LETTERA APOSTOLICA IN FORMA DI «MOTU PROPRIO» DEL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO “APERUIT ILLIS” CON LA QUALE VIENE ISTITUITA LA DOMENICA DELLA PAROLA DI DIO

1. «Aprì loro la mente per comprendere le Scritture» (Lc 24,45). È uno degli ultimi gesti compiuti dal Signore risorto, prima della sua Ascensione. Appare ai discepoli mentre sono radunati insieme, spezza con loro il pane e apre le loro menti all’intelligenza delle Sacre Scritture. A quegli uomini impauriti e delusi rivela il senso del mistero pasquale: che cioè, secondo il progetto eterno del Padre, Gesù doveva patire e risuscitare dai morti per offrire la conversione e il perdono dei peccati (cfr Lc 24,26.46-47); e promette lo Spirito Santo che darà loro la forza di essere testimoni di questo Mistero di salvezza (cfr Lc 24,49).

La relazione tra il Risorto, la comunità dei credenti e la Sacra Scrittura è estremamente vitale per la nostra identità. Senza il Signore che ci introduce è impossibile comprendere in profondità la Sacra Scrittura, ma è altrettanto vero il contrario: senza la Sacra Scrittura restano indecifrabili gli eventi della missione di Gesù e della sua Chiesa nel mondo. Giustamente San Girolamo poteva scrivere: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (In Is., Prologo: PL 24,17).

2. A conclusione del Giubileo straordinario della misericordia avevo chiesto che si pensasse a «una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo» (Lett. ap. Misericordia et misera, 7). Dedicare in modo particolare una domenica dell’Anno liturgico alla Parola di Dio consente, anzitutto, di far rivivere alla Chiesa il gesto del Risorto che apre anche per noi il tesoro della sua Parola perché possiamo essere nel mondo annunciatori di questa inesauribile ricchezza. Tornano alla mente in proposito gli insegnamenti di Sant’Efrem: «Chi è capace di comprendere, Signore, tutta la ricchezza di una sola delle tue parole? È molto di più ciò che sfugge di quanto riusciamo a comprendere. Siamo proprio come gli assetati che bevono a una fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come numerose sono le prospettive di quanti la studiano. Il Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, perché coloro che la scrutano possano contemplare ciò che preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perché ciascuno di noi trovi una ricchezza in ciò che contempla» (Commenti sul Diatessaron, 1, 18).

Con questa Lettera, pertanto, intendo rispondere a tante richieste che mi sono giunte da parte del popolo di Dio, perché in tutta la Chiesa si possa celebrare in unità di intenti la Domenica della Parola di Dio. È diventata ormai una prassi comune vivere dei momenti in cui la comunità cristiana si concentra sul grande valore che la Parola di Dio occupa nella sua esistenza quotidiana. Esiste nelle diverse Chiese locali una ricchezza di iniziative che rende sempre più accessibile la Sacra Scrittura ai credenti, così da farli sentire grati di un dono tanto grande, impegnati a viverlo nel quotidiano e responsabili di testimoniarlo con coerenza.

Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha dato un grande impulso alla riscoperta della Parola di Dio con la Costituzione dogmatica Dei Verbum. Da quelle pagine, che sempre meritano di essere meditate e vissute, emerge in maniera chiara la natura della Sacra Scrittura, il suo essere tramandata di generazione in generazione (cap. II), la sua ispirazione divina (cap. III) che abbraccia Antico e Nuovo Testamento (capp. IV e V) e la sua importanza per la vita della Chiesa (cap. VI). Per incrementare quell’insegnamento, Benedetto XVI convocò nel 2008 un’Assemblea del Sinodo dei Vescovi sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, in seguito alla quale pubblicò l’Esortazione Apostolica Verbum Domini, che costituisce un insegnamento imprescindibile per le nostre comunità.[1] In questo Documento, in modo particolare, viene approfondito il carattere performativo della Parola di Dio, soprattutto quando nell’azione liturgica emerge il suo carattere propriamente sacramentale.[2]

È bene, pertanto, che non venga mai a mancare nella vita del nostro popolo questo rapporto decisivo con la Parola viva che il Signore non si stanca mai di rivolgere alla sua Sposa, perché possa crescere nell’amore e nella testimonianza di fede.

3. Stabilisco, pertanto, che la III Domenica del Tempo Ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio. Questa Domenica della Parola di Dio verrà così a collocarsi in un momento opportuno di quel periodo dell’anno, quando siamo invitati a rafforzare i legami con gli ebrei e a pregare per l’unità dei cristiani. Non si tratta di una mera coincidenza temporale: celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida.

Le comunità troveranno il modo per vivere questa Domenica come un giorno solenne. Sarà importante, comunque, che nella celebrazione eucaristica si possa intronizzare il testo sacro, così da rendere evidente all’assemblea il valore normativo che la Parola di Dio possiede. In questa domenica, in modo particolare, sarà utile evidenziare la sua proclamazione e adattare l’omelia per mettere in risalto il servizio che si rende alla Parola del Signore. I Vescovi potranno in questa Domenica celebrare il rito del Lettorato o affidare un ministero simile, per richiamare l’importanza della proclamazione della Parola di Dio nella liturgia. È fondamentale, infatti, che non venga meno ogni sforzo perché si preparino alcuni fedeli ad essere veri annunciatori della Parola con una preparazione adeguata, così come avviene in maniera ormai usuale per gli accoliti o i ministri straordinari della Comunione. Alla stessa stregua, i parroci potranno trovare le forme per la consegna della Bibbia, o di un suo libro, a tutta l’assemblea in modo da far emergere l’importanza di continuare nella vita quotidiana la lettura, l’approfondimento e la preghiera con la Sacra Scrittura, con un particolare riferimento alla lectio divina.

4. Il ritorno del popolo d’Israele in patria, dopo l’esilio babilonese, fu segnato in modo significativo dalla lettura del libro della Legge. La Bibbia ci offre una commovente descrizione di quel momento nel libro di Neemia. Il popolo è radunato a Gerusalemme nella piazza della Porta delle Acque in ascolto della Legge. Quel popolo era stato disperso con la deportazione, ma ora si ritrova radunato intorno alla Sacra Scrittura come fosse «un solo uomo» (Ne 8,1). Alla lettura del libro sacro, il popolo «tendeva l’orecchio» (Ne 8,3), sapendo di ritrovare in quella parola il senso degli eventi vissuti. La reazione alla proclamazione di quelle parole fu la commozione e il pianto: «[I leviti] leggevano il libro della Legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemia, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: “Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!”. Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della Legge. […] “Non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza”» (Ne 8,8-10).

Queste parole contengono un grande insegnamento. La Bibbia non può essere solo patrimonio di alcuni e tanto meno una raccolta di libri per pochi privilegiati. Essa appartiene, anzitutto, al popolo convocato per ascoltarla e riconoscersi in quella Parola. Spesso, si verificano tendenze che cercano di monopolizzare il testo sacro relegandolo ad alcuni circoli o a gruppi prescelti. Non può essere così. La Bibbia è il libro del popolo del Signore che nel suo ascolto passa dalla dispersione e dalla divisione all’unità. La Parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo.

5. In questa unità, generata dall’ascolto, i Pastori in primo luogo hanno la grande responsabilità di spiegare e permettere a tutti di comprendere la Sacra Scrittura. Poiché essa è il libro del popolo, quanti hanno la vocazione di essere ministri della Parola devono sentire forte l’esigenza di renderla accessibile alla propria comunità.

L’omelia, in particolare, riveste una funzione del tutto peculiare, perché possiede «un carattere quasi sacramentale» (Esort. ap.Evangelii gaudium, 142). Far entrare in profondità nella Parola di Dio, con un linguaggio semplice e adatto a chi ascolta, permette al sacerdote di far scoprire anche la «bellezza delle immagini che il Signore utilizzava per stimolare la pratica del bene» (ibid.). Questa è un’opportunità pastorale da non perdere!

Per molti dei nostri fedeli, infatti, questa è l’unica occasione che possiedono per cogliere la bellezza della Parola di Dio e vederla riferita alla loro vita quotidiana. È necessario, quindi, che si dedichi il tempo opportuno per la preparazione dell’omelia. Non si può improvvisare il commento alle letture sacre. A noi predicatori è richiesto, piuttosto, l’impegno a non dilungarci oltre misura con omelie saccenti o argomenti estranei. Quando ci si ferma a meditare e pregare sul testo sacro, allora si è capaci di parlare con il cuore per raggiungere il cuore delle persone che ascoltano, così da esprimere l’essenziale che viene colto e che produce frutto. Non stanchiamoci mai di dedicare tempo e preghiera alla Sacra Scrittura, perché venga accolta «non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio» (1Ts 2,13).

È bene che anche i catechisti, per il ministero che rivestono di aiutare a crescere nella fede, sentano l’urgenza di rinnovarsi attraverso la familiarità e lo studio delle Sacre Scritture, che consentano loro di favorire un vero dialogo tra quanti li ascoltano e la Parola di Dio.

6. Prima di raggiungere i discepoli, chiusi in casa, e aprirli all’intelligenza della Sacra Scrittura (cfr Lc 24,44-45), il Risorto appare a due di loro lungo la via che porta da Gerusalemme a Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Il racconto dell’evangelista Luca nota che è il giorno stesso della Risurrezione, cioè la domenica. Quei due discepoli discutono sugli ultimi avvenimenti della passione e morte di Gesù. Il loro cammino è segnato dalla tristezza e dalla delusione per la tragica fine di Gesù. Avevano sperato in Lui come Messia liberatore, e si trovano di fronte allo scandalo del Crocifisso. Con discrezione, il Risorto stesso si avvicina e cammina con i discepoli, ma quelli non lo riconoscono (cfr v. 16). Lungo la strada, il Signore li interroga, rendendosi conto che non hanno compreso il senso della sua passione e morte; li chiama «stolti e lenti di cuore» (v. 25) e «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (v. 27). Cristo è il primo esegeta! Non solo le Scritture antiche hanno anticipato quanto Egli avrebbe realizzato, ma Lui stesso ha voluto essere fedele a quella Parola per rendere evidente l’unica storia della salvezza che trova in Cristo il suo compimento.

7. La Bibbia, pertanto, in quanto Sacra Scrittura, parla di Cristo e lo annuncia come colui che deve attraversare le sofferenze per entrare nella gloria (cfr v. 26). Non una sola parte, ma tutte le Scritture parlano di Lui. La sua morte e risurrezione sono indecifrabili senza di esse. Per questo una delle confessioni di fede più antiche sottolinea che Cristo «morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa» (1Cor 15,3-5). Poiché le Scritture parlano di Cristo, permettono di credere che la sua morte e risurrezione non appartengono alla mitologia, ma alla storia e si trovano al centro della fede dei suoi discepoli.

È profondo il vincolo tra la Sacra Scrittura e la fede dei credenti. Poiché la fede proviene dall’ascolto e l’ascolto è incentrato sulla parola di Cristo (cfr Rm 10,17), l’invito che ne scaturisce è l’urgenza e l’importanza che i credenti devono riservare all’ascolto della Parola del Signore sia nell’azione liturgica, sia nella preghiera e riflessione personali.

8. Il “viaggio” del Risorto con i discepoli di Emmaus si chiude con la cena. Il misterioso Viandante accetta l’insistente richiesta che gli rivolgono i due: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29). Si siedono a tavola, Gesù prende il pane, recita la benedizione, lo spezza e lo offre a loro. In quel momento i loro occhi si aprono e lo riconoscono (cfr v. 31).

Comprendiamo da questa scena quanto sia inscindibile il rapporto tra la Sacra Scrittura e l’Eucaristia. Il Concilio Vaticano IIinsegna: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli» (Dei Verbum, 21).

La frequentazione costante della Sacra Scrittura e la celebrazione dell’Eucaristia rendono possibile il riconoscimento fra persone che si appartengono. Come cristiani siamo un solo popolo che cammina nella storia, forte della presenza del Signore in mezzo a noi che ci parla e ci nutre. Il giorno dedicato alla Bibbia vuole essere non “una volta all’anno”, ma una volta per tutto l’anno, perché abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto, che non cessa di spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti. Per questo abbiamo bisogno di entrare in confidenza costante con la Sacra Scrittura, altrimenti il cuore resta freddo e gli occhi rimangono chiusi, colpiti come siamo da innumerevoli forme di cecità.

Sacra Scrittura e Sacramenti tra loro sono inseparabili. Quando i Sacramenti sono introdotti e illuminati dalla Parola, si manifestano più chiaramente come la meta di un cammino dove Cristo stesso apre la mente e il cuore a riconoscere la sua azione salvifica. È necessario, in questo contesto, non dimenticare l’insegnamento che viene dal libro dell’Apocalisse. Qui viene insegnato che il Signore sta alla porta e bussa. Se qualcuno ascolta la sua voce e gli apre, Egli entra per cenare insieme (cfr 3,20). Cristo Gesù bussa alla nostra porta attraverso la Sacra Scrittura; se ascoltiamo e apriamo la porta della mente e del cuore, allora entra nella nostra vita e rimane con noi.

9. Nella Seconda Lettera a Timoteo, che costituisce in qualche modo il suo testamento spirituale, San Paolo raccomanda al suo fedele collaboratore di frequentare costantemente la Sacra Scrittura. L’Apostolo è convinto che «tutta la Sacra Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare» (3,16). Questa raccomandazione di Paolo a Timoteo costituisce una base su cui la Costituzione conciliare Dei Verbum affronta il grande tema dell’ispirazione della Sacra Scrittura, una base da cui emergono in particolare la finalità salvifica, la dimensione spirituale e il principio dell’incarnazione per la Sacra Scrittura.

Richiamando anzitutto la raccomandazione di Paolo a Timoteo, la Dei Verbum sottolinea che «i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture» (n. 11). Poiché queste istruiscono in vista della salvezza per la fede in Cristo (cfr 2Tm 3,15), le verità contenute in esse servono per la nostra salvezza. La Bibbia non è una raccolta di libri di storia, né di cronaca, ma è interamente rivolta alla salvezza integrale della persona. L’innegabile radicamento storico dei libri contenuti nel testo sacro non deve far dimenticare questa finalità primordiale: la nostra salvezza. Tutto è indirizzato a questa finalità iscritta nella natura stessa della Bibbia, che è composta come storia di salvezza in cui Dio parla e agisce per andare incontro a tutti gli uomini e salvarli dal male e dalla morte.

Per raggiungere tale finalità salvifica, la Sacra Scrittura sotto l’azione dello Spirito Santo trasforma in Parola di Dio la parola degli uomini scritta in maniera umana (cfr Dei Verbum, 12). Il ruolo dello Spirito Santo nella Sacra Scrittura è fondamentale. Senza la sua azione, il rischio di rimanere rinchiusi nel solo testo scritto sarebbe sempre all’erta, rendendo facile l’interpretazione fondamentalista, da cui bisogna rimanere lontani per non tradire il carattere ispirato, dinamico e spirituale che il testo sacro possiede. Come ricorda l’Apostolo «La lettera uccide, lo Spirito invece dà vita»(2Cor 3,6). Lo Spirito Santo, dunque, trasforma la Sacra Scrittura in Parola vivente di Dio, vissuta e trasmessa nella fede del suo popolo santo.

10. L’azione dello Spirito Santo non riguarda soltanto la formazione della Sacra Scrittura, ma opera anche in coloro che si pongono in ascolto della Parola di Dio. È importante l’affermazione dei Padri conciliari secondo cui la Sacra Scrittura deve essere «letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta» (Dei Verbum, 12). Con Gesù Cristo la rivelazione di Dio raggiunge il suo compimento e la sua pienezza; eppure, lo Spirito Santo continua la sua azione. Sarebbe riduttivo, infatti, limitare l’azione dello Spirito Santo solo alla natura divinamente ispirata della Sacra Scrittura e ai suoi diversi autori. È necessario, pertanto, avere fiducia nell’azione dello Spirito Santo che continua a realizzare una sua peculiare forma di ispirazione quando la Chiesa insegna la Sacra Scrittura, quando il Magistero la interpreta autenticamente (cfr ibid., 10) e quando ogni credente ne fa la propria norma spirituale. In questo senso possiamo comprendere le parole di Gesù quando, ai discepoli che confermano di aver afferrato il significato delle sue parabole, dice: «Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).

11. La Dei Verbum, infine, precisa che «le parole di Dio espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo» (n. 13). È come dire che l’Incarnazione del Verbo di Dio dà forma e senso alla relazione tra la Parola di Dio e il linguaggio umano, con le sue condizioni storiche e culturali. È in questo evento che prende forma la Tradizione, che è anch’essa Parola di Dio (cfr ibid., 9). Spesso si corre il rischio di separare tra loro la Sacra Scrittura e la Tradizione, senza comprendere che insieme sono l’unica fonte della Rivelazione. Il carattere scritto della prima nulla toglie al suo essere pienamente parola viva; così come la Tradizione viva della Chiesa, che la trasmette incessantemente nel corso dei secoli di generazione in generazione, possiede quel libro sacro come la «regola suprema della fede» (ibid., 21). D’altronde, prima di diventare un testo scritto, la Sacra Scrittura è stata trasmessa oralmente e mantenuta viva dalla fede di un popolo che la riconosceva come sua storia e principio di identità in mezzo a tanti altri popoli. La fede biblica, pertanto, si fonda sulla Parola viva, non su un libro.

12. Quando la Sacra Scrittura è letta nello stesso Spirito con cui è stata scritta, permane sempre nuova. L’Antico Testamento non è mai vecchio una volta che è parte del Nuovo, perché tutto è trasformato dall’unico Spirito che lo ispira. L’intero testo sacro possiede una funzione profetica: essa non riguarda il futuro, ma l’oggi di chi si nutre di questa Parola. Gesù stesso lo afferma chiaramente all’inizio del suo ministero: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). Chi si nutre ogni giorno della Parola di Dio si fa, come Gesù, contemporaneo delle persone che incontra; non è tentato di cadere in nostalgie sterili per il passato, né in utopie disincarnate verso il futuro.

La Sacra Scrittura svolge la sua azione profetica anzitutto nei confronti di chi l’ascolta. Essa provoca dolcezza e amarezza. Tornano alla mente le parole del profeta Ezechiele quando, invitato dal Signore a mangiare il rotolo del libro, confida: «Fu per la mia bocca dolce come il miele» (3,3). Anche l’evangelista Giovanni sull’isola di Patmos rivive la stessa esperienza di Ezechiele di mangiare il libro, ma aggiunge qualcosa di più specifico: «In bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza» (Ap 10,10).

La dolcezza della Parola di Dio ci spinge a parteciparla a quanti incontriamo nella nostra vita per esprimere la certezza della speranza che essa contiene (cfr 1Pt 3,15-16). L’amarezza, a sua volta, è spesso offerta dal verificare quanto difficile diventi per noi doverla vivere con coerenza, o toccare con mano che essa viene rifiutata perché non ritenuta valida per dare senso alla vita. È necessario, pertanto, non assuefarsi mai alla Parola di Dio, ma nutrirsi di essa per scoprire e vivere in profondità la nostra relazione con Dio e i fratelli.

13. Un’ulteriore provocazione che proviene dalla Sacra Scrittura è quella che riguarda la carità. Costantemente la Parola di Dio richiama all’amore misericordioso del Padre che chiede ai figli di vivere nella carità. La vita di Gesù è l’espressione piena e perfetta di questo amore divino che non trattiene nulla per sé, ma a tutti offre sé stesso senza riserve. Nella parabola del povero Lazzaro troviamo un’indicazione preziosa. Quando Lazzaro e il ricco muoiono, questi, vedendo il povero nel seno di Abramo, chiede che venga inviato ai suoi fratelli perché li ammonisca a vivere l’amore del prossimo, per evitare che anch’essi subiscano i suoi stessi tormenti. La risposta di Abramo è pungente: «Hanno Mosè e i profeti ascoltino loro» (Lc 16,29). Ascoltare le Sacre Scritture per praticare la misericordia: questa è una grande sfida posta dinanzi alla nostra vita. La Parola di Dio è in grado di aprire i nostri occhi per permetterci di uscire dall’individualismo che conduce all’asfissia e alla sterilità mentre spalanca la strada della condivisione e della solidarietà.

14. Uno degli episodi più significativi del rapporto tra Gesù e i discepoli è il racconto della Trasfigurazione. Gesù sale sul monte a pregare con Pietro, Giacomo e Giovanni. Gli evangelisti ricordano che mentre il volto e le vesti di Gesù risplendevano, due uomini conversavano con Lui: Mosè ed Elia, che impersonano rispettivamente la Legge e i Profeti, cioè le Sacre Scritture. La reazione di Pietro, a quella vista, è piena di gioiosa meraviglia: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia» (Lc 9,33). In quel momento una nube li copre con la sua ombra e i discepoli sono colti dalla paura.

La Trasfigurazione richiama la festa delle capanne, quando Esdra e Neemia leggevano il testo sacro al popolo, dopo il ritorno dall’esilio. Nello stesso tempo, essa anticipa la gloria di Gesù in preparazione allo scandalo della passione, gloria divina che viene evocata anche dalla nube che avvolge i discepoli, simbolo della presenza del Signore. Questa Trasfigurazione è simile a quella della Sacra Scrittura, che trascende sé stessa quando nutre la vita dei credenti. Come ricorda la Verbum Domini: «Nel recupero dell’articolazione tra i diversi sensi scritturistici diventa allora decisivo cogliere il passaggio tra lettera e spirito. Non si tratta di un passaggio automatico e spontaneo; occorre piuttosto un trascendimento della lettera» (n. 38).

15. Nel cammino di accoglienza della Parola di Dio, ci accompagna la Madre del Signore, riconosciuta come beata perché ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le aveva detto (cfr Lc 1,45). La beatitudine di Maria precede tutte le beatitudini pronunciate da Gesù per i poveri, gli afflitti, i miti, i pacificatori e coloro che sono perseguitati, perché è la condizione necessaria per qualsiasi altra beatitudine. Nessun povero è beato perché povero; lo diventa se, come Maria, crede nell’adempimento della Parola di Dio. Lo ricorda un grande discepolo e maestro della Sacra Scrittura, Sant’Agostino: «Qualcuno in mezzo alla folla, particolarmente preso dall’entusiasmo, esclamò: “Beato il seno che ti ha portato”. E lui: “Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio, e la custodiscono”. Come dire: anche mia madre, che tu chiami beata, è beata appunto perché custodisce la parola di Dio, non perché in lei il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi, ma perché custodisce il Verbo stesso di Dio per mezzo del quale è stata fatta, e che in lei si è fatto carne» (Sul Vang. di Giov., 10, 3).

La domenica dedicata alla Parola possa far crescere nel popolo di Dio la religiosa e assidua familiarità con le Sacre Scritture, così come l’autore sacro insegnava già nei tempi antichi: «Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Dt 30,14).

Dato a Roma, presso San Giovanni in Laterano, 30 Settembre 2019

Memoria liturgica di San Girolamo nell’inizio del 1600° anniversario della morte

FRANCESCO


[1] Cfr AAS 102 (2010), 692-787.

[2] «La sacramentalità della Parola si lascia così comprendere in analogia alla presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino consacrati. Accostandoci all’altare e prendendo parte al banchetto eucaristico noi comunichiamo realmente al corpo e al sangue di Cristo. La proclamazione della Parola di Dio nella celebrazione comporta il riconoscere che sia Cristo stesso ad essere presente e a rivolgersi a noi per essere accolto» (Verbum Domini, 56).


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Narendra Modi: ‘orgogliosi’ della canonizzazione di sr. Mariam Thresia


AsiaNews 

(Nirmala Carvalho) Papa Francesco la eleverà agli onori degli altari il 13 ottobre. La religiosa indiana è la fondatrice della congregazione delle suore dell’Holy Family. Di origini nobili, ha dedicato la sua vita ai poveri. Il commento positivo del primo ministro è un’apertura nei confronti della minoranza cristiana, bersaglio dei radicali indù soprattutto da quando egli è al potere.

Troppa ignoranza tra i fedeli, il Papa apre una campagna mondiale per diffondere la Parola

Il Messaggero

(Franca Giansoldati) La morte e la resurrezione di Cristo «non appartengono alla mitologia ma alla storia e sono al centro della fede». Il Papa apre una campagna mondiale per la riscoperta della Sacra Scrittura, per fare conoscere l’antico e il nuovo testamento, visto che la stragrande maggioranza dei fedeli dimostrano (stando ad alcuni recenti sondaggi) di non conocere le nozioni fondamentali del testo biblico. Con una Lettera Apostolica in forma di motu proprio dal titolo latino Aperuit Illis, Francesco mette in chiaro che si deve ripristinare il vincolo tra la fede dei credenti e il Libro dei Libri. «Poiché la fede proviene dall’ascolto e l’ascolto è incentrato sulla parola di Cristo 

Papa: in diretta su Tv2000 Vespri per inizio del Mese missionario straordinario

Tv2000

Martedì 1 ottobre ore 17.15 – Tv2000, in collaborazione con Vatican Media, trasmette, in diretta dalla Basilica Vaticana, martedì 1 ottobre 2019 ore 17.15, la preghiera liturgica dei Vespri in occasione dell’inizio del mese missionario presieduta da Papa Francesco.
Martedì 1 ottobre memoria liturgica di Santa Teresa di Gesù Bambino Patrona universale delle missioni insieme a San Francesco Saverio, con la celebrazione dei Vespri presieduta da Papa Francesco nella Basilica vaticana, introdotta dalla Veglia missionaria e dall’ascolto di testimonianze dal mondo missionario, si apre il Mese Missionario Straordinario Ottobre 2019 voluto dal Papa “al fine di risvegliare maggiormente la consapevolezza della missio ad gentes” (Angelus, 22 ottobre 2017).

Ottobre si apre “un tempo straordinario di missionarietà”


 Fides 

“Per il mese di ottobre del 2019 ho chiesto a tutta la Chiesa di vivere un tempo straordinario di missionarietà per commemorare il centenario della promulgazione della Lettera apostolica Maximum illud del Papa Benedetto XV (30 novembre 1919). La profetica lungimiranza della sua proposta apostolica mi ha confermato su quanto sia ancora oggi importante rinnovare l’impegno missionario della Chiesa

Pensare ai poveri già qui e ora

Pensare ai poveri prima di assicurare loro il Paradiso: è il monito del Vangelo di oggi, ripreso da una bella poesia di Giorgio Orelli dedicata a Leonardo Boff

C’è una forza potentissima nella parabola di Lazzaro e del ricco indifferente. Forza potentissima di richiamo e ammonimento a quanti sono ricchi e autocentrati, forza che pervicace rimane nonostante tutti i tentativi di addomesticare le parole durissime di Gesù contro la ricchezza; parole molto severe, troppo spesso narcotizzate lungo i secoli, troppo spesso variamente interpretate per renderle innocue. Eppure, quella Chiesa che non raramente ha cercato di togliere forza a questi avvertimenti del suo Signore, ci ha consegnato un Vangelo su cui lei stessa è giudicata: mirabile custodia e grande azione dello Spirito!

A volte mi chiedo: se la gerarchia avesse impiegato gli stessi sforzi per condannare la ricchezza, quanto quelli che ha dedicato alla purità sessuale, in quale mondo diverso forse vivremmo? Ma questa è storia ipotetica, mentre oggi, nell’hinc et nunc, la nostra domenica ci porta a ricordare che i poveri ci sono, sono presenti, e che ai ricchi sono riservati giudizi quasi senza appello. Per un Lazzaro che va in Paradiso, ci ricorda il Vangelo, c’è un ricco epulone a cui è riservato un luogo terribile, dove egli dimora «tra i tormenti» e da dove, forse per la prima volta, riesce a guardare agli altri, almeno ai prossimi di casa (i «cinque fratelli») e a preoccuparsi della loro sorte. Colui che non si curava del povero mendicante alla sua porta, adesso sente il bisogno di evitare ai fratelli un destino di separazione e dolore. Un passo avanti, una maturazione umana. Ma l’ora è passata, il tempo è scaduto: al lettore rimane l’avviso finale a tenere conto delle parole della Sapienza di Dio.

Sono considerazioni che trovo mirabilmente riassunte in una poesia del ticinese Giorgio Orelli (1921-2013), tratta da Spiracoli (1989), dedicata al noto teologo della Liberazione Leonardo Boff, figura oggetto di scontri, prese di posizione, interventi e dibattiti dell’attualità ecclesiale.

A Leonardo Boff

Leonardo, che sempre
pensi ai poveri PRIMA
ch’entrino primi nel Regno e scrivi
«Ciò che dev’essere è forte e invincibile»:
non è la febbre di Lefebvre ma quella
di Romero, ogni giorno la tua meta
luccica come lacrima, lontano
da Roma e dal razzente cardinale
che in sintonia con la santa dottrina
ha scambiato per una muleta
un oleandro.

I primi versi del testo, con quella ricchezza e intensità che solo la poesia può avere, sigilla un compendio del Vangelo di oggi: «pensi ai poveri PRIMA / ch’entrino primi nel Regno»: è un invito alla responsabilità, a non dichiarare «beati» i poveri come oblio di coscienza, come presa di distanza consolatoria. Pensare ai poveri già oggi, già ora, già nella nostra vita, e non dopo, quando tutto sarà oltre.
È stato il peccato del ricco epulone; può essere il peccato di chi non incide nella società, o l’errore di chi ha paura.
Orelli critica «Roma» e il «razzente cardinale», probabilmente il ‘pungente cardinale’ Ratzinger, allora custode dell’ortodossia. Prende le distanze da un attivismo tradizionalista e formale (Lefebvre) a favore di un martire della carità (Romero), alla cui scuola il poeta colloca Leonardo Boff.
Non è qui il caso di entrare nel merito della questione teologica e storiografica; ma rimane l’ammonimento del Vangelo, che Orelli rilancia: pensare ai poveri PRIMA di assicurare loro il Paradiso, evitando di parlare di una loro primazia, se questo è un modo per continuare a lavarsi la coscienza e renderci indifferenti alla sofferenza. Tentazione conosciuta e sempre pronta a trarci in inganno.
Certamente la salvezza eterna è la meta di ogni cristiano: ma sentiamoci responsabili anche di Lazzaro, per una «febbre» della carità che porta alla santità: come Oscar Romero, che tra Lazzaro e il ricco scelse Lazzaro, pagando con la vita.

vinonuovo

Parola di Dio: ma anche del lettore…

Dislessia da ambone. Si chiamerebbe senz’altro così – in termini clinici – la malattia tipica dei lettori «da messa». Distratti, apatici ma soprattutto velocissimi: i sintomi della «patologia della prima lettura» sono inequivocabili ma non cessano di mietere vittime. 

La patologia è piuttosto giovane; nasce infatti mezzo secolo fa dal Concilio Vaticano II: per la prima volta, allora, la grande assemblea mise in discussione il monopolio della Liturgia della parola, fino al 1965 riservato a preti e chierici. Ma alla rivoluzione del leggìo – finalmente accessibile anche a laici e donne (!) – si accompagnò fin da subito una vera epidemia di cattive letture che sminuiva l’occasione data dal bel rituale.

Forse al «paziente zero» avremmo potuto ammettere l’ignoranza della cura (che invece esiste, per fortuna) ma l’impressione è che nemmeno oggigiorno la malattia dell’errata declamazione sia stata presa abbastanza seriamente. Eppure il problema – incancrenito dall’abitudine – c’è, tanto che ci sono parroci che hanno trovato opportuno appendere in chiesa il decalogo del buon lettore. Tra le massime del «Galateo del lezionario» si esorta alla pronuncia corretta dell’epigrafe «Parola di Dio», ma anche a non portare il foglietto della Messa dalla “bassa” panca all’ “alto” leggìo, bensì di servirsi dell’apposito libro.

Le accuse sono tante altre: in primis ci sarebbe un’analfabetismo filologico, per cui i sintagmi standard (come il presentativo «Dal libro…») definiti dalla liturgia sarebbero stravolti – se non proprio dimenticati – dal lettore inesperto. Inoltre è spesso accertata una mutilazione del contesto: non si capisce bene cosa di dice, perché i brani biblici non sono sempre di facile interpretazione. L’importante allora è andare avanti spediti, senza quasi prendere il fiato, per non fare la figura di non saper leggere – e forse per finire prima l’incarico: ecco perché capita di sentire declamare a raffica i profeti (e in un battibaleno di perdere il filo) o di vedere ignorata ogni punteggiatura persino nei passi paolini più ardui da comprendere.

Ma i disturbi sono anche tecnici, quasi fisici. La stragrande maggioranza dei lettori «pecca» infatti di gestureo sbaglia tonalità vocale. Ci sono gli espressionisti che, gesticolando, leggono la Genesi a mo’ di fiaba polifonica e chi, invece, attribuisce ai dialoghi evangelici connotati monocorde. In alternativa diffusissima è la resa sintattica che segue il ritmo della frase in una sorta di noiosa cantilena.

A dire il vero ormai sono in molti a occuparsi, almeno a livello teorico, di come parlare in chiesa. I francesi, liturgicamente più maturi di noi, hanno fondato vere e proprie scuole parrocchiali per depurare, in un paio d’ore ogni settimana, l’eloquio dei retori di Dio e hanno giurato guerra all’improvvisazione dal pulpito. Anche in Italia qualcuno prova a fare la voce grossa e sono usciti alcuni manuali per imparare ed esercitarsi sulla dizione perfetta.

Certo che, imbrigliato dal bon ton e stretto nella grammatica, il lettore modello rischia di diventare una pura chimera. E l’unica soluzione al nodo gordiano sembrerebbe ritrovare un anacronistico nastro della voce di Gesù mentre leggeva i rotoli nella sinagoga di Nazaret… (Lc 4,16-17) In realtà, se non si perde nella casistica, la letteratura risponde a un’esigenza praticissima e sacrosanta dei fedeli: capire.

Basta con i buonismi: non tutti sanno leggere. O meglio, anche la comunicazione in chiesa (proprio come quella giornalistica o pubblicitaria) ha delle regole precise e, per farla come si deve, bisogna studiarla: pena l’incomunicabilità con l’assemblea. All’opposto, una lettura ben fatta fa miracoli; addirittura il pubblico in ascolto del profeta Baruc arrivò a piangere davanti alla sua ars (Bar 1,5). Esercizi di respirazione da cantanti dunque, prove tecniche di accenti come doppiatori e magari qualche lezione di storia e teologia… L’ora di rimboccarsi le maniche e fare qualcosa di livello anche al microfono della messa è senz’altro l’unica direzione per salvarsi in quest’era di specializzazione totale.

Perciò alcuni puntano il dito persino sulle preghiere lette dai bambini: il problema – nato già con l’apostolo Filippo che rimbrotta l’eunuco con un preoccupato «Capisci quello che stai leggendo?» (At 8,30) – starebbe nel fatto che il significato del contenuto è necessario, mentre spesso le invocazioni sono preparate con parole incomprensibili per i piccoli.

Si capirà ormai: le mille sfaccettature del «morbo del lettore liturgico» si allargano e interessano – non senza qualche eccesso – mezza celebrazione… Ma comunque la bontà della sfida di trasformarsi da megafoni impacciati ad appassionati portavoce di Dio rimane. Almeno in attesa di un vaccino definitivo.

vinonuovo

1 Ottobre S. Teresa di Gesù Bambino

Grado della Celebrazione: Memoria
Colore liturgico: Bianco
Scheda Agiografica: Santa Teresa di Gesù Bambino

Una ragazza morta a ventiquattro anni diventa dopo neppure cinquant’anni modello di tutta la Chiesa. Pio XI era molto devoto di santa Teresa di Gesù Bambino e la nominò patrona delle Missioni, lei, la cui breve vita si svolse tutta fra Alenon e Lisieux e che dopo i suoi quindici anni non usci più dal convento. 
Quanto spesso Gesù dimostra che i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri, né le sue vie le nostre vie I nostri pensieri vengono dall’orgoglio, quelli di Dio dall’umiltà; le nostre vie sono tutte uno sforzo per essere grandi, quelle di Dio si percorrono solo diventando piccoli. Come sulle strade per andare a Nord bisogna prendere la direzione opposta al Sud, così per camminare sulle vie di Dio dobbiamo prendere la direzione opposta a quella verso cui il nostro orgoglio ci spinge. 
Teresa aveva grandi ambizioni, grandi aspirazioni: voleva essere contemplativa e attiva, apostolo, dottore, missionario e martire, e scrive che una sola forma di martirio le sembrava poco e le desiderava tutte… il Signore le fece capire che c’è una sola strada per piacergli: farsi umili e piccoli, amarlo con la semplicità, la fiducia e l’abbandono di un bimbo verso il padre da cui si sa amato. “Non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre”. ~ bellissimo salmo 130 può essere applicato alla lettera alla vita di Teresa. 
Così questa giovanissima donna ravvivò nella Chiesa il più puro spirito evangelico ricordando una verità essenziale: prima di dare a Dio è necessario ricevere. Noi abbiamo la tendenza a guardare sempre a quello che diamo; Teresa ha capito che Dio è amore sempre pronto a dare e che tutto riceviamo da lui. Chi vuol mettere la propria generosità prima della misericordia, prima dell’amore misericordioso di Dio, è un superbo; chi riceve quello che Dio gli dà con la semplicità di un bambino arriva alla santità: è contento di non saper far nulla e riceve tutto da Dio. È un atteggiamento spirituale che è anch’esso dono di Dio ed è tutt’altro che passività. Teresa fece di sé un’offerta eroica e visse nella malattia e nella prova di spirito con l’energia e la forza di un gigante: la forza di Dio si manifestava nella sua debolezza, che ella abbandonava fiduciosamente nelle mani divine. Riuscì così in modo meraviglioso a trasformare la croce in amore, una croce pesante, se ella stessa dirà alla fine della sua vita che non credeva fosse possibile soffrire tanto. 
Impariamo questa grande lezione di fiducia, di piccolezza, di gioia e preghiamo Teresa che ci aiuti a camminare come lei nella povertà di spirito e nell’umiltà del cuore. Saremo come lei inondati da un fiume di pace.
 

Francesco, Greta, i popoli indigeni e il futuro del pianeta: Carlin Petrini su “Vita Pastorale”

Dall’enciclica Laudato si’ al Sinodo speciale sull’Amazzonia, la “rivoluzione verde” di papa Francescocontinua a interrogare anche la società civile e il mondo laico, parte, insieme alle diverse confessioni e religioni, di un grande movimento per la lotta ai cambiamenti climatici.

Sul numero di ottobre, Vita Pastorale – mensile edito dai Paolini e diretto da don Antonio Sciortino – pubblica un articolo di Carlin Petrini (il noto fondatore di Slow Food, tra gli invitati a partecipare al Sinodo) dal titolo: “Il grido di madre Terra. Ignorarlo è ora impossibile, e i danni sono irreversibili”.

«Ciò che sta succedendo in questi giorni in Amazzonia e in Africa è un campanello d’allarme che dovrebbe far capire a tutti» che abbiamo già raggiunto, e forse superato, la «soglia critica» oltre la quale non c’è più possibilità di futuro per la nostra civiltà, spiega Petrini. Siccome «tutto è connesso», sottolinea ancora il fondatore di Slow Food, «chi distrugge la foresta commette un crimine verso l’intera umanità, pregiudicandone la stessa esistenza».

Non è più possibile ignorare il grido della Terra, afferma l’autore auspicando che il Sinodo sull’Amazzona (6-27 ottobre) possa rappresentare «un punto di svolta per l’intero pianeta». Per questo dall’anno scorso le cose sono cambiate, almeno nella sensibilità dell’opinione pubblica globale. Intorno alle rivendicazioni di Greta Thunberg, infatti, un fiume di giovani – le prime vere vittime dei cambiamenti climatici – è sceso in piazza per i Fridays for Future (un milione in tutta Italia, a quanto si dice in queste ore, per le manifestazioni di stamattina). «Un movimento che non è di semplice protesta e rivendicazione, ma di esempio e testimonianza, proprio come piacerebbe a Bergoglio. È un movimento propositivo, non solo di denuncia: questi ragazzi sono i primi a consumare meno plastica, a compiere scelte alimentari più consapevoli, a evitare di viaggiare in aereo quando non strettamente necessario, a mettere in pratica tutte quelle buone pratiche di cui l’intero pianeta ha più che mai bisogno. Perché nessuno è credibile rispetto alle sue idee se poi non le mette in pratica e non dimostra di esercitare coerenza e responsabilità».

Quali sono le cause della crisi climatica? Secondo l’autore, «il più grave imputato è il sistema economico, il consumismo sfrenato e l’atteggiamento predatorio verso la “casa comune”». Le smanie d’onnipotenza dell’essere umano, predatore privo dei naturali limiti imposti dall’istinto all’autoconservazione, pregiudicano le stesse risorse che gli servono per sopravvivere. Al contrario, si legge ancora su Vita Pastorale, «le popolazioni indigene hanno saputo preservare l’armonia dell’ecosistema amazzonico per secoli, proprio perché non si sono comportati da predatori ma da ospiti e custodi di quell’ambiente circostante, sempre con un occhio verso le generazioni future».

Il futuro del pianeta intero dipende dalla nostra capacità di «cambiare le nostre scelte e atteggiamenti quotidiani, nel saper creare una nuova relazione tra esseri umani e con le risorse naturali. La conversione ecologica dell’umanità passa per ciascuno di noi».

Campagna #Ioaccolgo: superare le politiche antimigranti di Salvini

Campagna #Ioaccolgo: superare le politiche antimigranti di Salvini

ROMA-ADISTA. Reintroduzione della protezione umanitaria, abrogazione delle norme riguardanti la residenza per i richiedenti asilo, ristabilimento di un sistema nazionale di accoglienza che promuova l’inclusione sociale di richiedenti asilo e titolari di protezione, abrogazione di quelle norme che vietano l’attracco nei porti italiani delle navi che trasportano cittadini stranieri soccorsi in mare. Sono i quattro punti dell’appello rivolto al governo Conte bis e al Parlamento dalle organizzazioni promotrici della Campagna #Ioaccolgo.

«Questo è un appello che chiede discontinuità, di superare cioè quelle politiche che hanno sparso veleno nella società italiana», spiega Filippo Miraglia dell’Arci, ed è per questo che «la rete #Ioaccolgo vuole dare voce a tutte quelle realtà che testimoniano un modo differente di occuparsi dei fenomeni migratori», aggiunge Giulia Capitani di Oxfam. E Giulia Gori, della Federazione delle Chiese evangeliche in  Italia: «È urgente e necessario reintrodurre la protezione umanitaria che è stata cancellata dal decreto Salvini, e sostituita con il permesso di protezione speciale. Era un provvedimento largamente valorizzato dalla nostra migliore dottrina giuridica e adottato spesso dalle commissioni territoriali che valutavano le richieste di protezione internazionale. Diventa necessario dunque reintrodurre tale disciplina soprattutto se pensiamo a quanti stranieri oggi si trovano in condizioni di irregolarità, senza poter trovare un impiego lavorativo regolare, proprio a causa dei decreti richiamati»

Papa Francesco alla Giornata mondiale del migrante: «Nessuno sia escluso»

Papa Francesco alla Giornata mondiale del migrante: «Nessuno sia escluso»

CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. È stata celebrata ieri la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Nell’omelia della messa celebrata a San Pietro, papa Francesco ha ammonito che «dobbiamo avere un’attenzione particolare verso i forestieri».

Il messaggio per la 105a Giornata aveva come titolo Non si tratta solo di migranti. «Ed è vero – ha ricordato Francesco –: non si tratta solo di forestieri, si tratta di tutti gli abitanti delle periferie esistenziali che, assieme ai migranti e ai rifugiati, sono vittime della cultura dello scarto. Il Signore ci chiede di mettere in pratica la carità nei loro confronti; ci chiede di restaurare la loro umanità, assieme alla nostra, senza escludere nessuno, senza lasciare fuori nessuno. Ma, contemporaneamente all’esercizio della carità, il Signore ci chiede di riflettere sulle ingiustizie che generano esclusione, in particolare sui privilegi di pochi che, per essere conservati, vanno a scapito di molti. “Il mondo odierno è ogni giorno più elitista e crudele con gli esclusi. È una verità che dà dolore: questo mondo è ogni giorno più elitista, più crudele con gli esclusi. I Paesi in via di sviluppo continuano ad essere depauperati delle loro migliori risorse naturali e umane a beneficio di pochi mercati privilegiati. Le guerre interessano solo alcune regioni del mondo, ma le armi per farle vengono prodotte e vendute in altre regioni, le quali poi non vogliono farsi carico dei rifugiati prodotti da tali conflitti. Chi ne fa le spese sono sempre i piccoli, i poveri, i più vulnerabili, ai quali si impedisce di sedersi a tavola e si lasciano le ‘briciole’ del banchetto” (Messaggio per la 105a Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato)”. È in questo senso che vanno comprese le dure parole del profeta Amos proclamate nella prima Lettura (6,1.4-7). Guai, guai agli spensierati e ai gaudenti di Sion, che non si preoccupano della rovina del popolo di Dio, che pure è sotto gli occhi di tutti. Essi non si accorgono dello sfacelo di Israele, perché sono troppo occupati ad assicurarsi il buon vivere, cibi prelibati e bevande raffinate. È impressionante come, a distanza di 28 secoli, questi ammonimenti conservino intatta la loro attualità. Anche oggi infatti la “cultura del benessere […] ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, […] porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza” (Omelia a Lampedusa, 8 luglio 2013). Alla fine rischiamo di diventare anche noi come quell’uomo ricco di cui ci parla il Vangelo, il quale non si cura del povero Lazzaro “coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola” (Lc 16,20-21). Troppo intento a comprarsi vestiti eleganti e a organizzare lauti banchetti, il ricco della parabola non vede le sofferenze di Lazzaro. E anche noi, troppo presi dal preservare il nostro benessere, rischiamo di non accorgerci del fratello e della sorella in difficoltà. Ma come cristiani non possiamo essere indifferenti di fronte al dramma delle vecchie e nuove povertà, delle solitudini più buie, del disprezzo e della discriminazione di chi non appartiene al “nostro” gruppo. Non possiamo rimanere insensibili, con il cuore anestetizzato, di fronte alla miseria di tanti innocenti. Non possiamo non piangere. Non possiamo non reagire».

Francesco è tornato sul tema anche nell’Angelus, quando ha anche presentato la nuova scultura collocata in piazza San Pietro: «In unione con i fedeli di tutte le Diocesi del mondo – ha detto – abbiamo celebrato la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, per riaffermare la necessità che nessuno rimanga escluso dalla società, che sia un cittadino residente da molto tempo o un nuovo arrivato. Per sottolineare tale impegno, tra poco inaugurerò la scultura che ha come tema queste parole della Lettera agli Ebrei: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli” (13,2). Tale scultura, in bronzo e argilla, raffigura un gruppo di migranti di varie culture e diversi periodi storici. Ho voluto questa opera artistica qui in piazza San Pietro, affinché ricordi a tutti la sfida evangelica dell’accoglienza».

2 ottobre: Giornata mondiale della nonviolenza

Adista

2 ottobre: Giornata mondiale della nonviolenza

Tra pochi giorni, il 2 ottobre, ricorrendo l’anniversario della nascita di Mohandas Gandhi, in tanti luoghi del mondo si svolgerà la “Giornata internazionale della nonviolenza” promossa dall’Onu.

Invitiamo tutte le persone di volontà buona, tutte le associazioni e tutti i movimenti impegnati per il bene comune dell’umanità, tutte le istituzioni democratiche, a promuovere iniziative che nel ricordo del Mahatma invitino alla scelta della nonviolenza come unica forma di lotta concreta e coerente, efficace ed adeguata, contro tutte le violenze, in difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani, in difesa del mondo vivente casa comune dell’umanità intera.

E a Viterbo questo 2 ottobre insieme a Gandhi noi ricorderemo don Dante Bernini, che ci ha lasciato lo scorso venerdì, che della nonviolenza è stato luminoso testimone.

E ricorderemo anche tutte le persone che muoiono annegate nel Mediterraneo, e che tutte potrebbero essere salvate: basterebbe che i governi europei riconoscessero a tutti gli esseri umani il diritto di giungere nel nostro continente in modo legale e sicuro. Basterebbe questo, e cesserebbe la strage nel Mediterraneo, sparirebbero i lager in Libia, sarebbero annientate le mafie schiaviste che lucrano enormi profitti sul traffico di esseri umani.

Far cessare la strage degli innocenti nel Mediterraneo è possibile, è necessario, è urgente: cominci l’Italia a salvare le vite.

Occorre far cessare la strage degli innocenti nel Mediterraneo ed occorre far cessare la schiavitù e la segregazione razzista in Italia: e per questo occorre abolire tutte le misure e le strutture razziste ed incostituzionali, occorre riconoscere a tutti gli esseri umani presenti in Italia tutti i diritti sociali, civili, politici, cominciando dal diritto di voto: “una persona, un voto” e’ il fondamento della democrazia e della civile convivenza.

Salvare le vite è il primo dovere.

Riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto alla vita, alla dignità, alla solidarietà.

Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.

Solo la nonviolenza può salvare l’umanità dalla catastrofe.

La nonviolenza è in cammino.

La nonviolenza è il cammino.

Sii tu l’umanità come dovrebbe essere.