha fatta e mostrata. Essa accompagna tutti i punti centrali della sua missione ed esprime un’intima e inarrivabile relazione filiale con il Padre. Il suo frutto è la dedizione totale e piena alla missione affidatagli. «Nella preghiera del Signore il centro non sono i desideri e il raggiungimento della felicità terrena, ma la comunione con il Padre».

Pluralità fedi e preghiera

Il Signore non ha dato molte istruzioni ai discepoli in merito. «La semplicità esteriore e la sincerità interiore sono gli elementi più importanti». La vita e la preghiera non possono essere separate. Fra gli insegnamenti eccelle la preghiera delPadre nostro. In essa il credente condivide con Gesù i sentimenti filiali e la volontà di salvezza dell’Abbà. Le richieste della seconda parte della preghiera esprimono il bisogno della Provvidenza e dell’impegno comunitario.

L’obiettivo della preghiera cristiana è rendere manifesto un gesto libero di riconoscimento di Dio, senza prestarsi a nessuna strumentalizzazione. Grazie alla preghiera, la vita diventa un vero e proprio cammino di fede e di fiducia in Dio. La perseveranza nell’orazione è il segno di una fede viva, il suo abbandono manifesta una fede debole e incerta.

L’opus Dei è apertura alla vita eterna e, nello stesso tempo, impegno concreto nell’oggi di tutti. Essa non è frutto di ascesi, ma dono dello Spirito che apre alla relazione filiale con Dio, alimenta l’amore per il prossimo e l’impegno nel mondo e nella storia.

Ogni orazione è fatta nella Chiesa, dentro il legame comunitario. Qui si impara a pregare nell’ascolto assiduo della Scrittura, nell’esercizio della lectio divina e soprattutto nella celebrazione della liturgia, il cui centro è l’eucaristia. Tutte le specificazioni sono successive: domanda, intercessione, ringraziamento ecc. Così come le forme della preghiera vocale o piuttosto meditativa e contemplativa.

L’autenticità della vita credente viene in ogni caso prima delle tecniche che pur sono apprezzabili. Queste ultime aprono alla scansione delle tappe di maturazione che normalmente sono indicate in tre ambiti: la purificazione, l’illuminazione e l’unione con Dio.

La Chiesa ha sempre riconosciuto in Maria il modello eminente e l’esempio compiuto di cosa significhi la preghiera: non un elemento aggiuntivo alle molteplici vicende e impegni della vita, ma il contesto o contenitore in grado di dare senso a tutti i gesti della vita, l’ambiente vitale in cui si respira l’alleanza filiale con l’Abbà di Gesù.

Il Rosario meditato nel tempo della prova

settimananews

Si può declinare la preghiera mariana del Rosario a partire da situazioni di sofferenza e di solitudine. E di trarne conforto.

Preghiera del rosario
I. Misteri della gioia
1. Annunciazione

«Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28). Stridente il contrasto quando questo saluto che annuncia gioia e “grazia” rintocca in un luogo di “disgrazia”! È comunque un inizio, un raggio di luce nella notte, che prefigura un altro annuncio ancora più gioioso che segnerà l’inizio dei misteri della luce: «Tu sei il figlio mio, l’amato!» (Mc 1,11). Sono parole che riguardano Gesù, ma anche noi, in lui. È nell’irradiazione di questo annuncio che si deve trovare la forza di respirare. «Il Signore è con te», ci viene detto, anche a noi: ecco la “grazia”. Attaccarsi a questa promessa che rassicura, con la speranza che sia più solida di un ciuffo d’erba sulla riva, a cui si aggrappa chi sta per annegare. E meditare il mistero rivivendo i sentimenti di Maria, che reagisce alle parole dell’angelo passando per lo stupore, il timore, la domanda, la fiducia, per giungere all’abbandono generoso di chi si riconosce «serva del Signore». È l’intero cammino della fede.

2. Visitazione

«Beata colei che ha creduto» (Lc 1,45). Ripetere a se stessi questo saluto, ricordarsi di queste due donne che hanno creduto all’incredibile: da qui la loro gioia, che condividono cantandola. La stessa gratitudine visita pure noi, soprattutto quando, in momenti di desolazione, un gesto di accoglienza (un sorriso, una lettera, un incontro) ci fa dono della vicinanza del Signore, e ci aiuta a “credere” alla sua bontà. Sapere che è il nostro “vuoto” che “magnifica” il Signore perché rivela che lui solo è grande, ma anche ricordarsi che egli vuole servirsi della nostra miseria per compiere la sua opera nel mondo. Quale opera? Abbattere l’orgoglio, non confidare in ricchezze e potere; aiutare i deboli, soccorrere i poveri, saziare gli affamati: vivere il Magnificat.

3. Nascita a Betlemme

Gesù «avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia» (Lc 2,12): immagini di “poesia”? Piuttosto di morte e di squallore, che evocano il sudario e la tomba (Lc 23,53), come mostra l’iconografia bizantina della Natività. E tuttavia credere che in questi “segni” è venuto a nascondersi il Salvatore del mondo, Gesù, il Dio con noi, Emmanuele. Ci possono essere dei Natali che assomigliano più al Calvario. È l’occasione per contemplare il Signore come nostro compagno di strada, lui che si è “ridotto” nelle ristrettezze di una stalla, nell’impotenza di una croce, per farci comprendere che non siamo mai soli, dato che egli ci raggiunge nel fondo della nostra miseria. Rimaniamo dunque a “vegliare” da sentinelle, come i pastori e i magi, in attesa di ascoltare un canto di angeli nel cuore della notte (cf. Lc 2,13-14), e che «la stella del mattino si alzi nei nostri cuori» (2Pt 1,19).

4. Presentazione al Tempio

Strana storia: un vecchio che “abbraccia” un piccolo bambino nel quale vede «la salvezza preparata davanti a tutti i popoli» (Lc 2,30-31), e che è nello stesso tempo «segno di contraddizione» (2,34), fino a diventare per sua madre una «spada» (2,35)! Che salvezza è dunque questa che mischia gioia e dolore? È nell’atto stesso di “offrire” un bambino che, da adulto, “offrirà” lui la sua vita (cf. Gv 10,15). Questa offerta rivela una logica nuova nel modo di vivere, e ci fa scoprire che davvero “il sacrificio è il linguaggio fisico dell’amore”. In un mondo dove trionfano spesso la rapacità e la morte che ne discende, il “dono”, piccolo o grande che sia, è in ogni caso ciò che “salva”, ciò che ci garantisce la vera libertà del cuore. In effetti, “condividere” è la maniera più efficace di vivere in pienezza, perché «chi semina largamente, largamente mieterà» (2Cor 9,6), e «chi perde/dona la sua vita, costui la troverà» (Mc 16,24).

5. Gesù perduto e ritrovato

Questo è un “mistero di gioia” che è attraversato dall’angoscia di una “perdita”. Si è detto che in quei tre giorni Gesù si sarebbe rifugiato presso “suo” Padre: cercava forse un sollievo alla sensazione di essere stato abbandonato nella tristezza del mondo? Ma se questa “fuga” poteva consolare lui, la sua assenza getta i suoi genitori nella desolazione. Che resta, comunque, nel «perché?» di Maria, che non comprende, ma che attende, conservando la domanda nel suo cuore. Peraltro, dopo una sparizione temporanea, Gesù riappare, “scende” di nuovo con loro, per essere loro “sottomesso”: è l’ordinario del quotidiano che riparte. Abbiamo bisogno di Gesù, e non cessiamo di cercarlo. E però sappiamo di poterlo trovare là dove lui ci dà appuntamento: “in alto”, nel conforto che viene dalla preghiera (cf. Rm 15,4), e anche “in basso”, in incontri in cui la condivisione del dolore e della gioia (cf. Rm 12,15), o il dono generoso ai più “piccoli” (cf. Mt 25,31-40), crea un senso di comunione che ripara qualsiasi “perdita”, e ci guarisce.

II. Misteri della luce
1. Battesimo di Gesù al Giordano

Il cielo che si apre, la colomba della pace e dell’amore che scende su di lui, e la voce del Padre che lo proclama il suo «Figlio amato» dicono chiaramente che il battesimo di Gesù è un’esplosione di luce. E tuttavia… Quando Gesù annuncia un altro battesimo che deve ricevere, ne parla in termini di “calice” della sofferenza (Mc 10,38), o di “fuoco” e di “angoscia” (Lc 12,50). Nessuna sorpresa. Marco ci dice che Gesù ebbe la visione nel momento in cui “risaliva” (ed è già il preludio della sua Ascensione!) dall’acqua (Mc 1,10) dopo che vi era “disceso” come nell’abisso della morte. Essere battezzato significa entrare nella stessa dinamica di morte/vita che sta al centro della vita cristiana. Quando si è come sepolti nell’oscurità, ci si ricordi che il battesimo ci “radica” nel Cristo (Ef 3,17), e che la vocazione di queste “radici” è di scavare nel “buio” per trarne “di che / offrire del lavoro / alla luce” (Guillevic). Come fare? Luca annota che Gesù ebbe la “rivelazione” nel momento in cui «si trovava in preghiera» (Lc 3,21). È questo lo spazio in cui possiamo “battezzare” la nostra notte, e intravedere quelle piccole luci che arrivano a trapassare il nostro buio.

Preghiera del rosario
2. Nozze di Cana

La “luce” di Cana appare anzitutto nel fatto che in questo evento abbiamo il «primo (o l’inizio) dei segni» fatti da Gesù, un gesto che diventa epifania della sua “gloria”, o manifestazione della sua potenza e della sua anima. Il segno è almeno duplice. Anzitutto la festa di nozze e il banchetto ci ricordano il sogno di Dio: fare dell’umanità la sua “sposa” e celebrare questa alleanza nella gioia. Inoltre, l’intervento di Gesù ci dice che egli non accetta che la festa sia bloccata da una mancanza: la ripara con il dono del “vino” (ma per fare questo egli chiede, comunque, la “nostra” acqua!), che diventerà il dono del suo “sangue” sulla croce, dove si compirà la sua «ora» che inizia a Cana.Credere in lui, come hanno fatto i discepoli alla vista di questo “segno”, implica l’essere disposti a seguire lo stesso cammino: il dono di ciò che si ha, sia esso un “bicchiere di acqua fresca” offerto a “uno di questi piccoli”, o l’accoglienza a chiunque ne abbia bisogno (Mt 10,42).

3. L’annuncio del regno di Dio (Mc 1,14)

È un grido di gioia, la fine di una lunga attesa: il Regno è a portata di mano, può essere visto e toccato. L’annuncio è rivolto in primo luogo ai “poveri” di ogni specie. Matteo lo fa proclamare nella regione “marginale” della Galilea (4,12-17), Marco lo circonda con molte “guarigioni” (1,21-2,12), Luca afferma che esso si materializza nella persona di Gesù, che viene “oggi a rendere la libertà ai prigionieri” (4,16-22). Si può pure aggiungere che «il regno di Dio è giustizia, gioia e pace nello Spirito Santo» (Rm 14,17). All’annuncio di un Regno che è sempre “vicino”, segue l’invito a crederci e a darsi da fare per realizzarlo: è questo la “conversione”. Non tutti se ne rallegrano, o sono d’accordo: Marco ci segnala una serie di reazioni ostili all’annuncio, fino alla decisione di far morire Gesù (2,1-3,4). Ma la “luce” è ora nel mondo: le tenebre, anche le “nostre” (Mt 6,23), possono non accoglierla (Gv 1,5), ma non potranno mai spegnerla (Gv 8,12).

4. La Trasfigurazione

Lo splendore che irradia dalle vesti e dal volto di Gesù sulla cima del Tabor fa di questo mistero l’apoteosi della luce, che impregna persino la “nube” che avvolge i tre personaggi di questa gloriosa epifania. Ma si sa che l’evento si situa tra due annunci della passione, che è una “pausa” su una strada che porterà Gesù sino al Calvario. E dunque, questo “sole” non dura che un istante: la nostra visione più normale è quella della «lampada che brilla in un luogo oscuro» (1Pt 1,19), giusto quanto basta a «camminare nella luce» (1Gv 1,7). Questa lampada è comunque ben visibile: è nella voce del cielo che ordina: «Ascoltate lui!». Essa è dunque la Parola che Gesù dice, che Gesù fa, che Gesù è! Parola che ora si può “vedere, udire, contemplare, toccare” (cf. 1Gv 1,1). E questo è ciò che comunque rimane, anche dopo che la “visione” si è dissolta.

5. La Cena

Questo mistero fa passare dalla luce del Tabor alle tenebre della Passione. Normalmente i pittori ce ne danno un’immagine calma e serena, ma se si leggono bene i testi si vede come il quadro si costruisce attorno a due poli opposti: Giuda, il traditore, e il “discepolo amato”. Da una parte, c’è l’incomprensione, la discussione sulle precedenze, la fuga dei discepoli; dall’altra, essi sono gli amici di Gesù, quelli che perseverano con lui, ai quali egli confida i suoi sentimenti più intimi. Ma soprattutto, al di sopra di tutto ciò, risuonano le parole di Gesù che annunciano il tradimento e l’abbandono, e nel contempo dichiarano la sua volontà di “consegnare” il suo corpo per loro e per la moltitudine. Le nostre eucaristie riprendono tutti questi motivi: non sono mai la “cena” ideale che sogniamo, ma una mistura piuttosto confusa. In effetti, ogni liturgia è, allo stesso tempo, unacelebrazione e una provocazione: ti si mostra ciò che “sei” come discepolo, ti si dice: “diventalo”!

III. Misteri del dolore
1. Agonia al Getsemani

Nella notte un Gesù in preda a paura, tristezza, tedio, angoscia. Si comprende bene tutto questo quando capita di trovarsi in situazioni simili alla sua, quando queste parole non sono delle voci di un dizionario, ma dei sentimenti che feriscono la carne. La lista delle nostre paure è molto lunga, il vuoto del tedio può apparire a volte perfino un sollievo temporaneo, l’angoscia ci soffoca. Gesù ci dice di “vegliare”, ma cosa può significare questo quando gli occhi vedono solo buio? La sofferenza estrema ci fa ritornare alla fragilità dell’infanzia: si sente il bisogno della mano di un “papà”, Abbà, come Gesù chiama suo Padre (Mc 14,36), una mano che ci protegga, che ci rassicuri, che possa trasmetterci un po’ di tenerezza. Quale volto avrà l’angelo mandato a consolarci? Verrà? E quando? Che il buon Dio ci doni, quando lo preghiamo, di sentire la sua presenza accanto a noi e a tutti quelli che sperimentano una qualche forma di “agonia”.

2. Flagellazione

Questo supplizio, che mirava ad accelerare la morte del condannato, è appena menzionato nei vangeli (Mt 27,26), e però esso occupa tutto un “mistero”. La devozione medievale al crocifisso spiega questa enfasi. In effetti, la materia da contemplare comprende tutti gli oltraggi che Gesù ha ricevuto: i colpi delle sferze, gli sputi, gli schiaffi, la derisione, il disprezzo, l’abisso della desolazione. Alonso Cano (sec. XVII) ha dipinto Gesù nel pretorio, un corpo seminudo e intatto, solo, su un fondo nero, dove la “flagellazione” del titolo è appena suggerita: si intravede qualcuno a lato che sta preparando le sferze, e l’orrore è affidato all’immaginazione. È la materializzazione dell’abbandono, cui dà voce il salmo: «Mi ignorano come un morto dimenticato, come un rifiuto che si butta» (Sal 30,13). Forse solo l’umiliazione aiuta a capire cosa è l’umiltà, la sola virtù di cui non ci si può vantare (M. Bellet). Ma, a volte, basta uno sguardo di tenerezza, e la solitudine si addolcisce.

3. Coronazione di spine

Cosa aggiunge questa scena a ciò che si è già visto nel mistero precedente? Ciò che colpisce è che la stessa immagine di una “corona”, che per sé è una “vetta” che celebra un trionfo o una gloria regale, qui viene rovesciata: è il vertice della sconfitta! Gesù raggiunge il fondo dell’ignominia, l’abisso della perdita totale di rispetto e di dignità. Le autorità ebraiche pretendono che egli faccia il “profeta”, i soldati romani che egli mostri il suo potere di “re”. Gesù tace, e la sua regalità avrà il massimo punto di visibilità su una croce! La sua impotenza fa scandalo: egli non è quello che dice di essere! Ma il paradosso resta la sua verità: è il suo silenzio che parla, è la sua debolezza che ci salva, almeno per il solo fatto di condividere la nostra. Ricordo un bel libro di una benedettina inglese dal titolo: La porta della speranza, e che parla di Gesù come di «un Messia fallito». La corona di spine diventerà una corona d’alloro, quella che si metteva su nude croci di pietra nell’antichità cristiana quando non si osava esporre il cadavere di un crocifisso.

4. La salita al Calvario

L’inizio della Via Crucis mostra, nei vangeli sinottici, un Gesù passivo: lo «condussero» (Mc 15,20; Mt 27,31), lo «conducevano via» (Lc 23,26) per crocifiggerlo. Soltanto Giovanni scrive che «portando la sua croce, si avviò» (Gv 19,17), il che però è già una lettura teologica dell’evento. Per noi “passione” significa soprattutto sofferenza, ma si dimentica talvolta che la sofferenza peggiore è forse quando si è “passivi”, privati di libertà e di autonomia, quando non si controlla più niente, si è “condotti” da qualcuno là dove noi non andremmo mai, quando si è obbligati a “subire” in uno stato di impotenza totale. Questo è la croce, e questo spiega anche perché le regole monastiche insistono tanto sull’obbedienza, che ci fa «imitatori di Cristo» (Isacco della Stella), che si è «annientato» e ha «obbedito sino alla morte» (cf. Fil 2,6-11). Quando si arriva a questo punto ci si accorge molto presto che l’Imitazione di Cristo non è un aureo libretto da gustare nella calma tranquilla di un giardino, ma una ferita della carne, che occorre saper accogliere nella pazienza.

Preghiera del rosario
5. Morte di Gesù in croce

I vangeli ci danno tre quadri diversi di questa morte. Per Marco e Matteo è l’esperienza dell’abbandono e del vuoto: Gesù muore in una solitudine tragica in cui Dio stesso sembra scomparire. Per Luca, il Crocifisso è l’icona della pietà: in tre frasi Gesù dice il perdono, l’accoglienza, la fiducia. Giovanni invece riveste questa morte di significati teologici, anche se lascia intravedere passaggi di dolore: la separazione dalla madre, la sete, e quel «tutto è compiuto» che potrebbe esprimere il sollievo che accompagna la fine di un dolore insopportabile. Abbiamo dunque tre modi di vivere la morte: la paura di entrare nel nulla, la sofferenza che diventa una scuola di compassione, e un senso di compimento che ancora non si vede ma in cui si crede. Come una morte che è, nel contempo, il dono di un “soffio di vita” che chiamiamo lo Spirito (Gv 19,30).

IV. Misteri della gloria
1. La risurrezione

Cos’è la risurrezione? Un’idea, una dottrina, un’utopia? I vangeli ci dicono all’unanimità che si tratta di “incontri”. Da qui rinasce la speranza, che a sua volta genera la fede nella vittoria della vita sulla morte. Maria di Magdala è colei che esprime al meglio questo percorso. Non abbandona la tomba, aspetta di rivedere un volto, di tornare a sentire una voce ben nota. Ed è quello che capita. «Maria!» (Gv 20,16). Un nome, solo questo, ma è tutto! È riconosciuta, e riconosce. L’incontro con Colui che ti chiama con il tuo nome, perché ti conosce, e ti accoglie così come sei, nella tua bontà e nel tuo peccato, perché egli ti ama: ecco la risurrezione. Ogni domenica i cristiani sono chiamati a rifare questa esperienza di incontro con il Risorto: cosa ne è delle nostre eucaristie? E per il vero, ogni mattina il risveglio è una chiamata alla vita, anche nei giorni in cui non si ha voglia di alzarsi perché ci si ritrova “rivestiti di paura” (Sal 54,6). È il momento, allora, di pregare: «Al mattino fammi sentire il tuo amore, perché in te confido» (Sal 142,8).

2. Ascensione

Parrebbe piuttosto difficile esultare per una festa che celebra una partenza! Gesù se ne va, sparisce dalla nostra vista, e ai suoi discepoli si dice che è inutile continuare a guardare il cielo: egli «ritornerà» (At 1,11). Sì, ma quando? E come? E dove? Matteo si sbarazza presto del problema: conclude il suo vangelo con parole che rassicurano: «Io sono con voi tutti i giorni» (28,20). Al presente. Il punto è dunque comprendere che questa “separazione” assicura una “unione” più profonda, universale e perpetua. Che Gesù attraversi i cieli significa che egli è dovunque, misteriosamente. L’Ascensione è il punto d’arrivo di una storia iniziata a Betlemme: là il cielo era entrato nella terra, ora è la terra che entra nel cielo (Pietro Crisologo). L’effetto è sconvolgente. Lo si può riassumere con san Paolo: «noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8,28). L’ascensione dice che, in un modo per noi incomprensibile, questo “tutto” è salvato.

3. La discesa dello Spirito Santo

Se con l’Ascensione la terra, unita al Figlio dalla sua nascita, è salita con lui al cielo, a Pentecoste è il cielo che ridiscende sulla terra e si offre agli orizzonti del mondo. La Pasqua si completa nell’Ascensione, e questa manifesta la sua efficacia nello Spirito che viene a legare la terra al cielo in nozze durature. Questo ci permette di continuare quaggiù l’opera di Gesù, dal momento che noi riceviamo il suo “soffio” vivificante, il suo Spirito, che attira la terra verso il cielo. Lo Spirito ci raggiunge nello spazio domestico di un incontro familiare del Risorto con i suoi discepoli (Gv 20,19-23), ove si rivela nella pace che irradia su gente bloccata dalla paura. Gesù, vivo, vuole vivere nei suoi amici attraverso la missione che egli affida loro, e per garantire la continuità di questa azione offre il perdono e il “Paraclito”, Colui che resta accanto a noi per difenderci, darci forza e consolarci. Dove trovarlo? Soprattutto nella Scrittura, luce che sostiene il nostro cammino.

Preghiera del rosario
4. Assunzione della Vergine

I grandi cistercensi, che amavano contemplare la bellezza della vita celeste, hanno consacrato numerosi sermoni a questo mistero che ci mostra il primo frutto concreto della discesa dello Spirito. Se nel Cristo colui che “risale” al cielo è qualcuno che di là proviene, in Maria, sua madre, che è terrestre come noi, è la “terra” che è afferrata da Dio e posta accanto al suo trono. E dunque i misteri della gloria riguardano tutti noi. È bene notare che quella tra Gesù e Maria è una riunione d’amore. Aelredo di Rievaulx ha detto che la ragione dell’Assunzione corporale di Maria è dovuta al fatto che il “corpo” della madre non poteva sopportare di essere separato dal corpo del suo figlio in attesa della risurrezione finale! È un dono della spiritualità cistercense quello di immergere la bellezza delle verità di fede nella tenerezza delle relazioni umane. È confortante indugiare su questa conclusione, perché Maria è la “madre”, oltre che del Capo, pure di tutti noi!

5. Maria regina e madre di misericordia

Il medioevo usava dipingere l’incoronazione della Vergine in un’atmosfera di fasto regale. È anche l’epoca che ci ha dato quelle celebri antifone mariane in cui Maria è salutata come «Regina dei cieli e signora degli angeli», ma soprattutto come «Regina, Madre di misericordia», come dice la più conosciuta e la più cantata. Il privilegio che porta Maria a regnare accanto a Dio si trasforma in dono che dilata sulla terra la sua potenza di intercessione, di soccorso, di protezione: una regalità materna, una maternità regale, «vita, dolcezza e speranza nostra». Si canta la Salve Regina nei monasteri alla fine della giornata, quando una sola lampada nella chiesa illumina una statua o un’icona della Vergine. È una preghiera che si estende dal “grido” (clamamus) al “sospiro” (suspiramus), voce che dal nostro “esilio” invoca la sua presenza, quando la luce diminuisce e il giorno si accorcia. Con la dolcezza di Maria nel cuore, entriamo tranquilli nella notte.

Hummes: le comunità indigene chiedono l’ordinazione di uomini sposati

 

Vatican Insider 

(Iacopo Scaramuzzi) Il relatore generale in apertura del Sinodo denuncia gli interessi economici e politici che minacciano l’Amazzonia e spiega che la Chiesa deve essere fedele non al tradizionalismo ma alla tradizione. Senza mettere in discussione il celibato, le popolazioni indigene hanno chiesto che in Amazzonia «si apra la strada all’ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità» e si individui «un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità».

Amazzonia: Perché disturbare gli indios?

di: Giordano Cavallari

«Perché disturbare gli indios? La domanda è lecita. Se gli indios hanno continuato a vivere indisturbati e felici nel loro regno verde per millenni, perché andare a disturbarli col rischio di infrangere quell’equilibrio che li ha tenuti in vita fino ai nostri giorni? Perché ostinarsi a penetrare in un ambiente senza essere richiesti, non solo, ma anche col pericolo di rovinare tutto?».

Queste le domande, scritte con la libertà di “dire tutto”, poste in sovracoperta al libro uscito in questi giorni per l’editrice missionaria italiana, Nohimayu, Amazzonia, gli Yanomami e il mondo degli altri. Storia della missione Catrimani.

Le risposte a tali domande di mons. Servilio Conti nel marzo 1966, allora vescovo di Roraima, territorio della Amazzonia brasiliana, vanno pazientemente e felicemente rintracciate nelle oltre trecento pagine scritte e curate da Corrado Dalmonego e Paolo Moiola nel volume contenente molti altri contributi testuali corredati da bellissime foto.

Paolo Moiola è giornalista professionista, profondamente laico, ambientalista, frequentatore della Amazzonia e dei popoli indigeni dal 1986. In un suo testo osserva: «Dove c’è una miniera d’oro a cielo aperto, tutto è distruzione: al posto degli alberi, c’è il deserto; al posto del fiume, c’è acqua avvelenata da mercurio e carburanti; al posto di una comunità civile, c’è l’abbruttimento umano. Il risultato non cambia se, invece dell’oro, si estrae il petrolio, si coltiva la soia in modalità latifondo, si allevano milioni di vacche o si deviano fiumi. Ogni giorno l’Amazzonia perde una parte di sé a causa dell’uomo. In questo delirio distruttivo sono travolti anche i popoli indigeni, suoi abitanti originari». «La Chiesa cattolica oggi è certamente una forza positiva e sta dalla parte dei nativi». Ma in nota aggiunge: «Va segnalato che sull’Instrumentum laboris e sulla convocazione stessa del Sinodo, si sono levate forti opposizioni, da parte non solo di ambienti politico-affaristici (per esempio il presidente Bolsonaro), ma anche di circoli ed esponenti ecclesiali apertamente critici con il pontificato di Francesco».

Padre Corrado Dalmonego è missionario della Consolata. Vive con gli indios Yanomami della missione Catrimani dal 2008. Parla lo yanomae, una delle forme linguistiche del popolo. Corrado, attraverso ricerche nella documentazione della missione e naturalmente attraverso testimonianze proprie, scrive che «in vari decenni, i missionari hanno partecipato alle sofferenze e alle lotte condotte dalle comunità indigene che sono state aggredite in vari modi con decimazioni» per epidemie e per genocidi. Ci informa che il termine partecipazione è una delle possibili declinazioni di «pairiprai che può essere tradotto come aiutare, accompagnare, partecipare», appunto. Da cui l’effetto felice e di grazia della missione: nohimayu  (titolo del volume) ovvero l’effetto dell’incontro o del rapporto di amicizia tra missionari e indios che ha trasformato e che trasforma gli uni e gli altri. Forse più i missionari della Catrimani che gli indios, con ritorni profondi sul senso stesso della missione.

«Cercare infatti di separare l’annuncio esplicito del Vangelo dalla preparazione del terreno è uno sforzo sterile. Sarebbe come cercare di capire se Gesù incontrando la samaritana, la siro-fenicia, il lebbroso o il cieco, si fosse proposto di annunciare o si fosse limitato a una pre-evangelizzazione». «Dialogo e annuncio profetico sono dimensioni inseparabili, per le quali sono necessari un sincero incontro, uno scambio e una convivenza».

Padre Corrado Dalmonego sta partecipando al Sinodo straordinario sulla Amazzonia in veste di uditore.

indios

Corrado Dalmonego, Paolo Moiola, Nohimayu, Amazzonia, gli Yanomami e il mondo degli altri. Storia della missione Catrimani, EMI, Bologna 2019.